Dibattito sui criteri di approvazione dei farmaci che agiscono

sugli ‘endpoint surrogati’  

 

Non sempre l’efficacia clinica di un farmaco si riflette in una migliore condizione per il paziente a cui viene somministrato. Ad esempio, farmaci antineoplastici, approvati dall’ente governativo statunitense, Food and Drug Administration (FDA), per la loro capacità di ridurre le masse tumorali, non è detto che riducano il rischio di mortalità. Il rapporto beneficio/danno ovvero tra l’efficacia clinica e quella effettiva di un farmaco è alquanto complesso. Per questa ragione, in un trial clinico, si distinguono endpoint clinicamente significativi ed endpoint cosiddetti ‘surrogati’, che sono misura di fattori extra-clinici, come la sopravvivenza o la qualità della vita dei pazienti. La pressione alta è un esempio universalmente accettato di endpoint surrogato delle malattie cardiovascolari. Per giungere a questa conclusione sono stati effettuati una ampia serie di trials clinici e oggi milioni di persone assumono farmaci contro l’ipertensione per prevenire le patologie cardiovascolari.

 

Ma sui farmaci che agiscono sugli endpoint surrogati il dibattito è aperto. In particolare, l’attenzione è rivolta ai criteri che l’FDA adotta per approvare questi farmaci e alla loro immissione sul mercato.

La prassi dell’ente di controllo statunitense è approvare farmaci che si rivelano efficaci sugli endpoint surrogati di un trial clinico – ad esempio, nel caso di soggetti diabetici, sostanze che abbassano la glicemia nel sangue oppure, nel caso di soggetti colpiti da un tumore, sostanze che riducono la massa tumorale – senza, tuttavia,  testarne adeguatamente l’efficacia clinica e la sicurezza. Questo avviene perché, in molti casi, i tempi necessari per testare l’efficacia clinica di un farmaco sono estremamente lunghi e costosi, anche 20 anni se si considerano farmaci antitumorali. Di conseguenza, nell’attesa di una sperimentazione clinicamente rigorosa, si procede comunque alla approvazione del farmaco, correndo naturalmente il rischio di trascurarne i possibili effetti collaterali. Purtroppo, però, gli accertamenti previsti per garantire la sicurezza di un farmaco si effettuano soltanto nel 29% dei casi e quello che accade, alla fine, è che le aziende farmaceutiche si arricchiscono su farmaci che a lungo andare possono rivelarsi anche pericolosi per l’organismo.

 

Al momento l’FDA non ha annunciato alcun cambiamento nella sua politica di gestione del farmaco; anche se, lo scorso febbraio, il senatore repubblicano statunitense Charles Grassley, ha preteso che fosse aperta una inchiesta per valutare i criteri applicati dall’ente di controllo americano per l’approvazione dei farmaci che agiscono sugli endpoint surrogati.

L’obiettivo non è quello di portare avanti una campagna contro questa tipologia di farmaci. Ce ne sono alcuni, infatti, tra cui il Gleevec, utilizzato nei trattamenti contro la leucemia o dei farmaci antiretrovirali utilizzati per la cura dell’HIV, che stanno dando risultati assai promettenti. L’invito, piuttosto, è ad effettuare una valutazione rigorosa degli effetti a lungo termine che questi farmaci potrebbero provocare. In termini scientifici, questo significa che, per riporre completa fiducia in un farmaco ‘surrogato’, si dovrebbero conoscere tutte le vie molecolari correlate alla patologia contro cui viene somministrato.

 

di Nicoletta Guaragnella