settembre 2007


Wikipedia

Nasce Wikiscanner, il programma detective che indaga sulle manipolazioni di Wikipedia.Wikipedia sbarca sul web nel 2001 con la promessa di diventare la più vasta enciclopedia on-line. Il suo nome deriva dal termine hawaiano wiki che significa “veloce”, unito al suffisso pedia  “insegnamento” in greco,  ad indicare un modo rapido per recuperare le informazioni. A differenza dei motori di ricerca, che indirizzano a link o immagini legate ad una o più parole chiave specificate dall’utente, in Wikipedia le informazioni sono strutturate in modo tradizionale, secondo il formato classico dell’enciclopedia.

Si tratta di un web partecipativo: ciascun utente può contribuire alla stesura dell’enciclopedia introducendo o arricchendo le diverse voci. Basta iscriversi al sito ed il gioco è fatto, il tutto ovviamente sotto la supervisione di un comitato di amministratori. L’obiettivo di Jimmy Wales, il suo fondatore, era quello di mettere a disposizione di quante più persone possibile la più vasta enciclopedia on line con le seguenti caratteristiche: gratuita, libera, nella propria lingua madre (pubblicata in più di 180 lingue differenti), costantemente aggiornata, accurata e affidabile.

Bisogna però dire che, negli ultimi tempi, quest’affidabilità è stata minata dalla comparsa di veri e propri strafalcioni, frutto di incompetenza, o di bufale, introdotte per il semplice gusto dello scherzo. Trattandosi di un’enciclopedia la questione è chiaramente cruciale, la reputazione di Wikipedia, il più ambizioso progetto enciclopedico moderno, è in pericolo. 

Ecco allora che spunta WikiScanner, un programma creato da Virgil Griffith, un ragazzo di 24 anni del New Mexico, che permette di risalire all’Ip (l’identificativo informatico di ogni computer che accede alla rete) di chi ha modificato o aggiunto le voci. Naturalmente non si può sapere chi ci sia alla tastiera, tuttavia il “segugio informatico” ha permesso di stilare una sorta di lista nera dei manipolatori. Le sorprese non sono tardate ad arrivare: si va dalle organizzazioni governative (Fbi e Cia) alle multinazionale (Microsoft), dalle organizzazioni internazionali (Onu, Amnesty International) ai più grandi gruppi mediatici (BBC, New York Times, Reuters). Basta andare sul sito di WikiScanner per immergersi in una lunga ed inquietante lista.

http://wikiscanner.virgil.gr/

di Francesca Ceradini

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I fumatori di sigarette hanno un rischio di andare incontro a problemi della funzione erettile maggiore del 41% rispetto a coetanei nelle stesse condizioni fisiche ma non fumatori. E il rischio aumenta proporzionalmente al numero di sigarette giornaliere. Lo rivela uno studio condotto su 4763 uomini cinesi, di età compresa tra i 35 e i 74 anni, pubblicato sull’American Journal of Epidemiology. Lo studio ha rivelato che anche soggetti sani, non obesi, né diabetici e senza disturbi cardiovascolari, se dediti al fumo  hanno un aumento del rischio di impotenza, dipendente dalla dose: del 27% per chi supera le dieci sigarette al giorno, del 45% per chi arriva a venti e addirittura del 65% per chi  ne consuma un pacchetto. E anche quando si smette, il pericolo non diminuisce.

Michela Molinari

Nella sola Italia, l’influenza è responsabile della morte di 8000 persone l’anno. L’84% di questi decessi avviene negli ultrasessantacinquenni. Molti paesi, tra cui il nostro, hanno, pertanto, inserito la vaccinazione antiinfluenzale della popolazione anziana nelle loro politiche sanitarie. Ma il vaccino funziona davvero negli anziani? Secondo una metanalisi pubblicata sul numero di Ottobre di The Lancet Infectious Diseases, i benefici della vaccinazione sulle persone più in là negli anni sono stati grandemente esagerati. Lone Simonsen, della George Washington University di Washington, e gli altri autori della ricerca sostengono che gli studi finora effettuati provano l’efficacia del vaccino sulla popolazione giovane e sana, ma non su quella degli ultrasettantenni, specie se malati. Gli studi sugli individui di età avanzata sono pochi ed effettuati con criteri dubbi, in particolare per quanto riguarda la selezione dei partecipanti e la scelta di obiettivi non specifici, quali la riduzione della mortalità “per tutte le cause”.
In questo modo si arriva al paradosso che al vaccino, in alcuni studi, è attribuita la riduzione della mortalità nel periodo invernale del 50%, quando la percentuale di decessi correlati all’influenza è solo del 5%.

Gli autori concludono con un invito a proseguire comunque le politiche vaccinali: “Un vaccino parzialmente efficace è meglio di niente”. Ma invitano a studi più rigorosi. Se il trattamento degli anziani con placebo non sembra eticamente proponibile, si potrebbe confrontare il vaccino inattivato, oggi in uso, con altri tipi a più forte potere immunizzante.

Michela Molinari

sequenze Dna

Test del Dna eseguiti in poco tempo e indagini concluse in poche ore. La nuova tecnologia arriva dal Giappone, il gigante dell’elettronica Nec ha infatti realizzato una valigetta con cui è possibile effettuare il test del Dna in soli 25 minuti..

Si tratta di una valigetta che misura 50 centimetri di lunghezza, per 40 di altezza e 20 di profondità. Contiene tutto il necessario per la raccolta di campioni cellulari, per l’estrazione del Dna e per la creazione dell’impronta genetica.

L’invenzione è ideata per facilitare il lavoro della polizia scientifica, permettendo di effettuare le analisi direttamente sulla scena del crimine.

di Francesca Ceradini

cuore

Si chiama “Reveal”, il più piccolo e potente monitor cardiaco, impiantato per la prima volta in Italia, all’Ospedale Sant’Anna di Como. L’operazione è avvenuta in day hospital su un paziente di 71 anni.

Si tratta di un dispositivo di piccolissime dimensioni che viene inserito nel petto, sottocute, per monitorare il battito cardiaco di pazienti cardiopatici con fibrillazione atriale. La “scatola nera” del cuore, così ribattezzata, consente di registrare ininterrottamente l’attività cardiaca del paziente per una durata di 3 anni. Il medico può scaricare i dati e controllare periodicamente se la terapia somministrata è adeguata.

La fibrillazione atriale rappresenta la forma più frequente di aritmia cardiaca e interessa 4,5 milioni di adulti in Europa.

di Francesca Ceradini

fecondazione assistita

Una sentenza del Tribunale di Cagliari ha riconosciuto ad una coppia sarda il diritto alla diagnosi preimpianto.

I due futuri genitori sono portatori sani di talassemia e rischiano di mettere al mondo un figlio con lo stesso difetto genetico e con una probabilità del 50% di essere malato. La diagnosi preimpianto, vietata dalla legge 40 sulla fecondazione assistita, è l’unico mezzo che consente di sapere, prima che l’embrione sia trasferito nel grembo materno, se si svilupperà in un bambino sano. Oltretutto, le nuove biotecnologie nel campo dell’embriologia sono accessibili solo alle persone sterili, restano tagliati fuori quei portatori di patologie genetiche in grado di concepire naturalmente un bambino. La nuova sentenza mette in discussione questi limiti e apre uno spiraglio per alcune modifiche. Secondo la sentenza del Tribunale di Cagliari, il diritto alla salute della futura madre e del futuro nascituro sono garantiti dalla Costituzione e prevalgono sul divieto di diagnosi posto dalla legge 40. La Asl e il primario di ginecologia dell’ospedale Microcitemico, dove la coppia è stata seguita, dovranno quindi eseguire l’esame per la diagnosi sull’embrione congelato, già negato nel 2005.

Il primo ricorso presentato dal legale dei due coniugi (basato sul contrasto tra l’articolo 13 della Costituzione e il 32) era stato dichiarato inammissibile dalla Consulta. La seconda iniziativa legale si è basata invece sull’incapacità della donna a sostenere psicologicamente la nascita di un bambino malato. La donna, portatrice di beta-talassemia, aveva già abortito due volte e, dopo avere atteso invano una gravidanza naturale, si era rivolta all’ospedale Microcitemico, per tentare la fecondazione artificiale. Secondo la legge 40, l’unico embrione ottenuto avrebbe dovuto essere impiantato senza nessuna diagnosi, la donna ha ovviamente preferito non rischiare e il ginecologo si è visto obbligato a congelare l’embrione (una procedura che va contro la legge 40 ma che è sempre più adottata dai medici italiani). Dopo un viaggio ad Istanbul, dove è stato possibile fare la diagnosi preimpianto, la donna è ora in attesa di una bambina sana, e vorrebbe affrontare un’altra gravidanza se l’embrione congelato nel 2005 fosse sano.

La sentenza sarda è arrivata proprio nel momento giusto. Nelle prossime settimane, infatti, il ministro Livia Turco, dovrebbe accingersi a rivedere e eventualmente modificare le linee guida della legge 40. I punti della legge più contestati sono il divieto della diagnosi preimpianto, il limite massimo di 3 ovuli da sottoporre a fecondazione e l’obbligo d’impianto di tutti gli ovuli fecondati senza la possibilità di congelare gli embrioni.

di Francesca Ceradini

Fonte: MolecularLab 26-09-07

Sembrava una buona notizia. E forse loè davvero. Secondo l’ultimo rapporto Unicef, pubblicato qualche giorno fa, per la prima volta dal 1990 i bambini al di sotto dei 5 anni uccisi da fame, guerre e malattie nel mondo sono scesi sotto i 10 milioni. Un passo importante se si pensa ai 13 milioni del 1990. Merito di vaccinazioni più efficaci e capillari, diffusione massiccia di zanzariere nei paesi a forte incidenza di malaria, trattamenti antiretrovirali e campagne di informazione sull’allattamento al seno. Ma un passo decisivo soprattutto per il raggiungimento di uno degli Obiettivi del Millennio: la riduzione della mortalità infantile di due terzi entro il 2015, vale a dire altri 5,4 milioni di bambini salvati. Questo target potrebbe essere raggiunto agevolmente da America Latina e Caraibi, mentre resta una chimera per l’Africa subsahariana, dove nell’ultimo anno sono morti 4,8 milioni di bambini, quasi la metà del totale.

Entrando nei dettagli, i paesi che hanno compiuto i maggiori passi avanti sono stati Marocco, Vietnam e Repubblica Dominicana, con la riduzione dei tassi di mortalità infantile di oltre un terzo, seguiti da Madagascar e Sao Tome e Principe. Dei 9,7 milioni di morti che si verificano ogni anno, 3,1 milioni avvengono in Asia meridionale e 4,8 in Africa subsahariana, dove la situazione è migliorata in Malawi (- 29% dal 2000 al 2004), in Etiopia, Mozambico, Namibia, Niger, Ruanda e Tanzania (-20%). Ben poco è cambiato invece in Africa centrale e occidentale, mentre nella parte meridionale del continente i progressi ottenuti sono messi a rischio dalla crescente diffusione dell’Aids.

Peccato che queste buone notizie siano macchiate da un’ombra pesante. La prestigiosa rivista The Lancet, infatti, ha acceso una polemica con l’agenzia Onu circa l’attendibilità di questi dati, accusandola di giocare con i dati scientifici. Inoltre secondo un commento di Christopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’university of Washington a Seattle, i progressi ci sono stati ma siamo ancora molto lontani dal centrare la meta. La mortalità globale dei bambini sotto i 5 anni anni è passata dai 110 decessi ogni 1000 piccoli del 1980 ai 72 nel 2005 ed è destinata a diminuire del 27 per cento entro il 2015. Ma questa percentuale è poca cosa rispetto al 67 per cento prefissato dagli Obiettivi del Millennio. Ma chi ha ragione allora? Questi ODG sono vicini o lontani? L’ultima parola in questa guerra di cifre e di dubbi sugli interventi migliori da mettere in pratica la metterà probabilmente (o forse no) il prossimo rapporto Onu, l’ennesimo purtroppo. Restiamo in attesa.

 

di Roberta Pizzolante

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