ottobre 2007


formica

Le formiche più anziane si incaricano dei compiti più pericolosi, per proteggere quelle giovani. Uno studio dimostra quanto questi piccoli insetti siano coscienti della propria età e stato fisico.

Quella di cambiare le proprie mansioni lavorative in base all’età è un’abitudine diffusa non solo tra le formiche, ma anche tra vari tipi di insetti sociali, come le api e le vespe. Tra questi insetti, sono sempre i più anziani a svolgere i lavori maggiormente a rischio, come ad esempio quello di andare alla ricerca di cibo fuori dal nido, mentre i giovani vengono incaricati di fare lavoro di mantenimento e conservazione del nido, per evitare che siano esposti a pericoli. Si tratta di una strategia che gli insetti utilizzano per mantenere sempre al massimo l’efficienza della colonia.

Tuttavia, fino a poco tempo fa non era ancora chiaro agli scienziati se questa divisione del lavoro fosse davvero determinata da un fattore d’età o meno. Per confermarlo, Dawid Moron e i suoi colleghi della Jagiellonian University in Polonia hanno ricreato in laboratorio undici colonie di una specie di formiche chiamata Myrmica scabrinodis, e composte principalmente da giovani formiche lavoratrici. In ogni colonia, a metà delle formiche che la popolavano è stata ridotta artificialmente l’aspettativa di vita, ad esempio esponendole a grandi quantità di anidride carbonica, che acidifica il loro sangue e causa danni al loro sistema nervoso, o causandogli delle ferite e aumentado quindi il rischio di infezioni. Queste formiche artificialmente “invecchiate” sono state rese riconoscibili da un puntino di vernice colorata sul loro corpo.

Durante le osservazioni successive, durate cinque settimane, gli scienziati hanno notato che le formiche marchiate hanno iniziato ad allontanarsi molto più delle altre, per andare alla ricerca di cibo che sfamasse tutta la colonia. L’osservazione ha confermato che non solo le formiche assumono ruoli lavorativi differenti in base all’avanzare negli anni, ma che sono anche in grado di misurare e ridimensionare la loro aspettativa di vita, indipendentemente dall’età. Il momento in cui le formiche danneggiate iniziavano ad avventurarsi lontano alla ricerca di cibo, infatti, non dipendeva solo dall’età, ma soprattutto da quanto serie erano le loro ferite o dal peggiorare del loro stato di salute. L’effetto è stato molto più forte e visibile nelle formiche “invecchiate” dalla presenza di anidride carbonica, rispetto a quelle che presentavano ferite sul corpo.

Fonte: Scienza Esperienza 16-10-07

di Francesca Ceradini  

libro ignoranza

Da pochi giorni è arrivato nelle librerie “Il libro dell’ignoranza” (Einaudi, 12,80 euro, pag. 226). Un libro istruttivo, divertente e irriverente. Un inventario di tutti gli errori, i fraintendimenti e le credenze che infarciscono la nostra cultura generale. Il libro è scritto dai conduttori di un programma divulgativo della Bbc, John Lloyd e John Mitchinson.  I due autori smentiscono tutto ciò che abbiamo appreso come vero e non abbiamo mai messo in dubbio perché la fonte era sicura e la notizia verosimile. 

Praticamente ogni pagina contiene una sorpresa: i sensi dell’essere umano sono più di cinque e gli stati della materia ben 15, l’universo è beige e il posto più freddo sulla terra è in Finlandia, il numero di Satana non è il 666 bensì il 616, la sostanza più comune al mondo non è l’ossigeno e neanche il carbonio, l’azoto o l’acqua, ma un minerale che si chiama perovskite, dal nome del mineralogo russo Lev Perovski. E ancora: che il primo presidente americano si chiamava Peyton Randolph, che il monaco benedettino Dom Pérignon (1638 – 1715) non inventò lo champagne ma in realtà passò gran parte del suo tempo a cercare di eliminare le bollicine, e che gli imperatori romani ordinavano la morte di un gladiatore mettendo il pollice in su. 

Insomma, un libro che, con le sue chicche, fa vacillare alcune delle nostre conoscenze più solide e ci mette di fronte alla nostra totale ignoranza. In Gran Bretagna ha già venduto 400mila copie e si appresta a diventare un grande successo anche in Italia. 

di Francesca Ceradini

Stem cells

Ricercatori dell’Università Paris-Sud-XI (con Inserm e CNRS) hanno ottenuto la prima linea francese di cellule staminali embrionali umane, partendo da un embrione portatore di anomalie cromosomiche (trisomia 1 e monosomia 21), reperito al termine di una diagnosi preimpianto.  Ciò è stato resa possibile dalle modifiche apportate alle leggi di bioetica nel 2004. Dopo l’uscita dei decreti d’applicazione nel febbraio 2006, numerosi altri gruppi si sono lanciati in questa corsa in Francia, soprattutto a Strasburgo e a Montpellier.
Nel mondo esistono già duecento linee come queste, soprattutto negli Stati Uniti e oltre Manica, in Corea e in Iran. L’ottenimento di questa prima linea di cellule, creata per future applicazioni nel campo della medicina rigenerativa, è un vero successo per l’equipe di Annelise Bennaceur-Griscelli. E’ anche una buona notizia per l’intera comunità scientifica francese, giacché la nuova linea di cellule pluripotenti sarà a disposizione di tutti coloro che desiderano realizzarvi delle ricerche.
La linea cellulare deriva da un embrione sottoposto ad una diagnosi preimpianto (Dpi). La coppia che ha richiesto la Dpi aveva già perso due bambini per una grave malformazione cardiaca connessa alle anomalie cromosomiche. Grazie alla tecnica diagnostica, i biologi hanno individuato un embrione indenne dall’anomalia, riuscendo a impiantarlo. Tuttavia, hanno reperito altri embrioni anormali, dai quali hanno prelevato delle cellule e ottenuto una sola linea embrionale. Un lavoro difficile poiché i successi non superano il 20% – 30% quando si procede da embrioni anormali e dunque scarsamente vitali (contro il 50% di riuscita con embrioni sani).

 “E’ una vera impresa riuscire a far crescere simili cellule e mantenerle in vita”, ha dichiarato Annelise Bennaceur-Griscelli. Il team ha prima ottenuto da cinquanta a sessanta cellule, ma oggi ne possiede parecchi miliardi, tutte identiche e pluripotenti. “Siamo già riusciti a far differenziare alcune di loro in cellule del miocardio e stiamo cercando di verificare se siano portatrici di anomalie simili a quelle osservate nei bambini”, ha aggiunto la ricercatrice. Dalle cellule staminali gli scienziati sono anche riusciti a generare le cellule del sangue (globuli e piastrine) e linee di cellule nervose che verranno messe a disposizione per gli studi sulle malattie neurodegenerative.

 

Fonte: Le Figaro 24-10-2007

di Francesca Ceradini

L’uso delle statine contro il colesterolo è in forte crescita in tutto il mondo: nel solo Regno Unito ne sono prescritte 40 milioni di dosi l’anno. Secondo un sondaggio svolto da Merck/Schering-Plough tra 750 cardiologi e diabetologi europei, il 70% ritiene che i propri pazienti trarrebbero beneficio dal trattamento con questi farmaci.
Ma c’è una voce fuori dal coro: secondo uno studio, pubblicato sul British Medical Journal, l’uso delle statine riduce sì la mortalità degli anziani per cause cardiovascolari, ma aumenta in egual misura quella per tumori e demenza senile. Secondo gli autori questi dati, se fossero di dominio pubblico, cambierebbero profondamente l’approccio alle terapie cardiovascolari negli anziani.
Anche la nocività del colesterolo è periodicamente messa in discussione. E ora anche l’hdl, il “colesterolo buono” sembra essere un po’ più cattivo di quanto si credesse. Uno studio presentato da Jay Heinecke dell’Università di Washington al meeting annuale dell’American Chemical Society ha analizzato la composizione delle hdl, le lipoproteine ad alta densità. Ha identificato 48 lipoproteine, di cui 13 sinora sconosciute. Alle hdl sono attribuite proprietà antiinfiammatorie, antiossidanti e la funzione di “spazzini” del colesterolo ematico. Ma, afferma Heinecke, “Non tutte le hdl sono uguali e la loro composizione può variare in base alla genetica e alla storia clinica del soggetto”. Alcune di esse, infatti, rivelano insospettabili effetti negativi: promuovono l’accumulo di colesterolo, contrastano l’azione protettiva di altri componenti ematici, con l’effetto finale di peggiorare il danno vasale, soprattutto nei cardiopatici. Haineche conclude che: “L’incremento dei livelli di hdl può non essere sufficiente a prevenire le patologie cardiache. E’ necessario indirizzare la propria azione sulle hdl giuste”.

di Michela Molinari

thumb_dei1202111d.jpgLa Commissione Europea ha autorizzato ieri l’importazione, per i 27 paesi dell’Unione, di quattro prodotti cerealicoli OGM. Si tratta di tre varietà di mais, di cui due ibridi, e un tipo di barbabietola. I prodotti importati saranno utilizzati per l’alimentazione e l’allevamento. L’autorizzazione sarà valida per dieci anni e nessuno di questi prodotti sarà fatto crescere in Europa.

 

La decisione è stata presa dopo che, per l’ennesima volta, i ministri hanno fallito un accordo. A settembre, infatti, la Commissione Europea non è riuscita a prendere alcuna decisione in merito e, a tre mesi dall’inizio della consultazione, l’autorizzazione è passata evitando il restrittivo sistema di votazione dei ministri. L’ultima importazione di prodotti OGM c’è stata nel 1998.

 

“L’approvazione di oggi è incoraggiante. Speriamo di continuare in questo processo di introduzione del Biotech in Europa”, ha dichiarato Dean Oestreich, vice presidente di una delle aziende che fornirà i prodotti. Il suo pensiero è però in netto contrasto con i verdi di tutta Europa. In Italia, dove sei italiani su dieci credono che i prodotti OGM siano dannosi perché non naturali, gli ecologisti pensano che “la decisione sia un’offesa ai consumatori italiani ed europei”. Le industrie che li producono, invece, sostengono che i prodotti OGM sono sicuri.

 

Di Sabina Mastrangelo

riscaldamento globale
Certo ha portato in primo piano il problema globale della tutela dell’ambiente ma, forse, ci si è dimenticati il suo sostegno a Big Pharma contro l’accesso ai medicinali ai paesi del terzo mondo.
Nel 1999 Al Gore viene accusato da parte di varie organizzazioni, tra cui Medici senza frontiere (a cui venne dato il Nobel per la pace proprio quell’anno), di schierarsi contro il popolo del Sud Africa che in quel momento combatte per avere accesso ai farmaci essenziali.
Nel 1997 il Sud Africa, uno dei paesi più colpiti dall’Aids, emanò una legge per eludere le leggi dettate da Big Pharma e disporre così di farmaci antiretrovirali a buon mercato. Grazie al “Medicines act” varato da Nelson Mandela (Nobel per la pace nel 1993), il ministro della Sanità autorizzò la licenza obbligatoria che consente di produrre versioni generiche a minor prezzo di farmaci essenziali sotto brevetto e un mercato parallelo che permette di importare farmaci da paesi dove costano meno e rivenderli senza l’autorizzazione delle multinazionali.
La decisione del Sud Africa scatenò un putiferio. Anche se il governo sudafricano agiva nel pieno rispetto dei diritti sulla proprietà intellettuale, che autorizzano l’esenzione dal brevetto per farmaci essenziali nei paesi più poveri, un consorzio di 39 industrie farmaceutiche (un vero e proprio esercito) intentò causa a Pretoria. A fiancheggiarle c’erano l’amministrazione democratica e Al Gore, dall’altra parte della barricata Nelson Mandela. Il braccio di ferro tra Usa e Sud Africa finì nel 2001, quando la causa venne ritirata dalle multinazionali. Temendo di perdere i voti dagli afro-americani, e sotto pressioni internazionali, durante la corsa alla presidenza Gore favorì la fine della controversia.
Agli occhi del Karolinska Institutet il merito di Al Gore è quello di aver portato l’attenzione del mondo intero sull’emergenza del riscaldamento globale. Ma come mai spicca solo Al Gore e finiscono in ombra 2500 scienziati dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) e l’Onu che ha redatto il rapporto sull’ambiente? Secondo molti questo Nobel, dopo l’Oscar, era prevedibile.
Il Nobel della pace dovrebbe essere dato a chi veramente si è speso per difenderla. E a questo punto, come non ricordare che fu durante la vicepresidenza Gore che gli Usa votarono le sanzioni contro l’Iraq. Sanzioni che secondo l’Oms e l’Unicef hanno causato la morte di 1 milione di bambini.  
di Francesca Ceradini

Un problema a due facce, quello dell’Aids in Italia. Se i casi della sindrome diminuiscono, lo stesso non si può dire per le nuove infezioni da Hiv, che sono in netta ripresa in varie zone del paese. Lo hanno rivelato gli esperti riuniti a Rimini dal 17 al 20 ottobre in occasione del XXI Congresso nazionale dell’Anlaids (Associazione nazionale per la lotta all’Aids). L’allarme è stato lanciato da Giovanni Rezza, direttore del reparto di Epidemiologia di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss): mentre per quanto riguarda i casi di Aids e la mortalità possiamo dire che le cose vanno bene, grazie soprattutto alle terapie, nell’andamento delle infezioni, quindi negli interventi di prevenzione, le cose non vanno benissimo. Diamo alcuni dati interessanti. In base al Rapporto del Centro operativo Aids (Coa) dell’Iss, i sieropositivi viventi nel nostro paese siano tra 110 mila e 130 mila; dopo un picco di infezioni alla fine degli anni ’80, vi è stata una progressiva diminuzione dei nuovi casi di infezione fino alla fine degli anni ’90. Dopo di che, il numero di infezioni si è stabilizzato ed è in aumento, tendenza che potrebbe portare a una possibile riattivazione dell’epidemia in varie aree del paese. Così, se sul fronte della ricerca le ultime notizie sono molto confortati (gli inibitori della integrasi e del recettore CCR5 hanno superato la fase sperimentale e il loro arrivo sul mercato apre molte possibilità), forse la colpa di questo calo di attenzione nei confronti di un virus pericoloso come l’Hiv è da ricercarsi nella mancanza di adeguate campagne di sensibilizzazione, soprattutto tra i giovanissimi.

Lasciano perplessi i risultati di una ricerca presentata nel corso del Congresso e condotta dalla Sapienza di Roma e da Anlaids, in collaborazione con l’Iss, su 800 studenti di terza media e degli ultimi due anni delle superiori. Il 74% dei ragazzi non ricorda di aver mai visto sui mezzi di informazione una campagna di informazione sull’Aids e solo lo 0,7% ricorda iniziative del Ministero della Salute sul tema. Per quanto riguarda le modalità di trasmissione, le idee dei giovani sono prive di fondamento scientifico: alcuni credono che il virus sia trasmesso dalla zanzare (inferiori vs superiori: 41% vs 42%) e altri attraverso la saliva (30% vs 51.8%).

di Roberta Pizzolante

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