novembre 2007


 Incontro con Edoardo Boncinelli nell’Aula Magna Attilio Alto del Politecnico di Bari   

Sono le cinque del pomeriggio del 26 novembre scorso, un pubblico eterogeneo di giovani e maturi compone l’uditorio. Edoardo Boncinelli, dal caratteristico volto crucciato, comincia a raccontare la sua storia con accento toscano di origine, ma napoletano di adozione.

Protagonista di un percorso sui generis: fisico di formazione, ma biologo molecolare di mestiere, oggi anche filosofo. Chi abbiamo di fronte è uno studioso autodidatta delle scienze della vita, diventato poi pioniere delle discipline scientifiche che attualmente hanno raggiunto i massimi livelli di specializzazione, ma che alla fine degli anni ’60 cominciavano a muovere i loro primi passi.

Lo scienziato racconta del suo ‘primo amore’: la genetica dello sviluppo, che lo ha portato a spostarsi con disinvoltura tra le fasi di trasformazione di un embrione in organismo adulto, ripercorrendo la scala evolutiva dal moscerino della frutta al pollo. Dopo 20 anni di dedizione ed acquisizione di conoscenze sul tema, lo scienziato ci rivela che un po’ di stanchezza era subentrata, sebbene i risultati continuassero ad essere proficui. La spinta verso una ‘virata progettuale’ arriva da una occasione interessante, mossa dal caso di una situazione fortuita, di un incontro ravvicinato e di un efficace scambio di idee. Si tratta di quel tipo di occasioni che davvero possono cambiarti la vita e che, nel caso di uno scienziato, valerti una pubblicazione su Nature (nel caso di Boncinelli molte di più!).

E’ il momento dello studio del differenziamento cellulare. L’impresa è ad alto rischio, ma la provata esistenza di moscerini della frutta a quattro zampe invece che a due o a due toraci invece che a 1 lascia ben sperare. L’intuizione trova, infatti, una risposta nella scoperta, dapprima nella Drosophila e poi anche nell’uomo, dei geni omeotici, ribattezzati da Boncinelli stesso ‘geni architetto’, metafora ormai passata agli annali. Gli architetti hanno il compito di realizzare il progetto di un edificio e fare in modo che venga eseguito correttamente; allo stesso modo, i geni architetto predispongono il disegno di un ‘corpo’ e ne regolano l’aspetto finale, ovvero l’assemblaggio delle parti al posto giusto. I geni architetto si possono considerare a tutti gli effetti parte integrante della teoria dell’evoluzione, formulata da Darwin 150 anni fa’, e alla quale Boncinelli si dichiara fedele. La loro scoperta segna inoltre l’inizio di un cambiamento radicale nel modo collettivo di intendere la biologia degli esseri viventi, in altre parole la nascita della biologia moderna.

Dalla magia del bancone da laboratorio, su sollecitazione della stessa platea, il genetista-filosofo sposta poi l’attenzione su questioni nazionali, purtroppo dolenti, quali il futuro della ricerca e dei giovani ricercatori in Italia, l’atteggiamento italiano rispetto al dibattito scientifico internazionale, la scarsa propensione del nostro Paese verso la diffusione della cultura scientifica e tecnologica. “La colpa è degli scienziati stessi”, dice Boncinelli, che non esita a sottolineare la loro responsabilità di tenere la testa chinata sul bancone senza preoccuparsi di quello che accade intorno. L’invito che rivolge ai giovani scienziati è di essere rigorosi ma ‘leggeri’, di mostrarsi aperti e di avere un atteggiamento transdisciplinare verso il proprio lavoro. L’orologio segna ormai le 19, sono trascorse due ore, l’incontro è giunto al termine, ma si ha l’impressione che il nostro ospite non sia stanco e mantenga l’entusiasmo di raccontare un aneddoto per ogni curiosità sollevata.

  di Nicoletta Guaragnella

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topo

Alcuni ricercatori americani dell’Università del Kentucky, negli Stati Uniti, hanno creato un topo che non si ammala di cancro. L’animale è dotato di un gene, chiamato Par-4, capace di produrre una proteina che attacca le cellule tumorali, senza danneggiare i tessuti sani.

 

Lo studio è stato pubblicato ieri su Journal Cancer Research. I topi modificati geneticamente sono immuni da molte forme di malattie, come ad esempio il cancro al fegato ed il tumore alla prostata. Alcune analisi indicano che la proteina ha effetti concreti anche sul cancro alla mammella, al pancreas e al cervello. Inoltre, con lo stupore dei ricercatori stessi la proteina Par-4 non ha nessun tipo di effetto secondario sull’organismo.

 

“Quando un malato va in ospedale – spiega il microbiologo Vivek Rangnekar, responsabile dello studio – la chemioterapia o le radiazioni, comportano sempre effetti collaterali importanti. La nuova tecnica basata sull’introduzione di Par-4 riesce invece ad eliminare il tumore senza danneggiare l’organismo”. Questo è probabilmente l’elemento più importante del lavoro: apre nuovi scenari nell’ambito della ricerca contro il cancro.

 

Quello che tutti chiamiamo tumore è un fenomeno cellulare molto complesso che racchiude una serie infinita di cause e conseguenze. Ciò che accomuna le diverse malattie è l’insorgenza di cellule che “impazziscono” e si moltiplicano senza più nessun autocontrollo. Una cellula diventa tumorale quando acquisisce e accumula mutazioni su geni importanti, a questo punto la sua proliferazione è incontrollata e dà luogo ad una quantità crescente di cellule tumorali che invadono i tessuti. Questo processo si amplifica con l’andare avanti nel tempo, le cellule continuano ad accumulare errori, i cromosomi vengono modificati, persi…

 

Il gene Par-4 è noto dall’inizio degli anni ’90, è stato inizialmente individuato nelle cellule tumorali del cancro alla prostata. L’ipotesi degli scienziati è che Par-4 abbia un ruolo nella morte programmata delle cellule (apoptosi), il sistema di autodifesa che adottano gli organismi per distruggere le cellule danneggiate o difettose.

 

Non è comunque la prima volta che in un laboratorio viene creato un topo resistente ai tumori. Nell’ottobre 1999 Nature pubblicò lo studio di un team del Memorial Sloan Kettering di New York che dimostrava come bloccando 2 geni (Id1 e Id2), vitali per lo sviluppo dei vasi sanguigni che nutrono i tessuti in generale e soprattutto i tumori, si otteneva un topo immune al cancro. La sperimentazione eseguita sugli animali ha dato risultati molto incoraggianti ma non è andata molto oltre, sfortunatamente ciò che funziona nei topi non funziona automaticamente anche negli uomini. E’ quindi importante non dare false speranze e ricordare che sebbene la ricerca faccia passi da giganti in laboratorio, la strada per trovare una cura sull’uomo è ancora ardua e lunga.

 

di Francesca Ceradini

Gli inibitori delle colinesterasi, usati per ridurre i sintomi del morbo, non sono efficaci nel ritardarne l’insorgenza. Lo dimostra un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità su tutti gli studi svolti.  

I farmaci impiegati per ridurre i sintomi del morbo di Alzheimer, gli inibitori delle colinesterasi, sono inefficaci se assunti per ritardare la comparsa della malattia. Lo ha dimostrato una revisione sistematica di tutti gli studi clinici disponibili, compiuta da Roberto Raschetti e dai suoi colleghi del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto superiore di Sanità e pubblicata su Plos Medicine. 

“Le indicazioni per cui è autorizzato l’uso di questi farmaci sono il trattamento dei sintomi dell’Alzheimer lieve e moderato” spiega Raschetti. “Sebbene recenti studi abbiano messo in discussione la loro efficacia persino in questi casi, diversi specialisti ed associazioni di pazienti raccomandano e reclamano il loro utilizzo ‘off label’, cioè al di fuori delle indicazioni registrate, per la prevenzione della demenza di Alzheimer in soggetti con deficit cognitivo lieve. Solo in Italia, il 27% dei pazienti con ‘mild cognitive impairment’ (MIC), una condizione intermedia tra l’invecchiamento e la demenza, caratterizzata da deficit di memoria, è sotto trattamento farmacologico”. 

I ricercatori hanno analizzato gli studi clinici randomizzati e in doppio cieco, in cui, cioè, ai pazienti con MIC erano assegnati casualmente il farmaco o il placebo, un finto rimedio privo di efficacia, senza che né ne loro né i medici fossero al corrente della scelta del computer. Su 157 trial presi in considerazione, ne sono stati scelti 8: 3 sul donepezil, 2 sulla rivastigmina, 3 sulla galantamina. In nessuno di essi è emersa una differenza statisticamente significativa, cioè non dovuta al caso, nel passaggio da MIC a morbo di Alzheimer o ad altre forme di demenza, tra il gruppo trattato con il farmaco e quello con il placebo.Al contrario, gli effetti collaterali erano maggiori nei gruppi che assumevano i principi attivi, ed erano prevalentemente a carico dell’apparato cardiovascolare e gastroenterico. Nell’unico studio che registrava i dati sulla mortalità, sei sono stati i decessi tra chi era in trattamento con galantamina rispetto ad un solo caso tra chi assumeva il placebo. 

“L’uso degli inibitori delle colinesterasi per ritardare l’esordio delle demenze in pazienti con MIC, visto il rapporto rischio-beneficio, non è giustificato” conclude Raschetti. Serviranno, però, ulteriori studi, dopo una definizione puntuale di cosa si intenda per MIC. Il concetto di questa entità è, oggi, sfumato: non c’è accordo sui criteri per diagnosticarla, né sulla classificazione come fattore di rischio o patologia a sé stante. Le persone con MIC sono considerate ad alto rischio di sviluppare l’Alzheimer, tuttavia, in molti casi, la sindrome regredisce spontaneamente. 

Il problema delle demenze è preponderante in termini di sanità pubblica: in Italia si stima un’incidenza di 38 nuovi casi all’anno ogni mille persone. Nei paesi dell’Europa Occidentale, ci si dovrà aspettare un incremento del 43% entro il 2020, del 100% entro il 2040. La più frequente causa è la malattia di Alzheimer, che porta ad una progressiva perdita delle funzioni cognitive, per cui il paziente diviene totalmente incapace di badare a se stesso.  

di Michela Molinari

logoanociencia2007.gifIn coincidenza con la celebrazione del centenario della creazione della Junta para la Ampliación de Estudios e Investigaciones Científicas (Jae, 1907-2007), il 2007 è stato dichiarato ufficialmente anno della scienza in Spagna. E’ in questo contesto che si inserisce la quarta edizione del Congresso sulla Comunicazione Sociale della Scienza, dal tema “Cultura scientifica, cultura democratica”, tenutosi dal 21 al 24 novembre presso la sede madrilena del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (Csic), organizzato dall’Area di Cultura Scientifica del Csic e dalla Fundación Española para la Ciencia y la Tecnologia (Fecyt). Il congresso ha accolto più di 50 esponenti del mondo della ricerca, della politica, dell’educazione, della comunicazione e della divulgazione scientifica, della sfera nazionale e internazionale, con lo scopo di facilitare lo scambio di prospettive ed esperienze, migliorare la comunicazione tra i ricercatori e la popolazione e spiegare il ruolo che la scienza e la tecnologia occupano nello sviluppo socioeconomico di ogni paese.

“Nelle ultime decadi – ha affermato Mercedes Cabrera, Ministro spagnolo di Educazione e Scienza – la Spagna ha sperimentato grandi progressi nel campo della scienza e della tecnologia. Il Governo sta cercando di approfittare di questo potenziale e situare il Paese tra gli stati più avanzati in scienza e tecnologia. Questo è dimostrato dal notevole incremento dei finanziamenti che lo Stato destina a queste materie, che tra il 2004 e il 2008 sono aumentati più del 160%, così come dall’avvio di nuovi progetti. Il nostro obiettivo per i prossimi anni è raddoppiare questo sforzo con la messa in atto del Piano Nazionale I+D+I 2008-2011, che rappresenta una scommessa per la modernizzazione del programma di scienza e tecnologia e contempla tra l’altro un nuovo aumento sostanziale dei fondi pubblici dedicati alla ricerca”.

Il congresso ha sottolineato l’esistenza all’interno della popolazione europea di una nuova massa critica, con un rinnovato interesse per la scienza non seguito però da un aumento del livello di conoscenza. E’ stata evidenziata inoltre la nascita di una vera e propria area di conoscenza basata sulla comunicazione sociale della scienza: la divulgazione scientifica non è più svolta soltanto come un’attività sporadica, ma esiste sempre più gente che si dedica esclusivamente ad essa (giornalisti, scienziati, educatori e nuove figure professionali di comunicatori). Nonostante questo, però, non esiste ancora in Spagna come nel nostro Paese un riconoscimento ufficiale di questo settore.

Cos’è la Jae: La Junta para la Ampliación de Estudios e Investigaciones Científicas è stata creata dal governo spagnolo su richiesta del premio Nobel Santiago Ramón y Cajal e dagli intellettuali raggruppati intorno alla Institución Libre de Enseñanza, per incoraggiare la ricerca e modernizzare le strutture educative, scientifiche, culturali e sociali del Paese. Ad essa è dovuta la maggior parte dei progressi e delle scoperte scientifiche spagnole nei primi decenni dal XX secolo.
Cos’è il Csic: Il Consejo Superior de Investigaciones Científicas è la maggiore organizzazione scientifica spagnola ed una delle più grandi d’Europa, sia per il numero che per la qualità dei suoi centri, delle risorse umane e dei risultati scientifici. E’ stato fondato nel 1939 e al suo interno sono confluiti la maggior parte dei centri della Jae, di cui è considerato l’erede, come il resto delle università e dei centri di ricerca in Spagna.

di Chiara D’Anna

batteri

Una tecnica innovativa per distruggere i batteri patogeni è stata messa a punto da 3 ricercatori dell’Università di Toledo, nell’Ohio. 

Lo studio si è basato sulla capacità che hanno alcuni agenti patogeni ad ancorarsi ai carboidrati presenti sulla superficie delle cellule per attaccarle e sviluppare l’infezione. I ricercatori hanno aggregato nanoparticelle magnetiche ad alcuni carboidrati ottenendo particelle in grado di individuare e catturare i batteri in soli 5 minuti. Inoltre, hanno evidenziato che variando la composizione delle nanoparticelle è possibile discriminare tra i diversi ceppi di batteri, scoprendo cosi una tecnica di selezione. 

Attualmente la tecnologia riesce a rimuovere l’88% dei microrganismi, ma l’efficienza è ulteriormente migliorabile. Oltre alla semplice ma innovativa applicazione antibatterica, la scoperta potrebbe anche essere sfruttata per avere strumenti più efficaci e rapidi nel campo della diagnosi. 

Fonte: Nòva – Il Sole 24 Ore  22-11-07 

Sulle pagine dei quotidiani, alla televisione, alla radio, non si fa che parlare di alimenti transgenici, Ogm si, Ogm no…

E’ una battaglia ideologica che va avanti da più di 10 anni, più precisamente dal 5 novembre del 1996, quando il  primo carico di soia transgenica destinato al mercato europeo – una  nave statunitense chiamata Ideal Progress – sbarca nel porto di Amburgo. La soia incriminata, prodotta dalla Monsanto, è geneticamente modificata per acquisire la resistenza ad un erbicida. Ciò rappresenta un vantaggio per gli agricoltori che possono utilizzare l’erbicida senza il timore di danneggiare il raccolto. La soia transgenica viene però subito percepita dagli ambientalisti come un pericolo per l’ecosistema e la salute dei consumatori e ad attendere il bastimento ci sono i gommoni di Greenpeace, accompagnati dalle televisioni di mezza Europa.  

Ma dopo 11 anni cosa è cambiato? Niente, tutti mantengono il proprio posto sulle rispettive barricate. Eppure di studi e verifiche scientifiche sulla natura degli Ogm ne sono state fatte tante. Il problema è che gli scontri tra le diverse opinioni delle due fazioni – pro e contro Ogm – hanno portato a mescolare in un groviglio inestricabile argomentazioni vere con false, studi scientifici con credenze. Da questa grande confusione appare chiara l’impossibilità di instaurare un dialogo corretto ed equilibrato.  

Ma cosa sono gli Ogm e, soprattutto, quale è il reale rischio di questi cibi biotech? Spiegare a fondo cosa siano gli Ogm richiederebbe un corso di genetica e la lettura di diversi libri, ma per chi non ne ha voglia e tempo sarebbe più semplice affidarsi a chi nel campo ci lavora e di scienza ne capisce. Riporto una dichiarazione sottoscritta da oltre 3mila scienziati (tra cui 25 premi Nobel): “L’aggiunta di geni nuovi o differenti negli organismi per mezzo delle tecniche del Dna ricombinante non comporta di per sé rischi nuovi o più elevati rispetto alla modificazione di organismi con metodi tradizionali” (www.agbioworld.org/declaration/petition/petition_it.php). Infatti, tutte le specie agricole esistenti sono state create dall’uomo, che per millenni ha incrociato e selezionato le specie vegetali da coltivare, spostando migliaia di geni e perseguendo lo stesso scopo che persegue l’agricoltura transgenica: aumentare la produttività, la resistenza alle malattie e ai parassiti, e l’adattamento alle condizioni ambientali sfavorevoli. La differenza è che l’agricoltura transgenica utilizza tecniche assai più precise e prevedibili rispetto a quella tradizionale. 

Liberi di crederci o no, forse gli scienziati qualche competenza l’avranno, no? Se quindi gli Ogm non sono concettualmente diversi rispetto alle piante convenzionali come mai sono visti come un pericolo? La risposta breve e molto semplificata è per ignoranza, o per malafede.  

Nel primo caso il rifiuto dei prodotti transgenici si basa su una reazione istintiva, l’introduzione di geni estranei nelle piante è visto come una cosa innaturale che mette a rischio gli equilibri tra uomo e natura. L’idea è che esista un ambiente naturale caratterizzato da equilibrio e armonia che verrebbe sconvolto dalle manipolazioni genetiche. In realtà, la maggior parte di quello che viene chiamato ambiente non è altro che il prodotto dell’azione degli organismi viventi.  

Nel secondo caso, ci sono interessi economici e politici che come al solito agiscono subdolamente confondendo l’opinione pubblica. In alcuni casi vi è addirittura l’insabbiamento di prove scientifiche univoche a favore degli Ogm. Nei giorni scorsi uno di questi casi è stato pubblicamente denunciato da un gruppo di noti scienziati italiani. Alcuni giornali hanno riportato l’accaduto, io vi invito a leggere l’articolo pubblicato su Galileo: mais e polemiche

Ma quello che è successo è stato percepito e metabolizzato dall’opinione pubblica che è continuamente truffata e raggirata? Purtroppo non più di tanto… 

di Francesca Ceradini

libro Simpson

Homer Simpson è “il più grande americano di tutti i tempi” e sua moglie Marge “la mamma ideale”. La piccola Lisa è destinata a diventare la prima presidentessa degli Stati Uniti e suo fratello… be’, Bart Simpson è Bart Simpson. 

 D’accordo, ma che c’entra con la scienza la famiglia televisiva più amata degli ultimi vent’anni? Ce lo dice Marco malaspina con il suo : “La scienza dei Simpson. Guida non autorizzata all’universo di una ciambella” (Sironi ed. 2007,  pp. 192 – 18,00 E).  Leggendo il libro si scopre quale sia la formazione di buona parte degli sceneggiatori del famoso cartone animato: un sacco di fisici e matematici, che hanno infarcito le puntate di citazioni e, spesso, anche di scienziati in carne e ossa. Gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci per bambini, Viagra, OGM, missioni spaziali.  

Come non citare l’episodio con Stephen Jay Gould sul ritrovamento di un misterioso fossile con sembianze umane e ali da angelo: ventidue minuti di pura genialità, in grado di spiazzare allo stesso modo darwinisti e neocreazionisti, e di far riflettere noi tutti sui giochi economici e di potere che stanno dietro a tante diatribe etico-scientifiche. E poi c’è la memorabile partecipazione di Stephen Hawking: il famoso astrofisica non esita a dire a Homer: «La tua teoria di un universo a forma di ciambella è intrigante. Forse te la rubo». Per non parlare degli episodi sulla malasanità, tutti perfidamente realistici. 

La famiglia di Springfield ci insegna che la scienza non è monolitica: è divertente ma anche noiosa, affascinante ma non sempre neutrale. E dimenticatevi una scienza trionfale o benefica: nei Simpson la scienza è una vittima, al pari della società; è incerta, ingenua, goffa, proprio come Homer, il capo di questa famiglia così tipicamente americana. 

Chi è Marco Malaspina: Giornalista scientifico di Bologna, lavora all’ufficio comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Scrive per le pagine di salute del settimanale “Oggi” e conduce “Pigreco Party”, il programma settimanale all’incrocio fra scienza e società di Radio Città del Capo. Nel tempo libero guarda i Simpson e legge Shakespeare.

di Francesca Ceradini

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