gennaio 2008


Conoscere l’“identità metabolica” di un individuo e facilitare così la diagnosi e la cura di molte malattie. E’ la nuova frontiera della biomedicina raggiunta dai ricercatori della Fondazione FiorGen presso i laboratori del Centro di eccellenza mondiale per la risonanza magnetica (Cerm) del Polo Scientifico dell’Università di Firenze.Secondo lo studio, pubblicato sui Pnas, basta analizzare 40 campioni di urina raccolti nell’arco di tre mesi da un donatore sano per rilevare l’impronta metabolomica personale (metabolomic finger print) che distingue un individuo da un altro. Ciò apre scenari inediti per la ricerca, con lo sviluppo di farmaci intelligenti calibrati sul metabolismo individuale, così da massimizzarne l’efficacia minimizzando gli effetti collaterali.

Fino ad oggi si pensava che fosse impossibile identificare una persona da un test delle urine, visto che l’urina è un fluido biologico pieno di scarti. Ma gli scienziati di FiorGen, studiando gli spettri ottenuti su campioni di urine di individui sani con la risonanza magnetica nucleare, sono riusciti a distinguere la parte degli elementi variabili, per esempio quelli collegati all’assunzione di cibo e medicinali, o a fattori come il fumo, dagli elementi invariabili che costituiscono l’impronta digitale metabolomica e rendono un individuo riconoscibile rispetto agli altri.

“Lo scopo della ricerca è capire se l’alterazione di un determinato metabolita è collegata all’insorgenza di malattie”, dicono i ricercatori. “Disporre con facilità dell’impronta metabolomica  permette di procedere a screening di massa a basso costo. Si tratta di uno strumento fondamentale per facilitare le azioni di diagnosi di molte malattie”. Attraverso l’esame di 40 campioni di urina, si legge nello studio, è possibile identificare un individuo con una sicurezza del 100 per cento, percentuale che scende se si esamina la metà dei campioni e che diventa nulla con l’analisi di soli dieci campioni. (r.p.)

 Fonte: Galileo

asteroide

Come previsto, ieri mattina l’asteroide 2007-Tu24 ha raggiunto la distanza minima dal nostro pianeta, passando a 530.000 km dalla Terra (poco più distante della Luna). Con 250 metri di diametro è fra i più grandi oggetti ad essersi avvicinato alla Terra negli ultimi anni, fino a sera e’ stato possibile osservarlo con un piccolo telescopio.

L’ avvicinamento e’ avvenuto senza destare alcuna preoccupazione, l’evento era stato previsto da astronomi e astrofisici che hanno colto l’occasione per studiare il passaggio di  2007-Tu24 e saperne di più sugli asteroidi vicini alla Terra, i cosiddetti Neo, Near Earth Object.

Le prime osservazioni fatte con i radar hanno permesso di misurarne il diametro e di constatare che è di forma irregolare. Ma per saperne di piu’ bisognera’ aspettare   qualche settimane, quando sarà possibile ricostruire le immagini tridimensionali dell’asteroide.

di Francesca Ceradini 

Colloquio con Stefania Salmaso, Direttore del Centro Nazionale di Epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità.

Quali sono, per l’Italia, i dati sulla mortalità infantile? Quali le cause principali?

La mortalità infantile nel nostro paese è del 5 per mille: una delle più basse del mondo occidentale, vicina a quella di Gran Bretagna e Francia. La maggior parte dei decessi (il 75%) del primo anno di vita avviene nel primo mese, per malformazioni congenite. I progressi della medicina, infatti, hanno fatto sì che vengano portate a termine gravidanze che, prima, sarebbero fallite. Il successo della ginecologia nel portare a termine la gravidanza a volte si sconta dopo la nascita.

Ciò significa che in Italia i bambini hanno un’ottima assistenza sanitaria. Non è così dappertutto. Quali sarebbero le misure più appropriate per abbassare la mortalità dei bambini nel mondo?

Nei paesi in via di sviluppo, la mortalità prima dei cinque anni è decine se non centinaia di volte maggiore. I motivi principali di decesso sono le infezioni, in particolare le malattie diarroiche di origine infettiva che portano alla disidratazione e a squilibri metabolici. Queste morti, quindi, sarebbero prevenibili migliorando le condizioni igienico-sanitarie, in particolare facilitando l’accesso all’acqua potabile, ed investendo sulle vaccinazioni.

L’effetto delle vaccinazioni è positivo solo per i paesi interessati alle epidemie?

Il beneficio è per tutto il pianeta: per le malattie che colpiscono solo il genere umano, estesi programmi di vaccinazione possono permettere l’eradicazione dell’agente infettivo e, quindi, alla scomparsa della malattia. Ne è un esempio il vaiolo, malattia che, grazie alla vaccinazione obbligatoria fino agli anni ‘70, non esiste più. Anche per la polio eravamo vicini all’eradicazione completa, ma il fallimento della politica di vaccinazione in uno stato, la Nigeria, ha portato ad una recrudescenza e ad una reintroduzione della malattia in altri Paesi africani.

E’ quindi importante una politica vaccinale su scala mondiale? 

Sì, dobbiamo lavorare tutti insieme per raggiungere l’obiettivo di eradicare le malattie e non solo prevenirle.. Anche i bambini più fortunati, perché vivono in paesi dove alcune patologie sono quasi scomparse, devono continuare a vaccinarsi per evitare il riaccendersi di focolai di infezione. Purtroppo, nei paesi sviluppati, le vaccinazioni sono vittime del loro stesso successo: riducendo le infezioni, vengono percepite come non più necessarie.

Cosa si può fare per le infezioni per cui non esiste un vaccino?

Non tutte le malattie infettive sono controllabili con la vaccinazione: per malaria e  HIV, le cosiddette “malattie della povertà” insieme alla TBC, non esiste vaccino. Servono molte risorse economiche ed energie da investire nel campo della ricerca, soprattutto per il problema della resistenza ai farmaci, e della sanità pubblica.  

Michela Molinari 

Fonte: Il SecoloXIX web www.ilsecoloxix.it

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Il lungo dibattito sulle origini di una tra le più conosciute malattie veneree sembra aver avuto una risposta: oltre a cacao, patate e pomodori, Cristoforo Colombo portò anche la sifilide dalle Americhe. Lo affermano i risultati di una analisi filogenetica condotta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Atlanta in collaborazione con l’Università di Toronto e recentemente pubblicata sulla rivista Plos Neglected Tropical Diseases.

Fino ad oggi, l’approccio adottato per risalire alle origini della sifilide era stato di tipo paleopatologico. E’ risaputo, infatti, che la malattia causa deformazioni ossee. Pertanto, attraverso lo studio degli scheletri si sperava di determinare storicamente l’arrivo della sifilide in Europa. Questo metodo, però, non potendo tener conto di tutta una serie di parametri, tra cui la dieta relativa al periodo storico analizzato, ha generato diversi errori. Non ultima, la datazione dello scheletro rinvenuto in Britannia nel 2000, che redimeva il condottiero Colombo dalla responsabilità di untore.

La sensibilità del metodo genetico deriva, invece, dalla comparazione e analisi di 26 ceppi del batterio Treponema, che causa la sifilide. Tra questi, anche due campioni di origine sudamericana, responsabili della trasmissione di una malattia molto simile alla sifilide, da cui differisce soltanto per le modalità con cui il microrganismo si contrae, vale a dire tramite contatto epidermico.

L’analisi genomica dei campioni ha rivelato una perfetta corrispondenza di 4 basi su 17 tra il batterio della sifilide e quello del Sudamerica, suggerendo una stretta relazione tra i due. “Si tratta di un lavoro davvero importante” ha detto l’antropologa Shelley Saunders della McMaster University in Ontario. “Ciò che serviva per dare una risposta al dibattito sulle origini della sifilide è stato fatto, vale a dire collezionare quanti più possibili ceppi del batterio e confrontarli dal punto di vista genetico”.

di Nicoletta Guaragnella

Chissà se Luciano Maiani, fisico di fama mondiale, avrebbe mai immaginato di trovarsi un giorno alle prese con un sospetto di eresia: dichiarare pubblicamente di ritenere non opportuno che Benedetto XVI  parlasse durante la cerimonia di apertura dell’anno accademico della Sapienza. Un bel guaio, al cui confronto i limiti della teoria di Einstein e i dubbi sulla presenza di un quarto quark, che pure Maiani è riuscito a risolvere, sembrano un giochetto da ragazzi. Scelto dal ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi in una rosa di tre scienziati per diventare il prossimo presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr), il nome del fisico di San Marino ha inizialmente convinto sia destra che sinistra. Per non parlare degli apprezzamenti della comunità scientifica per un sistema di selezione, quello usato da Mussi, basato su criteri puramente scientifici e non politici. Ambiziosi i suoi obiettivi una volta in carica: valorizzare la ricerca Cnr e la sua rete di istituti, potenziare le discipline portanti per la scienza moderna, come biologia, scienze della vita, informatica e fisica. Ma ora tutte queste rischiano di rimanere solo buone intenzioni. Intorno alla candidatura di Maiani, infatti, aleggia come una pericolosa caccia alle streghe il polverone sollevato dal “caso Sapienza”.

Maiani infatti è uno dei 67 firmatari della lettera con cui alcuni scienziati dell’Università romana hanno espresso il loro dissenso sulla presenza di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico. Questo è bastato a far sbiadire, d’un colpo solo, la figura dello scienziato di fronte a sospetti di “integralismo laico” e “incompatibilità con un atteggiamento equilibrato”, come si legge nel verbale della seduta della Commissione cultura in Senato del 16 gennaio.Maiani era uno dei tre candidati che il ministro Mussi aveva portato il 21 dicembre scorso all’attenzione di Palazzo Chigi per la scelta finale del presidente del Cnr. “La selezione è avvenuta in un modo del tutto innovativo. Invece di fare una nomina puramente politica, il ministro ha incaricato un comitato di alto profilo, composto da scienziati italiani e stranieri super partes, di individuare i possibili candidati”, spiega Carlo Bernardini, fisico alla Sapienza e tra i firmatari della lettera anti-papa. Senza essere obbligato dalla legge, in sostanza, Mussi ha usato i comitati di ricerca che hanno presentato una terna di nomi, sottraendo di fatto alla politica il potere unilaterale di scelta. Una nomina, quella di Maiani, che oltre a trovare il parere favorevole di esponenti della maggioranza e dell’opposizione, è stata lodata anche dalla rivista “Science”. Prima che l’investitura diventi effettiva, però, la legge prevede che sul nome prescelto si esprimano con un parere consultivo, e non vincolante, le Commissioni Cultura dei due rami del Parlamento.

Ma ad oggi i pareri delle Commissioni non sono ancora arrivati. E sul motivo non sono stati fatti molti misteri. La parlamentare di Alleanza Nazionale Angela Filipponio Tatarella, ha presentato il 17 gennaio scorso in Commissione cultura alla Camera un’interrogazione a risposta immediata con la quale “premesso che dei 67 firmatari del ‘documento-manifesto’, che hanno contestato l’invito del Papa all’università La Sapienza di Roma, fa parte anche il professor Luciano Maiani”, si chiedeva “se il Governo non intenda revocare la proposta di nomina del professor Luciano Maiani alla Presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche, in quanto, ad avviso degli interroganti, non garante della oggettività che ogni ricerca scientifica esige per essere se stessa”.

Stesse parole anche in Commissione Cultura al Senato, riunita il 16 gennaio. Qui ad aprire il processo, con tanto di accusa e difesa, è stato il senatore Franco Asciutti (Fi), che nel ricordare che “il candidato risulta firmatario della lettera nella quale un esiguo gruppo di docenti ha espresso un orientamento contrario alla presenza del Pontefice in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico”, come si legge nel verbale della seduta, “ritiene che tale posizione sia incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico, tanto più che al vertice del Cnr occorre una personalità rappresentativa di tutte le opinioni”.

Alla fine si è deciso per un rinvio della nomina a data da destinarsi in attesa che il ministro Mussi confermi la scelta del fisico. “Ho pensato fosse importante questa pausa per rasserenare gli animi e consentire al professor Maiani di chiarire la sua posizione”, ha dichiarato Giuseppe Valditara, Senatore di An e segretario della commissione sulle pagine del Corriere della Sera. “La ratifica è stata rinviata a data da destinarsi. Non ha senso una nomina con il parlamento spaccato a metà: non possiamo dimenticare, infatti, che la proposta della presidenza di Maiani era stata bipartisan”.

Le ragioni dei dubbi su Maiani a presidente del Cnr, quindi, nulla c’entrano con la carriera scientifica. Vien da chiedersi ora, cosa succederà con il governo in bilico e l’iter della nomina a metà strada? “C’è un lasso di tempo entro il quale le Commissioni sono tenute a esprimere il proprio parere”, spiega Rino Falcone, ricercatore del Cnr e coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca. “Questo parere viene poi accolto dal governo e deliberato nel primo Consiglio dei Ministri utile. In teoria, nel caso di un forte ritardo il governo potrebbe procedere alla nomina indipendentemente dai pareri”. Discorso che però non vale data l’attuale crisi di governo, che blocca forzatamente i lavori delle Commissioni. “Un nuovo governo potrebbe decidere se confermare Luciano Maiani oppure ripartire da zero”, conclude Falcone. “Certo, sarebbe inverosimile che uno scienziato di valore indiscutibile, scelto su criteri di merito e non politici, possa essere paradossalmente messo in discussione per le proprie idee”.

 di Roberta Pizzolante

Fonte: Galileo

fecondazione in vitro

Andrebbero aggiornate ogni tre anni, «in rapporto all’evoluzione tecnico-scientifica», le linee guida per l´applicazione della famigerata legge 40, quella sulla fecondazione medicalmente assistita. Sono quelle che indicano le procedure e le tecniche da applicare, quelle che ad esempio vietano la clonazione, la crioconservazione degli embrioni, la diagnosi pre-impianto. Proprio in questi giorni, deputati della Rosa nel Pugno, dei Verdi, del Pdci, di Rifondazione e di Sinistra Democratica avevano presentato un´interrogazione al ministro della Salute Livia Turco, esortandola ad aggiornare le linee guida, visto che quelle emanate nel 2004, a legge appena approvata, sono scadute nell´agosto scorso.

Ma la clamorosa novità è che forse quelle linee guida non stanno in piedi. Almeno secondo il Tar del Lazio che mercoledì ha accolto il ricorso di un gruppo di associazioni, fra le quali Madre Provetta, Amica Cicogna e Warm, annullando per eccesso di potere le linee guida sulla fecondazione medicalmente assistita.

In particolare, è proprio il capitolo sulla diagnosi pre-impianto ad aver sollevato il no del Tar del Lazio: le linee guida attualmente in vigore prevedono che sia «proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica» e precisano che «ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro, dovrà essere di tipo osservazionale».

Donatella Poretti della Rosa nel Pugno ricorda inoltre altre due importanti sentenze, quella dei Tribunali di Cagliari e di Firenze, «che di fatto hanno considerato illegittimo il divieto della diagnosi preimpianto e l’impianto obbligatorio dei tre embrioni, non presenti nella legge ma nelle sue attuali linee guida».

Ora, come richiesto dal Tar laziale, dovrà essere la Corte Costituzionale a pronunciarsi sulla legittimità delle norme. Intanto, comuqnue, sono soddisfatte le donne delle associazioni che avevano fatto ricorso: «Ritenevamo che fossero inidonee – spiega Filomena Gallo di Amica cicogna – perché non possono introdurre ulteriori divieti rispetto alla legge 40. E il Tar ci ha dato ragione».

F.C.

Fonte: L’Unita’ 23-01-08 


Polmonite, morbillo, diarrea. Tutte malattie evitabili, ma che uccidono ogni giorno nel mondo oltre 26mila bambini sotto i cinque anni. Palma nera ancora una volta all’Africa sub-sahariana e all’Asia meridionale, dove è concentrato l’80 per cento dei decessi del 2006. Sono le cifre dell’ultimo rapporto dell’Unicef “La condizione dell’infanzia nel mondo. Nascere e crescere sani” presentato il 22 gennaio a Roma. I progressi fatti con la diffusione dei sali reidratanti per via orale, da usare nel caso di malattie infettive e diarrea, hanno fatto scendere per la prima volta la mortalità annua da 0 a 5 anni sotto i 10 milioni (9,7 nel 2006). Ma il problema è grande. Le malattie delle vie respiratorie e le conseguenze, dirette e indirette, delle cattive condizioni di gravidanza e parto sono sempre al primo posto tra le cause della mortalità infantile, insieme agli effetti dei conflitti armati. Proprio queste, combinate con la malnutrizione cronica e con la malaria, continuano a fare strage di neonati e bambini. Il 36 per cento dei piccoli sotto i 5 anni muore per complicazioni neonatali, il 19 per cento di polmonite, il 17 per cento di diarrea, l’8 per cento di malaria, mentre il restante 4 e 3 per cento è dovuto a morbillo e Aids.  Progressi ce ne sono stati, ma non in tutti i paesi. Alcuni di quelli in via di sviluppo come Cuba, Sri Lanka e Siria hanno ottenuto i massimi risultati nella riduzione della mortalità infantile. Anche paesi poveri e con difficoltà enormi come Eritrea, Etiopia, Malawi e Mozambico sono riusciti a ridurre di oltre il 40 per cento la mortalità infantile dal 1990 a oggi. Mentre altri, come Sierra Leone e Angola, insieme all’Afghanistan, continuano ad avere i più alti tassi al mondo di mortalità infantile e anche di mortalità da parto: rispettivamente 270, 260 e 257 morti ogni mille nati vivi.In generale, le regioni che non sembrano avviate a raggiungere il quarto obiettivo di sviluppo del millennio (Osm 4), che prevede la riduzione di due terzi della mortalità infantile entro il 2015, sono Medio Oriente e Nord Africa, Asia meridionale e Africa sub-sahariana. Dei 46 paesi dell’Africa sub sahariana, solo Capoverde,  Eritrea e Seichelles sono sulla via del raggiungimento dell’Osm 4.  

Il rapporto, inoltre, mette in evidenza l’impatto positivo di misure salvavita semplici ed economicamente sostenibili, quali l’allattamento esclusivo al seno, le vaccinazioni, l’utilizzo di zanzariere trattate con insetticidi, la somministrazione di integratori di vitamina A. Che però, per essere efficaci, devono essere applicate in maniera continuativa ed erogate in modo capillare in tutte le aree, anche periferiche. Secondo le stime dell’Unicef, nell’Africa sub-sahariana l’applicazione di un pacchetto minimo di interventi essenziali (in grado di ridurre la mortalità infantile di oltre il 30 per cento e la mortalità materna di oltre il 15) potrebbe avere un costo aggiuntivo, rispetto ai programmi attuali, di 2-3 dollari pro capite. E con un costo di 12-15 dollari pro capite sarebbe possibile applicare un pacchetto più completo e continuo nel tempo di interventi, in grado di consentire una riduzione della mortalità infantile e di quella materna del 60 per cento (r.p.).

Fonte: Galileo

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