maggio 2008


Melania Rizzoli è un medico che si è sempre dedicato con passione e cura ai suoi pazienti.

Un giorno la sua vita cambia.

L’11 settembre 2001, data memorabile per altre ragioni, le viene diagnosticato un tumore maligno, di quelli definiti “senza speranza”. Qui comincia la storia dell’autrice, che da medico diventa paziente e ‘si racconta’ nel saggio “Perché proprio a me?”.

Lo sdoppiamento medico/ paziente segue la parabola di una metamorfosi fisica e psicologica e ha le caratteristiche di uno scontro duro e doloroso con la realtà. Si apre una finestra sul profondo senso della vita.

La descrizione della malattia e delle sue fasi è puntuale, fin troppo, commovente e coinvolgente. I lettori che si imbatteranno nelle prime pagine del libro ritroveranno, purtroppo, i ricordi e le sensazioni di storie vissute, chi più da vicino e chi da lontano. Nulla è omesso: sentimenti, sensazioni, percezioni di chi vive la vicenda direttamente e indirettamente, odori e dolori.

Ma disperazione e paura trovano sollievo in un epilogo inaspettato, che è la vittoria della battaglia per la vita e ha il nome di trapianto di cellule staminali.

La paziente ritorna ad essere medico, guarisce definitivamente dal tumore che l’ha colpita e potrà di nuovo sorridere alla vita, come nell’immagine riportata in copertina.

La prefazione al libro è di Umberto Veronesi, che scrive una riflessione ad alta voce sulla domanda “Perché proprio a me?”, ricorrente quasi come un automatismo nei pazienti a cui viene diagnosticato un tumore. La risposta, in verità, non c’è, ma il racconto personale di Melania Rizzoli cerca di trovare un senso alla malattia.

Questo libro è una testimonianza positiva, attraverso cui l’autrice ha voluto rivolgere un messaggio ai malati, a chi ha paura della malattia e, a causa di essa, diventa indifeso, a chi perde la fiducia. E’ un invito a non perdere la speranza e a non arrendersi.

L’autrice devolverà i proventi netti della vendita del suo libro all’AIL, Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma.

2008

pp.240

euro 15,00

ed. Sperling & Kupfer

di Nicoletta Guaragnella

Martedì 27 maggio, dalle 9.30 alle 13.00, presso l’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (P.le A Moro, 7 Roma), verranno presentati i risultati dell’indagine su “Percezione della scienza ed educazione scientifica nelle scuole”, realizzata da Adriana Valente e Loredana Cerbara dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr.

La ricerca esamina le risposte di più di 500 studenti delle scuole medie superiori di Roma e provincia nell’ambito dell’iniziativa “Scienziati e studenti all’Auditorium”, organizzata dall’ Ufficio Stampa del Cnr in collaborazione con l’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’Eni e l’Assessorato alle politiche della scuola della provincia di Roma.

I dati ottenuti serviranno a spiegare quelli che sono gli atteggiamenti e le prospettive dei ragazzi nei confronti della scienza, e le loro esperienze, e di come la loro principale fonte di informazione scientifica resti la scuola, seguita dalla televisione e, solo a grande distanza, da internet.

I ragazzi, inoltre, vorrebbero che le attività di laboratorio fossero più interattive e rivolgono qualche critica anche ai libri di testo. Apprezzati invece musei, festival e mostre dedicati alla scienza, che vorrebbero fossero potenziati.

Fonte: Gravità zero

Le cellule staminali tumorali? “Assomigliano ad una autovettura che ha del carburante e un robusto sistema di freni”.

Con queste parole, lo scienziato Paolo Pandolfi, direttore del programma di genetica del cancro alla Harvard University di Boston, ha descritto il bersaglio cellulare della sua scoperta appena pubblicata sulla rivista Nature.

Un tumore si compone per la maggior parte di cellule neoplastiche e, in parte minore, di cellule staminali. Queste ultime sono le più pericolose, in quanto rimangono silenti, sfuggono ai trattamenti terapeutici e sono responsabili delle recidive.

Il team scientifico di Pandolfi, romano d’origine ma ormai statunitense di adozione, in collaborazione con il Dipartimento di Ematologia di Torino, ha scoperto un farmaco a base di arsenico, in grado di agire sulle cellule staminali tumorali della leucemia mieloide cronica.

Normalmente, le staminali tumorali si trovano in uno stato di quiescenza che le rende non riconoscibili e di conseguenza invulnerabili ai farmaci anti-cancro o alle terapie radio o chemio. L’arsenico, già utilizzato nella medicina tradizionale cinese, dovrebbe essere in grado di “risvegliare” le cellule da questo stato ed indurne la proliferazione, rendendole quindi ‘riconoscibili’ e appetibili bersagli terapeutici.

L’efficacia dell’arsenico è stata testata ‘in vitro’ su cellule leucemiche. Presto, però, si passerà alla sperimentazione sui pazienti. Se l’arsenico funzionerà, si tratterebbe di un nuovo traguardo, dopo il Gleevec, raggiunto nella cura della leucemia mieloide cronica. Nel caso in cui il composto si rivelasse efficace anche su altri tipi di tumore, assisteremmo ad uno dei più grandi e memorabili miracoli della medicina odierna.

di Nicoletta Guaragnella

Si parla spesso di queste strane strutture di carbonio e delle loro potenzialità. Ancora non si sa bene per cosa verranno impiegati, eppure c’è già allerta sulla possibile tossicità dei nanotubi. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Edinburgo (Gran Bretagna), guidati da Ken Donaldson, ha visto come queste strutture possano causare nel topo una patologia simile a quella indotta dalle fibre di amianto, che, quando inalate, provocano cancro al polmone e alle sue membrane di rivestimento. La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero di Nature Nanotechnology.

Secondo quanto descritto nello studio inglese, le strutture lunghe e sottili dei nanotubi risulterebbero troppo grandi per essere fagocitate dal nostro sistema immunitario. Esattamente come accade per l’amianto, dunque, anche le fibre di nanotubi causano infiammazione a livello delle membrane che avvolgono gli organi della cavità toracica e addominale, almeno a livello sperimentale. Scoperti 20 anni fa, i nanotubi di carbonio sono stati da sempre descritti come il materiale sorprendente del ventunesimo secolo. Leggere come la plastica e più forti dell’acciaio, queste strutture di carbonio si perfezionano anche per l’uso in medicina, come veicoli di farmaci, e in elettronica, per lo sviluppo di tecnologie sempre più avanzate.

La precauzione, però, è d’obbligo, anche perché l’impiego di materiali contenenti nanotubi non è ancora diffuso. Si parla di racchette da tennis o parti di biciclette, anche se per ora le industrie non hanno il dovere di specificare l’uso di queste microscopiche strutture. Lo stesso Donaldson precisa che “siamo ancora lontani dal poter dire che i nanotubi causano tumore al polmone o alle membrane di rivestimento degli organi”. Ma i dati sui rischi legati al loro uso sono molto scarsi e lo studio inglese potrebbe essere utile per cominciare a indagare la tossicità dei nanotubi prima che sia troppo tardi.

di Sabina Mastrangelo

Avvicinare il gentil sesso alle materie scientifiche. E’ il nobile scopo che anima “Roberta”, il programma ideato dalla Scuola di robotica del Cnr e dalla Fondazione Mondo Digitale, presentato il 16 giugno scorso nella capitale. Il progetto, già sperimentato con successo in Germania grazie all’appoggio dei Ministeri delle Pari opportunità e dell’Istruzione, mira a promuovere l’interesse delle ragazze verso la scienza attraverso la robotica. E i primi dati sembrano confortanti: secondo uno studio dell’Università di Brema, realizzato con 800 bambine-ragazze che hanno seguito i corsi, gli obiettivi del programma Roberta, cioè promozione dell’apprendimento globale e delle scienze, del lavoro di gruppo, di problemi scientifici e tecnologici, sono stati pienamente raggiunti.

“I robot suscitano nelle studentesse un interesse pratico e il metodo ‘learning by doing’ favorisce l’apprendimento”, ha spiegato Fiorella Operto, collaboratrice dell’Istituto di elettronica e di ingegneria dell’informazione e delle telecomunicazioni (Ieiit) del Cnr di Genova. “Sono stati sperimentati kit robotici specializzati nell’intervento ambientale, proprio per far leva sull’interesse delle ragazze verso i temi ecologici. Le studentesse hanno progettato, costruito e programmato i robot con grande impegno. E se le ragazzine tendono a perdere interesse verso le materie scientifiche nel corso delle scuole medie, il lavoro sui robot ha invece mantenuto vivo l’interesse scientifico associandolo allo sviluppo della manualità e del lavoro cooperativo. Il 94 per cento delle bambine-ragazze che hanno partecipato al progetto lo hanno poi consigliato alle loro amiche”. E infatti il programma ha convinto anche la Commissione europea che nel 2005 ha finanziato il progetto “Roberta goesEU”, per estenderlo ad altri paesi. Sono stati selezionati partner e centri regionali in Austria, Italia, Regno Unito e Svezia, per creare una rete di istituti che adottino la metodologia di Roberta per le loro alunne.

di Roberta Pizzolante

In questi giorni, dal 16 al 18 maggio, la città di Lecce ospita la prima edizione del Festival dell’energia, manifestazione sostenuta dal Comune, dalla Provincia e dalla Regione Puglia.

Parlare di energia oggi è diventata una esigenza oltre che una necessità. Giornali e televisione ci propongono quotidianamente questioni e aspetti legati al futuro energetico del nostro pianeta: non ci è più consentito ignorarli. Per questo i cittadini devono sentirsi chiamati a farsi una opinione su cosa sia l’energia oggi e cosa significhi occuparsi di energia in questo millenio.

Il Festival dell’energia si propone di divulgare una informazione corretta su tematiche come il global warming e i cambiamenti climatici, il nucleare, il divario energetico tra Nord e Sud del mondo o le fonti di energia rinnovabili. Il percorso divulgativo prevede mostre interattive, laboratori, giochi, proeizioni cinematografiche, seminari e dibattiti. L’intento è quello di avvicinarsi ad un pubblico eterogeneo in maniera diretta e creare un dialogo con gli esperti del settore. Il tutto in una cornice inusuale rappresentata dalle strade e dai luoghi della città. 

Inviare messaggi di testo con il cellulare costa quattro volte di più che trasmettere dati dal telescopio Hubble. Lo rivelano i calcoli di un ricercatore dell’Università di Leicester
Mandare un sms dal proprio cellulare? Ha costi davvero astronomici, è il caso di dire. Costa infatti quattro volte di più che scaricare dati dal telescopio Hubble, in orbita intorno alla Terra. Almeno secondo i calcoli di Nigel Bannister, astrofisico dell’Università di Leicester (Gb), che ha comparato la spesa della Nasa per scaricare i dati da Hubble con quello di 7 centesimi di euro (in media, almeno in Gran Bretagna) per mandare un messaggio di testo.
“Un messaggio può contenere al massimo 160 caratteri, che occupano in tutto 140 byte, visto che ciascun carattere pesa 7 bit”, spiega Bannister. Il ricercatore ha calcolato che per trasmettere via cellulare un megabyte (1.048.576 byte) di informazioni sarebbero necessari 7.490 messaggi di testo, con una spesa di 535,10 euro. Cioè 4,4 volte maggiore della stima più pessimistica dei costi di trasmissione dal telescopio Hubble per la stessa quantità di dati (121,45 euro per megabyte).
In realtà è difficile avere una stima precisa della spesa sostenuta dalla Nasa per ottenere questi dati, ma il costo della trasmissione dei byte dal telescopio alla prima stazione di contatto a Terra (escludendo la spesa per il loro rinvio al centro Nasa) è di appena 12,65 euro per megabyte. Una cifra decisamente inferiore, in proporzione, a quella che spendono due amici per darsi un appuntamento. (r.p.)

Fonte: Galileo

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