giugno 2008


 Che gli uomini siano più avvezzi alle tecnologie non è una novità. Ma oltre a essere più smanettoni con il computer, il cosiddetto sesso forte è anche più propenso a condividere online dei contenuti. È quanto emerge da un’indagine condotta dai ricercatori della Northwestern University tra 1060 studenti dell’università dell’Illinois di Chicago e pubblicata su “Information, Communication and Society”.

Lo studio, parte del Web Use Project che indaga l’utilizzo di internet e il suo contributo all’equità sociale, ha rivelato che gli uomini condividono più frequentemente il frutto del proprio lavoro creativo su Internet di quanto non facciano le donne, anche se i due sessi si cimentano in attività creative in ugual misura. La rete quindi non si presenta come un campo da gioco paritario e ciò per diversi fattori. “Credere di non avere delle abilità in questo campo trattiene le ragazze dal mettere online il loro contenuto creativo”, spiega Eszter Hargittai, docente di comunicazione alla Northwestern e uno degli autori dello studio. Altri fattori responsabili possono essere la mancanza di fiducia nella qualità del proprio lavoro o preoccupazioni riguardo alla privacy.

Nella prima fase dello studio, i ricercatori hanno analizzato la produzione di opere creative in generale, trovando che in media due maschi su tre e due femmine su tre si cimentano in scrittura creativa, fotografia artistica, creazione di video, film o musica. Ma se la produzione è equamente distribuita, non è così per la condivisione online. Sul campione totale, il 61 per cento ha dichiarato di svolgere almeno un tipo di attività creativa. Di questa parte del campione, il 56 per cento ha detto di postare almeno qualcuno dei propri lavori su Internet. Con delle differenze però tra i due sessi. Almeno due terzi dei ragazzi presi in esame ha dichiarato di condividere il proprio lavoro, contro metà delle donne. I ragazzi sono disposti a inserire online musica da loro creata o re-mixata con una percentuale più che doppia rispetto alle ragazze. E sono anche molto più propensi a mettere online film o video fatti in casa. (r.p.)

Fonte: Galileo

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Prima di uscire dall’uovo, i piccoli di coccodrillo emettono dei richiami: si tratta di richiami che servono ad accordarsi sul momento della schiusa con i fratelli nelle altre uova del nido e a richiamare l’attenzione della madre. E’ questo il significato di un comportamento che finora era stato oggetto solo di resoconti aneddottici e che ora stato spiegato da Amélie Vergne e Nicolas Mathevon dell’Università Jean Monnet a Saint-Etienne in un articolo pubblicato su Current Biology.

E’ noto che i piccoli di coccodrillo emettono suoni poco prima della schiusa, ma finora non era chiaro il motivo di queste vocalizzazioni. Per scoprirlo le ricercatrici hanno suddiviso delle uova di coccodrillo che avrebbero dovuto schiudersi entro 10 giorni in tre gruppi: a uno di essi sono state fatte sentire registrazioni di richiami pre-schiusa, al secondo registrazioni di rumori di disturbo, mentre il terzo è stato tenuto in isolamento sonoro fino alla schiusa.

Le uova del primo gruppo spesso rispondevano allo stimolo sonoro e si notavano movimenti; alla fine tutte le uova si sono schiuse nell’arco di 10minuti dal momento della proposizione della registrazione. Nel gruppo che ascoltava rumori solamente uno si è schiuso in risposta allo stimolo, e le altre si sono schiuse in un arco di cinque ore.

Anche il comportamento delle mamme coccodrillo è stato testato in modo analogo per controllarne la risposta allo stimolo. “Possiamo supporre che il sincronismo della schiusa sia di importanza vitale per i coccodrilli”, dice Mathevon. “In effetti, fra di essi la massima mortalità si verifica proprio all’inizio della vita e le vocalizzazioni della schiusa potrebbero anche attirare i predatori. Per questo la presenza dell’adulto in prossimità del nido e la sua risposta alle vocalizzazioni dei piccoli può offrire protezione dai potenziali predatori. In questo senso è importante che tutti i piccoli del nido siano pronti a uscire dall’uovo nello stesso momento, per poter ricevere tutti l’aiuto e la protezione dell’adulto.”

Fonte: Le Scienze

 

E’ stato progettato dallo spin off Cnr Agorasophia, la Domus Archimedea, il primo e unico museo scientifico interattivo della Sicilia dedicato alle origini della scienza e della tecnica e incentrato sulla figura e le scoperte di Archimede, destinato a sorgere proprio nel “cuore” della città di Siracusa, nello storico palazzo prospiciente il Duomo che per novant’anni ospitò il Museo Archeologico Nazionale “Paolo Orsi”.

L’inaugurazione avverrà domani (24 giugno) con un convegno dal titolo “Archimede e le sue fortune”, che si svolgerà presso l’Università di Messina e ripercorrerà attraverso il contributo di alcuni dei maggiori studiosi nazionali e internazionali il ruolo determinante di Archimede nella storia della scienza e della cultura.

L’occasione è offerta dalla ricorrenza del ritrovamento – circa un secolo fa in una biblioteca di Istanbul, del “palinsesto di Archimede”- l’insieme delle celebri pergamene contenenti alcune opere del grande studioso, ancora oggi oggetto di studio da parte di gruppi di ricerca internazionali.

La Domus Archimedea si presenta con 24 exhibit interattivi ed un planetario. Sarà quindi l’approccio “hands-on” tipico dei più moderni science centers internazionali, rigorosamente basato sull’interazione dei visitatori con gli oggetti e le installazioni proposte, partecipazione attiva e “totale” coinvolgimento intellettuale “mind’s on”.

Fonte: Gravità Zero

Si chiama neuroeconomia la neuroscienza applicata alla ricerca di mercato. Le nostre scelte verso un prodotto piuttosto che un altro possono essere calibrate apposta per stimolare la nostra mente. Lo attestano i primi risultati di una ricerca condotta all’Istituto scientifico Life & Brain di Bonn.

A prestarsi da cavia una giornalista della versione on-line del noto settimanale di Amburgo, Spiegel. Una macchina per la tomografia è stata utilizzata per rivelare le reazioni del cervello in seguito a determinate stimolazioni. L’esperimento è consistito in tre fasi. Una prima fase in cui alla paziente sono state mostrate immagini con punti rossi allo scopo di indovinarne il numero, ad esempio più o meno di venti. A risposta esatta, la paziente vinceva un premio in soldi virtuali. Nella seconda fase, la paziente è stata posta davanti ad immagini di prodotti, offerte speciali e sconti. Infine, nella terza fase, sono state registrate e analizzate le reazioni della paziente a seguito degli input ricevuti.

Dallo studio è emerso che fattori diversi influenzano le reazioni del consumatore. Tra questi, la quantità di denaro di cui si dispone -più se ne ha, più si è portati a spendere-, le offerte speciali, che sono di stimolo all’acquisto, i colori che possono determinare condizionamenti e anche bei testimonial di entrambi i sessi. Mediamente, però, soltanto il 10% dei prodotti proposti ha sollecitato il cervello della paziente come potrebbero farlo il gusto della cioccolata o l’istinto sessuale.

Se la scienza non si tirerà indietro di fronte alla sfida del neuromarketing, le leggi del mercato potrebbero essere rivoluzionate. Sembra, infatti, che lo shopping abbia il potere di disattivare le funzioni razionali.

di Nicoletta Guaragnella

Nella scienza non esistono miracoli!

Questo è il messaggio che da anni viene diffuso da ricercatori di tutto il mondo, soprattutto quando si parla di cellule staminali. Un argomento che, per chi vive nel duro mondo delle malattie genetiche, suscita tante speranze quanto cela insidiosi pericoli. Purtroppo, la diffusione delle “cliniche della speranza” in paesi come la Cina, la Thailandia, l’Ucraina o il Brasile, sta assumendo una dimensione sempre più incontrollabile, minando la credibilità della scienza stessa. Si tratta di quelle “cliniche”, meglio definibili come “centri di dubbia origine”, in cui per 10-20 mila di euro ti promettono di sconfiggere patologie come la distrofia muscolare o la sclerosi con iniezioni di presunte cellule staminali. Inutile dire che è tutta un’enorme bufala, con conseguenze che potrebbero rivelarsi gravissime.

Per combattere questo torbido mercato delle “false promesse”, e arginare il cosiddetto “turismo da cellule staminali”, la Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali (International Society for Stem Cell Research – Isscr) ha deciso di stilare delle Linee Guida contro le truffe a base di staminali. A mettere nero su bianco gli avvertimenti sarà un gruppo di scienziati, bioeticisti e tecnici, con un vademecum che servira’ a mettere in guardia i pazienti consentendogli di distinguere tra sperimentazioni con fondamento scientifico e pericolose truffe.

L’annuncio di questa nuova importante iniziativa da parte della comunità scientifica internazionale è stato dato ad un convegno tenutosi i giorni scorsi a Philadelphia. Tra gli scienziati coinvolti nella stesura delle Linee Guida compare anche Giulio Cossu (ricercatore al San Raffaele di Milano) noto per i suoi studi sui mesoangioblasti come fonte di una possibile terapia contro la distrofia muscolare di Duchenne.

di Francesca Ceradini

    L’attività antidepressiva di Hypericum perforatum, meglio noto come erba di San Giovanni, non servirebbe per trattare la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) nei bambini. A dimostrarlo è stato uno studio condotto su 54 bimbi, di età compresa tra sei e 17 anni, guidato da Wendy Weber, un medico naturopata della Bastyr University di Kenmore, Washington, Usa. La ricerca è stata pubblicata sul numero di giugno del Journal of the American Medical Association (Jama).

 

Lo studio è stato condotto tra il 2005 e il 2006 a seguito della decisione della Food and Drug Administration americana di approvare il discusso farmaco atomexetina per il trattamento della Adhd. I ricercatori della Bastyr University sapevano che uno dei componenti attivi dell’iperico, l’iperforina, aveva gli stessi effetti dell’atomexetina e hanno voluto valutare l’efficacia di questa pianta sui bambini. Alla fine del trattamento, durato otto settimane, i ricercatori non hanno trovato alcuna differenza, nel trattamento della sindrome, tra i bambini a cui era stata somministrata l’erba di San Giovanni e quelli trattati con placebo. La mancanza di attività dell’iperico sarebbe dovuta, secondo gli autori, al processo di ossidazione a cui l’iperforina va incontro quando si producono le pillole. Secondo i ricercatori, dunque, una diversa formulazione potrebbe risultare utile.

 

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività colpisce dal tre al 12 per cento dei bambini negli Stati Uniti. Quasi il 30 per cento di questi non rispondono alle terapie con farmaci convenzionali. Per questo spesso le famiglie cercano rimedi naturali per la cura. Ma non sempre l’efficacia e la sicurezza, per gli integratori naturali, sono provate. “Questa ricerca dimostra come sia importante lo studio rigoroso anche delle terapie alternative”, ha dichiarato Eugenia Chan, direttore del programma Adhd dell’ospedale pediatrico di Boston, Usa. “Gli integratori naturali sono simili ai farmaci convenzionali e non c’è nessuna ragione per cui non debbano essere studiati con le stesse metodologie”.

 

di Sabina Mastrangelo

E’ stata giudicata dalla Royal academy britannica l’invenzione più intelligente del 2008. Parliamo della mano bionica progettata dalla Touch Bionics.

La protesi più evoluta in commercio ha già cambiato la vita a oltre 200 persone, ha permesso a numerose persone di ricominciare a compiere movimenti che per molto tempo sono stati impossibili.

E’ stata usata anche dai soldati americani che hanno perso gli arti nella guerra in Iraq.

I-Limb è stata messa a punto dalla Touch Bionics, un’azienda con sede a Mid Calder, in Scozia, ed è il frutto di 40 anni di studi. Somiglia in tutto e per tutto ad una mano vera. E la cosa incredibile è che non bisogna andare dal chirurgo per impiantarla perchè può essere facilmente indossata.

Il progetto e’ stato avviato nel 1963 con lo scopo di aiutare i “figli della talidomide”, quei bambini nati senza arti o focomelici da madri che avevano assunto quel medicinale usato come anti-nausea e ipnotico prima che venissero alla luce i terribili effetti collaterali.

La mano bionica è costituita da un materiale plastico molto resistente e, nello stesso tempo, leggero. Funziona grazie ad un meccanismo molto semplice, come spiega Stuart Mead, Ceo di Touch Bionics: “Due elettrodi attaccati alla pelle rilevano i segnali mioelettrici che provengono dalla contrazione dei muscoli del corpo e vengono usati dal computer all’interno della mano, che interpreta questi segnali e controlla i movimenti”.

La protesi in questione è stata premiata dalla prestigiosa Royal academy of engineering inglese come la più evoluta fra tutte. Migliore quindi di quelle della Nasa e della Darpa, che stanno perfezionando ancora le loro creazioni in laboratorio. Per questo la mano bionica dell’azienda inglese ha ricevuto un’importante riconoscimento: il MacRobert award.

La Touch Bionics sta ora lavorando per migliorare il design della mano, per renderla ancora più simile a quelle reali. Il prossimo passo sarà la realizzazione di un braccio bionico, che funziona come i-Limb.

E per chi volesse vedere da vicino la mano bionica, da domani sarà esposta al Science Museum di Londra!

F.C.

Fonte: ScienzeTV

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