agosto 2008


La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base
Di Giorgio Cosmacini – Raffaello Cortina Editore 2008
pp. 124
Euro 14,00

Con alle spalle oltre cinquant’anni di professione medica, decenni d’insegnamento sulla teoria e la storia della medicina e innumerevoli pubblicazioni su questi e altri argomenti affini, Giorgio Cosmacini si è preso la libertà di scegliere per il suo più recente lavoro un titolo provocatorio. Un titolo che, all’apparenza, potrebbe compiacere i sostenitori di tutta quella congerie di medicine alternative che si basano più sull’ascendente che sanno esercitare sul malato che sulla verifica sperimentale di ipotesi e terapie.

Niente di più sbagliato. Perché, come è chiaro fin dal sottotitolo, la medicina – che si voglia chiamarla pratica, tecnica o, come preferisce l’autore, arte della cura – ha solide basi scientifiche accumulatesi nel corso dei millenni, a partire dalla Grecia arcaica in cui i medici erano anche fisici, ossia studiosi della natura (una terminologia che curiosamente si è conservata nei paesi anglosassoni, dove il medico si chiama ancora physician).

Allora perché affermare, paradossalmente, che «la medicina non è una scienza»? La risposta è nello stesso tempo semplice e complessa: «Perché – scrive l’autore – la medicina non è riducibile alle sue scienze di base e alle tecniche generate da esse». E più avanti chiarisce: «Esse possono aiutarlo a fare il medico, ma non a essere medico in senso antropologico ed etico». Un richiamo forte, soprattutto in tempi come i nostri in cui il medico, da un lato, ha a disposizione tecniche e strumenti che gli consentono di inseguire risultati un tempo impensabili e, dall’altro, si trova a dover combattere con le forze di mercato, le esigenze amministrative e le pressioni sociali.

Ma per spiegare più a fondo quanto la medicina sia qualcosa «di più» rispetto alle altre scienze l’autore ricorre al sempre efficace strumento del confronto, dedicando gran parte del volume a un excursus storico – che ha il raro pregio di essere contemporaneamente conciso ed esauriente – delle varie scienze di base che hanno arricchito la medicina portandola all’attuale livello scientifico e tecnico.

Prima è la più antica e nobile di queste scienze, la fisica, che oltre agli incommensurabili contributi di Ippocrate e Galeno ha donato alla medicina il metodo galileiano delle «sensate esperienze e certe dimostrazioni», e via via tecniche e strumenti sempre più raffinati. Si passa poi alla chimica, moderna figlia dell’alchimia medievale, che con le sue branche della farmacologia e della biochimica ha fornito alla medicina preziosi strumenti di cura, ma l’ha anche mandata a occupare i delicati settori che hanno a che fare con l’industria del farmaco, dove vigono le rigide regole del mercato e del profitto. Conclude la terna delle classiche «ancelle» della medicina la biologia, la meno antica ma anche la più feconda di straordinari risultati, soprattutto se si pensa che fra le prime grossolane osservazioni di una cellula al microscopio e la definizione della struttura del DNA non sono passati neppure tre secoli, nel corso dei quali si sono scoperti gli agenti microbici delle malattie, è stata messa a punto la teoria dell’evoluzione, si sono scoperte le leggi dell’ereditarietà. Tutto questo ha poi portato alla genetica molecolare, alla moderna immunologia, alla genomica e all’ingegneria genetica, alimentando l’ambizione di poter dar vita a una medicina personalizzata.
Ecologia ed economia sono invece le due nuove discipline di cui la medicina attuale deve, spesso suo malgrado, tenere conto. Della prima perché non solo vi è una distribuzione geografica e socio-economica delle malattie, ma anche perché l’attività umana ha fatto aumentare a dismisura le patologie connesse all’inquinamento e ha intensificato le emergenze ambientali. Della seconda perché c’è ormai un rapporto molto stretto tra la gestione delle risorse economiche e la tutela della salute pubblica, un rapporto in cui tra efficienza ed efficacia a volte fanno fatica a farsi strada l’equità e l’etica, due criteri che dovrebbero sempre far parte del bagaglio professionale e culturale del medico.

Fonte: Le Scienze

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Invece di nascondere i denti sotto il cuscino come fanno i bambini, oggi negli Stati Uniti si pensa ad estrarli prima che cadano in modo da poter sottrarre la polpa dentale, ricca di cellule staminali adulte.

La polpa dentale, sia dai denti da latte che i bimbi perdono tra i 6 e i 12 anni che dai denti definitivi degli adulti, è ricca di cellule staminali capaci di trasformarsi in diversi tipi di tessuti. Grazie a diversi studi alcuni scienziati hanno dimostrato la capacità di queste cellule di generare nuovi nervi, ossa, cartilagine  e denti dopo il loro trapianto sulla gengiva di alcuni animali. Nasce così l’idea di crioconservare in azoto liquido le cellule staminali della polpa dentale dei denti dei propri figli. Negli Stati Uniti sono già due banche a proporre questo servizio e si prevede che per l’anno prossimo sarà un servizio consigliato direttamente dal proprio dentista.

Molti genitori conservano già le cellule staminali del sangue del cordone ombelicale, le cui cellule hanno mostrato efficacia nel trattamento di alcune malattie del sangue ora si lavora per sviluppare altri trattamenti terapeutici. Quelle dei denti sono cellule adulte e hanno meno possibilità di applicazione rispetto a quelle embrionali, ma come quelle del cordone ombelicale, non creano problemi etici. Ad oggi, comunque, non ci sono ancora certezze sull’applicazione delle cellule staminali della polpa dentale, gli studi sono in corso. Si sta verificando se queste cellule possano essere utilizzare non solo per uso autologo (sulla stessa persona) ma anche per uso allogenico (su altri beneficiari diversi).

Fonte: ADUC

BUONE VACANZE A TUTTI
CI RISENTIAMO VERSO INIZIO SETTEMBRE !

I virus si infettano anche tra di loro. Lo rivela lo studio di un gruppo di ricercatori francesi, dell’Universitá del Mediterraneo di Marsiglia, pubblicato il 7 agosto su Nature. 

La scoperta è stata fatta durante l’osservazione al microscopio del virus gigante Acanthamoeba polyphaga, della comune famiglia dei “mimivirus” (chiamati così perché si mimetizzano in mezzo ai microrganismi da loro infettati). Gli scienziati hanno notato  notato che al virus se ne attaccava un altro molto più piccolo, subito ribattezzato Sputnik come il primo satellite mandato in orbita dall’Unione Sovietica nel 1957.

I patogeni virali che infettano i batteri si chiamano “fagi” o “batteriofagi”, ma finora non si conosceva alcun virus infetta-virus. Sputnik è il primo esempio di una nuova famiglia di virus battezzata dai ricercatori “virofagi” appunto perché infettano virus. Le sue caratteristiche sono proprio quelle di un virus parassita: in primo luogo non è in grado di infettare da solo il batterio Acanthamoeba ma può farlo solo in presenza del mimivirus che tipicamente infetta questi batteri, in secondo luogo la presenza di Sputnik è nociva per il mimivirus in quanto questo non riesce più a infettare bene il batterio e a riprodursi al suo interno. Inoltre, osservando il Dna di Sputnik, i virologi francesi hanno scoperto che nel suo patrimonio genetico si riscontravano tracce sia del corredo genetico del virus ospite oltre che dell’organismo infettato da entrambi i virus.

Si tratta di una scoperta inaspettata e molto importante perché rivoluziona il mondo dei virus fino ad oggi conosciuto. Una delle ipotesi esposte dai ricercatori francesi è che l’infezione tra virus potrebbe essere il modo che questi microrganismi hanno per barattare materiale genetico e dunque per evolversi. La notizia
riaccende inoltre il dibattito sulla natura dei virus: sono esseri viventi o meno? “Il fatto che un virus si ‘ammali’ a causa di un altro virus è forte indizio che questi microrganismi siano effettivamente degli essere viventi”, ha commentato Jean-Michel Claverie, virologo del CNRS francese di Marsiglia.

Francesca Ceradini

 

 

Scoperto nell’isola caraibica Barbados il serpente più piccolo del mondo: è lungo 10 centimetri e largo quanto uno spaghetto.

La scoperta, fatta da Blair Hedges – biologo della Penn State University degli Stati Uniti – è stata pubblicata dal giornale Zootaxa. Il rettile è stato chiamato Leptotyphlops carlae e risulta essere il più piccolo tra le 3.100 specie di serpenti conosciute. Le femmine producono solo un uovo alla volta, mentre altre specie ne possono deporre fino a 100. Hedges ritiene che il serpentello si nutra di termiti e viva solo sull’isola Barbados.

Non si tratta di una scoperta in assoluto. Tempo fa, infatti, vennero trovati tre esemplari della stessa specie, oggi conservati al museo di Storia naturale di Londra e in un museo della Martinica. I tre rettili, comunque, non sono mai stati identificati correttamente per la difficoltà di classificare una nuova specie quando il nuovo organismo è così piccolo.

Il Leptotyphlops carlae rischia però di estinguersi presto visto che il 95 per cento dell’isola è ormai rimasta senza alberi e tante sono le minacce per la foresta rimasta.

Francesca Ceradini

 

Un gruppo di ricercatori del Massachusset Institute of Technology (Mit) di Boston, guidato dall’italiano Marco Ramoni, ha sviluppato un software mediante il quale è possibile trasformare l’attività del nostro codice genetico in musica. Lo scopo finale è di utilizzare “la musica dei geni” per diagnosticare l’eventuale presenza di malattie. Quest’originale studio è stato pubblicato su Technology Review, magazine del Mit.

Il programma, creato da Gil Alterovitz, è in grado di convertire in suoni la struttura delle proteine e le regolazioni del genoma. Se la melodia che ne risulta è armoniosa significa che il soggetto in esame è sano. Al contrario, una composizione musicale stonata sta a indicare la presenza di una patologia.

 

L’idea di base è di utilizzare il software per diagnosticare tumori, malattie infiammatorie e altri processi biologici che necessitano di una rapida identificazione. Per lo studio i ricercatori hanno sperimentato la nuova metodica su pazienti con cancro al colon. Partendo dall’analisi di più di 3000 geni  noti per essere associati a questo tipo di tumore, gli scienziati del Mit sono riusciti a tradurre l’espressione di questi geni in combinazione di note fino a creare una “musica genetica”.

Per realizzare il progetto i ricercatori hanno preso spunto dalla teoria musicale di Pitagora, elaborata circa 2500 anni fa e basata sul principio che il numero è il modello originario di tutte le cose.

 

Francesca Ceradini