settembre 2008


Si è concluso a Roma il World Social Summit ‘Fearless’ -dialoghi per combattere le paure planetarie- evento sostenuto dal Presidente della Repubblica Italiana e patrocinato dal Ministero degli Esteri.

L’obiettivo dell’incontro era quello di stimolare una riflessione sulle paure che colpiscono la società mondiale e sulle possibili soluzioni per combatterle.

Premi Nobel, studiosi, ricercatori ed economisti si sono raccolti attorno ad una tavola rotonda per una analisi attenta ed un confronto multidisciplinare e auspicabilmente costruttivo sulle PAURE. Tra i relatori, il sociologo Zygmunt Bauman, l’economista premio Nobel Gary Becker, lo scienziato Edoardo Boncinelli, il filosofo Salvatore Natoli, l’architetto Massimiliano Fuksas.  

Globalizzazione, cambiamenti climatici, disoccupazione, inadeguatezza e malattia sono risultati tra le paure più ricorrenti delle popolazioni. Ma il primo posto se lo è aggiudicato la tecnologia, come evidenziato dal rapporto Censis, presentato in occasione del summit. E’ interessante notare come la tecnologia, che in teoria dovrebbe regalarci benessere e quindi farci vivere meglio, diventi paradossalmente motivo di ansia. Forse per la difficoltà che si riscontra nel starle al passo? O perché è accaduto spesso che essa si ritorca contro l’uomo stesso che la ha generata? La verità emersa è che la tecnologia fa paura. Anche la scienza non è sembrata essere da meno: “spaventa perché è novità” ha dichiarato Boncinelli nel suo intervento, portando l’esempio che il patrimonio genetico dell’uomo è noto solo per il 3%, il resto è ancora tutto da scoprire.

Lo scienziato sottolinea, comunque, che la paura viene spesso utilizzata come strumento di controllo sociale. Così intesa, essa diventa il più grande ostacolo verso ciò che non si conosce. E’ per questo che per non correre il rischio di restare ‘ignoranti’ occorre acquisire una educazione alla individuazione delle paure e alla percezione dei pericoli ad esse legati. In proposito, il Summit Fearless si è reso promotore di metodi, tecniche e strategie sul caso. Come evidenziato all’unanimità, il fattore su cui bisognerà lavorare in futuro per la realizzazione di un progetto di educazione sociale sarà il contesto. Ripristinare un contesto ‘fearless’ o, in altre parole, il welfare a livello mondiale potrebbe essere l’inizio di una guerra alla paura.  

 

di Nicoletta Guaragnella   

Una delle più avanzate realtà per quanto riguarda le cellule staminali, l’University of Massachusetts Medical School, ha preso una decisione estremamente importante per il settore: rendere online e di pubblico accesso uno dei più vasti e completi database su questo argomento.

La ISCR ha attivato questo servizio focalizzandosi sulle informazioni legate alle varie cellule staminali embrionali (hESC), delle quali possono essere ricercate online le proprietà e le potenzialità di impiego, oltre che vari dati per ottenerle (con dettagliate referenze su quale linea di hESC appartengano).
La mission del sito web è quella di dare supporto ai ricercatori, alla costante ricerca di informazioni per i propri studi scientifici, ma anche ai pazienti che potrebbero usare il database per informarsi sui benefici (o anche sulle controindicazioni) esistenti riguardo alcuni loro usi, e dottori, in grado così di seguire l’evolversi della ricerca, per tenere sempre aggiornati i malati che seguono.

Il Dr. Susan Windham-Bannister, presidente e CEO del centro responsabile di questa pubblicazione, ha dichiarato che il lancio di questo registro di cellule staminali rappresenta un punto d’arrivo per il Commonwealth, perché l’aiuterà ad acquisire prestigio in ambito internazionale; inoltre, un’iniziativa del genere accelererà le ricerche già iniziate proprio nel Massachusetts, aumentando così i potenziali impatti benefici che i risultati potrebbero avere nella salute delle persone.

Link al database

Fonte: Bioblog

Le patologie cardiovascolari costituiscono un terzo di tutte le cause di morte. Ma prevenirle è possibile.

 

 

Diciassette milioni di vite umane: è il tributo che il mondo paga ogni anno alle malattie dell’apparato cardiocircolatorio. Infarto, ictus, che insieme uccidono tredici milioni di persone, e le altre patologie cardiocerebrovascolari costituiscono la prima causa di morte nel mondo, e sono responsabili di un terzo della mortalità globale (dati OMS 2005). Se il trend non si interromperà, si calcola che nel 2015venti milioni di persone moriranno per queste malattie.

Eppure, almeno l’80% di queste morti potrebbero essere evitate solo modificando i principali fattori di rischio cardiovascolare: l’uso di tabacco, la dieta scorretta, l’inattività fisica. Proprio “Conosci il tuo rischio?” è lo slogan della Giornata Mondiale del Cuore 2008, che si svolgerà il 28 settembre. Le attività della Giornata mondiale del cuore, organizzate dalla World Heart Federation, con l’egida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, in più di 100 paesi, comprendono controlli gratuiti, incontri scientifici, mostre, lezioni di ginnastica, passeggiate, maratone, concerti.

Intanto, la ricerca va avanti: durante l’ultimo congresso della Società Europea di cardiologia, che si è appena concluso a Monaco, sono stati individuati nuovi parametri che potrebbero misurare il rischio di eventi cardiovascolari maggiori, cioè infarto e ictus. E sono anche stati presentati nuovi farmaci.

 

 

Non solo colesterolo

 

Che il rapporto tra colesterolo LDL e HDL consenta di definire il rischio cardiovascolare è fatto assodato. Ma secondo un nuovo studio, condotto su oltre 27 mila persone e pubblicato su Lancet, questo parametro consentirebbe di individuare solo il 37% del rischio cardiovascolare del soggetto. La ricerca, condotta da Matthew McQueen, dell’Università di Mc Master in Canada, ha invece puntato i riflettori sul rapporto tra la lipoproteina APOß e la APOA1. Questo nuovo test potrebbe essere utilizzato in particolari popolazioni di pazienti.

 

Uno studio del dipartimento di sanità pubblica finlandese, condotto su 22 mila persone, ha dimostrato che alti livelli di trigliceridi nel sangue sono correlati ad un aumento del rischio di infarto, indipendentemente da altri fattori. Un alto livello di trigliceridi è spesso associato a un basso valore di HDL, soprattutto nelle persone in sovrappeso e con una dieta scorretta. In ogni caso, per correggere questi valori, la ricetta non cambia: alimentazione sana e movimento.

 

 

Questione di polso

 

Dieta e attività fisica sono anche il metodo per abbassare le pulsazioni. Lo studio Beautiful, condotto su 11 pazienti con scompenso cardiaco in fase iniziale e pubblicato su Lancet, ha dimostrato che tenere la frequenza cardiaca sotto i 70 battiti al minuto riduce del 36% il rischio di infarto e del 30% quello di un intervento alle coronarie. Il medico, quindi, dovrà ricordarsi di sentire il polso a tutti i suoi pazienti.

 

Cuore in fiamme

 

Altri “indiziati speciali” come markers del rischio cardiovascolare sono alcune sostanze che si liberano nell’infiammazione: l’adiponectina e la proteina C reattiva. La prima è una proteina prodotta dagli adipociti, che cala nel diabete e nell’obesità. Bassi livelli di adiponectina sono associati all’incremento del BMI, del rischio cardiovascolare, dell’incidenza di infarto.

La proteina C reattiva è stata recentemente inclusa dal Centro per il Controllo Malattie di Atlanta e dall’American Heart Association tra i fattori di rischio in aggiunta a quelli classici.

 

Farmaco anti – ictus

 

Un nuovo farmaco antiaritmico che agisce sulla fibrillazione atriale, condizione che interessa mezzo milione di persone solo in Italia e che è una delle principali cause di ictus. Si tratta del dronedarone, testato per quasi 20 anni su 4500 persone, nel corso dello studio Athena. Il dronedarone riduce il rischio di ictus del 34% contro placebo nell’ambito del trattamento standard che prevede la somministrazione di anticoagulanti e antiaggreganti. La fibrillazione atriale viene oggi trattata, oltre che con questi farmaci, con l’ablazione, che spegne gli impulsi incontrollati che confondono il ritmo cardiaco. Se il cuore non batte regolarmente, il sangue tende a ristagnare negli atri, formando coaguli che possono arrivare sino ai vasi cerebrali, bloccandoli.

 

Farmaco pro – HDL

 

Sino ad oggi i farmaci ipocolesterolemizzanti abbassavano il livello di colesterolo totale e/o quello delle LDL. Ora sono allo studio farmaci che dovrebbero alzare il colesterolo buono. Risultati ha dato la niacina (vitamina B3) che però, alle dosi usate, è mal tollerata, ma potrebbe essere somministrata in nuove formulazioni. Lo studio SEACOST (Safety and Efficacy of a combination of Extended Release Niacin and Simvastatin in Patients with Dyslipidemia) ha associato, in 600 pazienti, le statine alla niacina a lento rilascio, rilevando un aumento dopo sei mesi del colesterolo buono superiore a quello dei volontari trattati con la sola statina.

 

L’olio di pesce contro lo scompenso cardiaco

 

Due studi indipendenti, ma condotti insieme, hanno dimostrato l’utilità dell’assunzione di un grammo di olio di pesce nella riduzione la mortalità e l’ospedalizzazione per cause cardiovascolari nei pazienti con scompenso cardiaco. Si tratta del progetto “GISSI HF”, condotto in Italia dall’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri (AMCO), dall’Istituto Mario Negri, da Consorzio Mario Negri Sud. I risultati, pubblicati con grande risalto su Lancet, accompagnati da un editoriale, sono tanto più sorprendenti perché sinora non si erano trovati farmaci efficaci nello scompenso cardiaco.

Lo studio ha arruolato 7000 pazienti con scompenso cardiaco, e si articolava nella prova di efficacia di due farmaci: gli acidi grassi polinsaturi (n-3 PUFA) e la rosuvastatina.

Nel gruppo trattato con una capsula al giorno di  n-3 PUFA, il numero delle morti è stato di 955 (27%), contro 1014 (29%) del gruppo placebo. Ciò significa una riduzione del 9% del rischio relativo. Le ospedalizzazioni sono state 1981 (57%) nel gruppo n-3 PUFA contro 2053 (59%) nel gruppo placebo, il che corrisponde ad una riduzione del rischio relativo dell’8%. Inoltre, nel gruppo che assumeva l’olio di pesce si è verificata una riduzione del 28% dell’ospedalizzazione per aritmie. Al contrario, la rosuvastatina non si è rivelata efficace nei pazienti con scompenso cardiaco.

 

                                                                                                                      Michela Molinari  

Si celebra oggi 21 settembre 2008 la Giornata Mondiale Alzheimer, giunta alla sua quindicesima edizione. L’evento rappresenta un momento di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento collettivo rivolto alla comunità mondiale.

L’Alzheimer ha compiuto centouno anni e continua a rappresentare una delle maggiori sfide sanitarie e sociali del nostro tempo oltre che una delle più preoccupanti minacce:oggi le persone colpite da questa malattia sono 24 milioni in tutto il mondo, di cui più di 500mila solo in Italia – il 20 % della popolazione al di sopra dei 65 anni – e si stima che raddoppieranno nei prossimi vent’anni.

A questi numeri si aggiungono i 10.600 euro all’anno, ovvero i costi che le famiglie devono sostenere per mantenere un malato di Alzheimer. Costi che sono letteralmente raddoppiati negli ultimi 6 anni, come evidenziato da un rapporto Censis elaborato da Allianz e presentato nei giorni scorsi a Milano in occasione di un convegno dedicato alla Giornata Mondiale Alzheimer.

Tra case di cura e assistenza privata, i costi oscillano mediamente tra i 3000 euro al mese negli Stati Uniti e in Italia, e i 4000 euro in Germania. Nell’80% dei casi, le spese gravano sul malato stesso o sul coniuge, ad evidenziare lo scarso contributo che lo Stato in genere dedica al problema.

Il Governo francese, più di altri, ha mostrato una concreta sensibilità alla questione. Il premier Sarkozy, infatti, ha destinato 1,6 miliardi di euro ad un ‘piano Alzheimer’ finalizzato a sostenere la ricerca scientifica, sociale e psicologica. Inoltre, per raggiungere maggiormente il pubblico, oggi la TV francese trasmettera’ un film-documentario sull’Alzheimer con protagonista l’attrice Annie Girardot, che lotta contro questa malattia come testimonial. Il film e’ stato girato con il consenso della Girardot, che è stata ripresa per otto mesi dal regista Nicolas Baulieu.

di Nicoletta Guaragnella

Una nuova teoria per spiegare il cannibalismo delle femmine di molte specie di ragni: è tutta una questione di dimensioni.

Forse l’esempio più famoso è quello della vedova nera. Già dal nome si capisce bene che il maschio di solito non fa una bella fine.
Il cannibalismo nei ragni è una pratica diffusa. In molte specie di ragni le femmine, infatti, mangiano il maschio subito dopo aver fatto sesso.

Finora gli studi hanno suggerito varie e complesse interpretazioni per spiegare il fenomeno, soprattutto legate a ragioni evolutive, ai costi e benefici della specie.
Una ricerca appena pubblicata sull’ultimo numero di American Naturalist ha individuato una ragione molto più semplice: è tutta una questione di dimensioni. Nei ragni i maschi normalmente sono più piccoli delle femmine, quindi sono facili da cacciare. Shawn Wilder e Ann Rypstra della Miami University, in Ohio (Stati Uniti) hanno scoperto che nel “ragno lupo” la femmina, che è più grande, non viene mai mangiata dal proprio compagno, mentre i maschi vengono uccisi nell’80 per cento dei casi.
“Siamo rimasti colpiti nello scoprire che una caratteristica così banale come la dimensione del maschio abbia un effetto così diffuso nel determinare il cannibalismo delle femmine”, ha dichiarato Wilder.

In sostanza le femmine, dopo essere state soddisfatte, si ritrovano davanti una facile preda da cacciare, e quindi perché non nutrirsi? In fondo è molto meglio di una sigaretta.

Fonte: Ulisse – Scienza esperienza

Ora è possibile, anche in Italia, attraverso il Bioscience Institute di San Marino e il BioCell Center di Busto Arsizio, mettere a frutto le enormi potenzialità delle cellule staminali estratte dal liquido amniotico utilizzato per l’effettuazione dell’amniocentesi, esame di diagnosi prenatale molto diffuso. Si tratta di un’ulteriore opzione che viene messa a disposizione dei genitori del nascituro e che si aggiunge a quella largamente sperimentata ed efficace delle cellule staminali da sangue del cordone ombelicale.

In concreto, e senza comportare variazione alle normali procedure dell’amniocentesi, basta non buttar via, come avviene adesso, i primi tre millilitri di liquido amniotico estratti e inviarli tramite corriere al Bioscience Institute di San Marino.
In laboratorio, da questo piccolo quantitativo di liquido aminiotico, vengono estratte le cellule staminali, analizzate e avviate al congelamento programmato fino a raggiungere i – 196° C dei contenitori criobiologici ai vapori di azoto, dove saranno conservate per venti anni.
Tutti i processi sono effettuati in camere sterili (camere bianche) in condizioni di assoluta sicurezza biologica, garantita dalla certificazione GMP (Good Manufacturing Practice), il più elevato standard qualitativo riconosciuto all’interno dell’Unione Europea.

L’operazione è sicura e di facilissima realizzazione attraverso uno specifico kit di prelievo che la futura mamma consegnerà al ginecologo prima di effettuare l’amniocentesi.
È assolutamente fondamentale precisare che la conservazione di staminali da liquido amniotico non è né sostitutiva né alternativa di quelle delle staminali da cordone ombelicale, poiché le  staminali del liquido amniotico hanno caratteristiche differenti. Studi effettuati dal Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Seoul – Womens University, recentemente pubblicati (Cell Proliferation – 2007 febbr), hanno dimostrato la sensazionale capacità delle cellule staminali del liquido amniotico di permanere in coltura per otto mesi, subire ben 27 passaggi di espansione cellulare e amplificarsi fino a 66 volte senza perdere la capacità di differenziarsi e diventare senescenti. Da considerare che altre cellule staminali adulte, come quelle del cordone ombelicale e del tessuto adiposo, hanno una capacità di espandersi decisamente inferiore.

Nel liquido amniotico, infatti, è stato individuato un tipo di cellula che presenta molte delle caratteristiche delle cellule embrionali umane, compresa la capacità di svilupparsi in elementi del sistema nervoso centrale, cellule muscolari, e in altri tessuti che potrebbero essere usati per trattare una grande varietà di malattie (De Coppi P. Et al. Nature Biotechnology 25: 100-106, 2007).

«Le cellule staminali derivate dal liquido amniotico», afferma il prof. Carlo Ventura, direttore scientifico di Bioscience Institute e direttore del Laboratorio di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle cellule staminali dell’Università di Bologna, «sono potenzialmente utilizzabili a fini terapeutici attraverso la cosiddetta “medicina rigenerativa“, poiché si isolano facilmente, si moltiplicano in fretta e sembrano versatili come quelle dell’embrione. Oltre alla facile reperibilità e a non determinare problemi di tipo etico, le staminali del liquido amniotico sembrano avere il vantaggio di non andare incontro a trasformazione tumorale, uno dei rischi associati alle staminali embrionali vere e proprie».

Presso il Bioscience Institute di San Marino sono da tempo in corso ricerche per lo studio delle implicazioni terapeutiche di diverse tipologie di cellule staminali adulte isolate da diverse sorgenti, quali cordone ombelicale, midollo osseo, placenta a termine e tessuto adiposo.
È attualmente in atto una collaborazione tra il Bioscience Institute e la dottoressa Margherita Maioli del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari per la caratterizzazione delle proprietà biologiche delle cellule staminali del liquido amniotico. In particolare, si cercherà di analizzare a fondo la possibilità di trasformare tali cellule in cellule adulte, quali cellule muscolari cardiache, ossee, sanguigne, nervose, del grasso ed epatiche.

Fonte: Bioblog

In Europa, i soldi destinati alla ricerca in campo energetico sarebbero troppo pochi. A denunciarlo è stato un documento pubblicato dalla International Energy Agency (Iea), l’agenzia europea che si occupa di energia, il 4 settembre scorso, nel quale si denuncia anche il divario tra i fondi destinati al nucleare e quelli destinati alle energie alterntive. Secondo la commissione istituita dalla Iea, infatti, la ricerca sulla fusione riceverebbe più soldi rispetto a quelli destinati alle fonti non-nucleari.

 

Sul documento si leggono i dati relativi alla suddivisione dei fondi programmata per il quinquennio 2007 – 2013. Secondo quanto approvato a livello europeo, alla ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione andrebbero circa nove miliardi di euro, mentre la somma stanziata per la ricerca in campo medico sarebbe di circa sei miliardi. Fanalino di coda resta proprio la ricerca in campo energetico, per la quale l’Europa conta di spendere “solo” cinque miliardi di euro.

 

La ripartizione della somma destinata allo sviluppo di nuove energie, inoltre, non sarebbe equa e non consentirebbe all’Europa di raggiungere l’obiettivo di rifornirsi per il 20 per cento di energie rinnovabili entro il 2020. La Iea, infatti, ritiene che il nucleare consentirebbe di arrivare a tale obiettivo solo nel 2050. Per questo, sottrarre fondi alla ricerca per lo sviluppo di energie alternative rallenterebbe l’ambizioso programma.

 

Ma come spesso accade non tutti sono d’accordo. Robin Grims dell’Imperial College di Londra, infatti, si dichiara stupito da quanto indicato in merito alla distribuzione di questi fondi. “È vero che a livello di tecnologia siamo ancora indietro, ma se riuscissimo a fare del nucleare una nuova realtà economica, la differenza con i livelli di emissioni carboniche odierne sarebbe enorme”, ha dichiarato Grims.

 

di Sabina Mastrangelo 

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