ottobre 2008


Francesca Ceradini
“La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società”.
Aracne 2008, pp. 84, euro 7,00

“La paura è la cosa di cui ho paura”
Montaigne

Le paure. Scandiscono da sempre l’evolversi dei mutamenti sociali di cui l’uomo è stato ed è protagonista. Sono caratteristiche di un momento storico e non si manifestano mai allo stesso modo nelle diverse parti del mondo. Parlare di paure, dunque, non è mai anacronistico. Le paure che oggi ci affliggono sono numerose, come è stato evidenziato in occasione del World Social Summit Fearless tenutosi a Roma il mese scorso. Ma una più delle altre, sembra essere temuta: la paura verso la tecnologia.

Ed e’ proprio questo l’argomento che Francesca Ceradini ha scelto per la scrittura del suo primo libro dal titolo “La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società.”, edito da Aracne. L’autrice, biologa molecolare di formazione, è oggi responsabile scientifico di Parent Project onlus, un’associazione che sostiene la ricerca sulla distrofia muscolare di Duchenne e Becker. Alla sua attività per Parent Project affianca una viva vocazione per la comunicazione scientifica, che manifesta attraverso la collaborazione con diversi giornali e riviste di divulgazione e la presenza costante nelle attività di questo blog, Sciencedesk, di cui è fondatrice.

Il libro ripercorre in senso diacronico alcuni momenti significativi in cui scienza e informazione si sono scontrate e continuano a scontrarsi, generando e alimentando il sentimento della paura. Paure oggettive e paure immaginarie sono messe a confronto ed analizzate sulla scorta di esempi realmente accaduti. La prefazione si apre con una citazione provocatoria di Daniel Defoe “La paura del pericolo è mille volte più terrificante del pericolo presente”. Oggi più che mai accade che le paure siano il frutto di un’interiorizzazione del percepito piuttosto che il risultato di un’esperienza diretta. Di chi sono le omissioni e di chi le colpe di questa situazione? L’autrice prova a dare una risposta soffermandosi sulle paure generate dalle biotecnologie e sul ruolo giocato dai media. La storia è costruita sull’ analisi di quattro noti casi scientifici e mediatici: “la mucca pazza” – madre di tutte le paure – che negli anni ’80 ha rappresentato il più grande scandalo alimentare a livello europeo; gli organismi geneticamente modificati (OGM), un dibattito ancora aperto cominciato negli anni’90; la clonazione ed i suoi risvolti di carattere etico con la vicenda della pecora Dolly e la controversia odierna sulla produzione delle cellule staminali embrionali.

Le vicende raccontate sono ampiamente documentate e affidate ad una scelta stilistica scevra di tecnicismi. Ne deriva una lettura scorrevole, che mantiene vivo l’interesse. A questo si aggiunge uno stile argomentato che sollecita il ragionamento e la riflessione di chi legge. Siamo di fronte ad un’analisi verosimilmente priva di pregiudizio, da cui emerge la verità di una scienza penetrata nel tessuto sociale. Scienza e società si influenzano reciprocamente. Ma con quali effetti? Nel libro si suggella la presa d’atto di una crisi di rapporto, di cui se ne prospetta, però, un possibile superamento.

Nell’ultimo capitolo, l’autrice punta il dito sull’inadeguatezza del processo comunicativo in merito alle questioni scientifiche. L’invito è di costruire un dialogo a più voci: scienziati, giornalisti, politici e cittadini comuni, che identificano la pluralità di attori oggi coinvolti direttamente e indirettamente nelle vicende di carattere scientifico che invadono la società moderna. La tesi portata avanti è a favore di una “democratizzazione mediata del sapere scientifico”. I mediatori saranno i comunicatori della scienza, figure ancora senza identità nel panorama italiano, ma già riconosciute nel mondo anglosassone. Il loro ruolo dovrà essere quello di porsi all’interfaccia tra chi la scienza la conosce e chi no. Sarà compito del comunicatore spiegare all’ “uomo della strada” che se in una fragola si inserisce un gene di pesce per renderla resistente al gelo non vuol dire creare un’orribile chimera meta’ fragola e meta’ pesce che mette a rischio la salute umana. Nel piatto si avra’ sempre e comunque una fragola gustosa da mangiare.

Il messaggio finale è un monito di speranza in cui la paura delle biotecnologie non sia più paralizzante, ma possa essere compresa, razionalizzata e quindi gestita.

di Nicoletta Guaragnella

Il libro può essere consultato e ordinato online sul sito della casa editrice Aracne

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Al via, da giovedì 23 ottobre fino a martedì 4 novembre, la sesta edizione del Festival delle Scienze di Genova. Con un programma sempre ricco e variegato, il Festival ligure si conferma uno degli appuntamenti imperdibili per esperti e appassionati di un mondo che spazia tra molteplici discipline. Tema di quest’anno sarà la diversità analizzata in vari campi, dalla tecnologia alla mente, ai linguaggi, alla vita, alla materia, alle idee. Un percorso a sei tappe in cui saranno approfonditi sei temi scientifici, chiave dell’edizione 2008.

Gli organizzatori puntano a ripetere il successo dell’edizione 2007, in cui oltre 250mila persone hanno visitato il Festival e 280 testate tra agenzie, quotidiani, periodici, radio e TV ne hanno parlato. Anche quest’anno, dunque, piazze, palazzi storici e musei cittadini saranno teatro degli incontri che interesseranno adulti e bambini. Oltre 350 gli eventi in programma, con ospiti d’eccellenza, da affermati scienziati a giovani ricercatori. Tra i nomi più illustri lo psicologo e filosofo Nicholas Humphrey che, nell’ambito del tema “Diversità della mente”, farà una profonda riflessione sulla natura della coscienza, percezione presente anche in altre specie viventi oltre l’essere umano. L’oncologa Devra Davis, invece, sarà chiamata a parlare delle ultime emergenze sanitarie mondiali, dall’aviaria al cancro, mentre la vincitrice del premio Inventore Europeo 2007, Catia Bastioli, interverrà sulle scoperte che le hanno consentito di depositare numerosi brevetti tra cui uno per l’introduzione di una plastica biodegradabile a basso impatto ecologico.

Oltre agli incontri ci sarà spazio anche per spettacoli multimediali, interattivi e artistici. Inedita sarà l’esclusiva prima mondiale della nuova suite da camera realizzata proprio per il Festival genovese dal compositore britannico Michael Nyman. Come inedito sarà lo spettacolo “Viaggio a Flatlandia. Escursione semituristica nelle terre di Abbott per due viandanti e contrabbasso” che vedrà protagonisti Piergiorgio Odifreddi e David Riondino nell’ambito del tema “Diversità dei linguaggi”. I visitatori potranno, inoltre, allenare la mente nella “palestra” di MateFitness cimentandosi con gometria e logica. Nello spazio Telecom Italia, invece, sarà possibile esplorare il mondo delle onde, e tra gli eventi speciali ci sarà la presentazione della capsula spaziale russa Soyuz, che sarà esposta a Genova per la prima volta in Italia e potrà essere visitata anche all’interno.

E per andare oltre i confini del nostro paese la proposte dell’edizione 2008 è stata il gemellaggio con il Festival di Scienza e Tecnologia di Shangai. Nell’ambito del Festival genovese ci sarà infatti un padiglione interamente dedicato alla Cina in cui saranno presentati eventi a cura delle principali organizzazioni scientifiche cinesi. Tra le proposte, un ruolo interessante sarà svolto dalla cucina cinese, con assaggi di piatti tipici preparati da cuochi orientali, e dalla medicina tradizionale, con la possibilità di provare metodologie di diagnosi e terapie.

di Sabina Mastrangelo

Per saperne di piu’  vai su www.festivalscienza.it

La Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma non ha conferito il Premio Nobel per la Fisica 2008 all’italiano Nicola Cabibbo, sebbene abbia: riconosciuto il valore delle ricerche – la rottura spontanea di simmetria e il mescolamento dei quark – cui il fisico teorico romano ha partecipato; premiato i giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa che hanno generalizzato i risultati di Cabibbo; riconosciuto il ruolo decisivo del fisico italiano nello sviluppo di queste ricerche (nello scientific background con cui gli scienziati dell’Accademia svedese hanno «giustificato» il premio il nome di Cabibbo ricorre otto volte, proprio come quello di Kobayashi).

Qualcosa di analogo si è verificato con un altro fisico teorico italiano, Giovanni Jonia-Lasinio, che ha partecipato con un ruolo decisivo alle ricerche teoriche che hanno meritato il premio a Yoichiro Nambu.
Può succedere. La Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma è un’istituzione seria e prestigiosa, ma – come tutte le cose umane – fallibile. Può incorrere in errori e omissioni. Anche clamorose: Albert Einstein non è mai stato premiato per la teoria della relatività, considerata una delle più grandi conquiste nella storia della scienza e tuttora parte fondante della fisica.

Ma è anche vero che a Stoccolma c’è come una sorta di specifica sottovalutazione del contributo dato dagli italiani allo sviluppo della fisica. In fondo – dopo Guglielmo Marconi nel 1909 ed Enrico Fermi nel 1938 – nessun italiano ha mai vinto il premio Nobel della fisica per ricerche realizzate in Italia. Emilio Segrè (Nobel 1959) e Riccardo Giacconi (Nobel 2002) sono stati premiati per ricerche svolte negli Stati Uniti e sono, giustamente, considerati Nobel americani. Carlo Rubbia ha vinto il premio Nobel nel 1984 per ricerche realizzate al Cern di Ginevra alla guida di un team internazionale: un premio Nobel «europeo» e non specificatamente italiano.

Eppure la fisica italiana, soprattutto nel campo delle alte energie, sia a livello teorico che sperimentale, ha dato contributi decisivi. E in almeno quattro occasioni clamorose – prima di quest’anno – non ha ottenuto un meritato premio Nobel.

a prima di queste occasioni clamorose risale addirittura al 1946, quando Oreste Piccioni, Marcello Conversi ed Ettore Pancini – tre giovani sopravvissuti al disastro della fisica italiana determinato dal fascismo – studiando i raggi cosmici scoprono una nuova particella, il muone, in un esperimento che costituisce l’inaugurazione stessa della fisica delle alte energie (il giudizio è del premio Nobel americano Luis Alvarez).
La seconda risale ad alcuni mesi dopo, quando un altro italiano – Giuseppe (Beppo) Occhialini, della scuola di Bruno Rossi, che nel 1932 insieme all’inglese Patrick Blackett ha messo a punto preziose tecniche di rilevamento dei raggi cosmici – lavorando a Bristol con Cecil Powell scopre un’altra particella, il pione, prevista dal giapponese Hidechi Yukawa. L’Accademia delle Science di Stoccolma riconosce subito tutta l’importanza di questo filone di ricerca basato sullo studio dei raggi cosmici, conferendo il Nobel per la fisica: nel 1948 a Patrick Blackett per i suoi studi, con la camera di Wilson, della fisica nucleare e dei raggi cosmici; nel 1949 a Hideki Yukawa per la sua teoria dei mesoni; nel 1950 a Cecil Powell, per la scoperta del pione. Ma non trova il modo di premiare né il trio Picconi, Conversi Pancini né Beppo Occhialini (e neppure Bruno Rossi, che della fisica dei raggi cosmici è addirittura il co-fondatore), per i risultati analoghi se non superiori ottenuti.

Un terzo caso clamoroso è del 1955 e riguarda la scoperta dell’antiprotone. In un esperimento – chiamato Faustina – condotto ancora coi raggi cosmici da un gruppo guidato da Edoardo Amaldi viene rilevato un «evento strano» che sembra coinvolgere una particella prevista dalla teoria ma mai osservata: l’antiprotone. Il gruppo romano si attiva e prende contatti col team di Emilio Segré a Berkeley, in California, dove si sta costruendo un costoso acceleratore proprio con l’obiettivo di rilevare l’antiprotone. Amaldi propone una strategia nuova e aggiuntiva rispetto a quella degli americani di Segré, che viene accettata. L’esperimento italiano prende il nome di Letizia e viene realizzato insieme a quello americano, anche se fornisce i risultati un po’ dopo quello americano. Entrambi – Letizia e l’esperimento di Segré – confermano che l’antiprotone esiste e che Faustina l’aveva probabilmente incontrato per prima. Gli americani, tuttavia, rifiutano di firmare un articolo congiunto con gli italiani e nel 1958 la Reale Accademia delle Scienze premia solo loro, dimenticandosi di Amaldi.

La quarta occasione risale all’inizio degli anni ’70. Quando un fisico teorico austriaco ormai italianizzato – Bruno Touschek – propone l’idea di costruire un nuovo tipo di acceleratore di particelle, l’anello ad accumulazione, in cui particelle e antiparticelle vengono fatte correre lungo un anello in direzione opposte e poi fatte scontrare. Nello scontro le particelle si annichilano e producono energia da cui nascono, sulla base delle leggi quantistiche, nuove particelle. Il prototipo della macchina di nuova concezione, AdA, viene realizzato a Frascati, da un gruppo di giovani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, tra cui un personaggio ben noto ai lettori dell’Unità, Carlo Bernardini. La macchina inaugura la «via italiana» alla fisica sperimentale delle alte energie.

Più tardi gli italiani costruiranno Adone, una macchina cui sfugge per poco il rilevamento della particella J/?. Nel 1974, a Stanford costruiscono Spear: un anello di accumulazione del tutto simile ad Adone, solo un po’ più potente. L’acceleratore, sotto la guida di Burton Richter, trova la particella J/?. Nei medesimi giorni a Brookhaven il gruppo di Samuel Ting realizza, con un altro tipo di acceleratore, la medesima scoperta. Ai due, Richter e Ting, verrà conferito nel 1976 il Premio Nobel. Ma ancora una volta nessun riconoscimento viene dato agli italiani. Bruno Touschek resta amareggiato. Gli italiani e, lui per primo, hanno aperto una nuova strada nella fisica delle alte energie e altri a Stoccolma ne traggono i benefici. Trova ingiusto, in particolare, che Richter sia stato premiato per aver «amministrato l’idea (dell’anello di accumulazione) senza averla mai avuta».

È avvenuto, dunque, di frequente in passato. È avvenuto di nuovo quest’anno. La fisica italiana a Stoccolma viene piuttosto sottovalutata. Questo, ormai, è un fatto. Resta da spiegare perché.

Di Pietro Greco

Fonte: L’Unità

A 2,8 chilometri di profondità è stato scoperto il primo ecosistema formato da un’unica specie. La scoperta è stata pubblicata su Science.

Nelle profondità di una miniera d’oro di Mponeng, vicino a Johannesburg, in Sud Africa, un gruppo internazionale di ricercatori ha infatti identificato e studiato un batterio, battezzato Desulforudis audaxviator, che vive in perfetto isolamento nel buio più totale, in un ambiente privo di ossigeno e con una temperatura di 60° C.

D. audaxviator sopravvive in questo habitat lontano dal sole traendo energia dai solfati e dall’idrogeno prodotti nelle rocce dal decadimento radioattivo dell’uranio. In assenza di ogni altra forma vivente, il batterio deve produrre da solo le molecole organiche a partire dall’acqua, il carbonio inorganico e l’azoto dai fluidi circostanti.

L’evoluzione ha dotato D. audaxviator di un corredo di geni – molti dei quali presenti negli archea, un dominio della vita separato da quello dei batteri – estremamente versatile che gli consente di far fronte a condizioni estreme; in particolare è in grado di fissare direttamente l’azoto elementare presente nell’ambiente.

Il genoma del batterio è stato identificato filtrando oltre 5600 litri di liquidi percolanti dalle fratture delle rocce. “Sapevamo da lavori precedenti che in questa miniere sembravano esserci comunità viventi molto semplici”, ha detto Fred Brockman del Pacific Northwest National Laboratory, che ha partecipato alla ricerca. “Ci aspettavamo di avere buone probabilità di identificare il genoma quasi intero di diverse specie dominanti. Quasi tutti gli organismi vivono infatti in comunità con una suddivisione dei ruoli all’interno dei loro ecosistemi. Ciò che invece abbiamo scoperto è che era presente il genoma di un’unica specie”.

L’analisi del genoma ha mostrato che esso contiene tutto ciò che serve ad un organismo per sostenere un’esistenza indipendente, compresa la capacità di incorporare gli elementi necessari alla vita da fonti inorganiche, di riprodursi, di muoversi liberamente (grazie a un flagello) e di proteggersi da condizioni ambientali dure, virus e anche di periodi di assenza di nutrienti attraverso la formazione di spore.

Il fatto che possieda una parte dei geni che sono comuni fra gli archea (fra cui quelli che li proteggono dai virus, cosa unica nel phylum dei batteri), induce a pensare che i suoi antenati abbiano a lungo condiviso un ambiente con questi organismi, da cui potrebbero aver ricavato i geni per trasferimento genomico orizzontale.

La capacità di formare endospore consente a D. audaxviator di resistere alla siccità, al calore, all’assenza di nutrimento e ad aggressivi chimici. L’unica cosa a cui sembra non poter resistere è l’ossigeno, circostanza che fa ipotizzare ai ricercatori che il batterio non sia stato esposto ad esso fin da epoche remote.

Curiosa anche la storia del nome di questo batterio. La paternità è dovuta in parte a Tullis Onstott che ha coniato “ Desulforudis” ispirandosi alla sua forma e alla capacità di trarre energia dai solfati, ed in parte al libro di Jules Verne “Viaggio al centro della Terra” in cui si parla di un messaggio decifrato dal protagonista in cui è scritto “descende, Audax viator, et terrestre centrum attinges”, da cui audaxviator.

Fonte: Le Scienze

Facciamo come Al Gore. Creiamo (cerchiamo di creare) un grande movimento popolare per lo sviluppo della ricerca di base in campo biomedico, proprio come l’ex vicepresidente degli Stati Uniti ha fatto per la lotta ai cambiamenti climatici. Lo propongono in un editoriale firmato venerdì scorso sulla rivista Science due influenti ricercatori americani, Jim Wells e Mary Woolley.

L’analisi dei due editorialisti è rigorosa. I problemi, globali e locali, della salute sono importanti altrettanto quanto i problemi dell’ambiente: la globalizzazione sta accelerando la diffusione dell’Aids e di altre malattie infettive, antiche e nuove. Gli stili di vita delle classi medie stanno determinando la propagazione dell’obesità, del diabete, del cancro, delle malattie cardiovascolari. Gli strumenti scientifici, sociali e politici messi in campo per affrontare e cercare di risolvere questi e altri problemi sanitari non sono sufficienti. C’è bisogno di maggiori conoscenze scientifiche, di maggiore impegno politico, di maggiore consapevolezza sociale.

Gli scienziati che si sentono impegnati ad affrontarli e risolverli devono prendere atto che quei problemi non hanno soluzione, se la soluzione è affidata alle sole forze di mercato. Infatti i grandi problemi sanitari esistono, malgrado la biomedicina sia il principale settore di investimento in ricerca e sviluppo, soprattutto in America. Gli scienziati devono prendere atto anche che come categoria non hanno la forza per imporre l’emergenza sanitaria in testa all’agenda politica. Serve, dunque, una politica delle alleanze. E qual è il più forte alleato possibile in questo contesto se non l’opinione pubblica? Stimoliamo, dunque, la nascita di un grande movimento popolare per affermare l’urgenza di questi problemi e la necessità di affrontarli anche attraverso lo sviluppo della scienza di base.

La proposta di alleanza tra scienziati preoccupati e cittadini non è una mera provocazione intellettuale, ma una plastica espressione dei nuovi rapporti che si stanno intrecciando tra scienza e società. Un’evocazione di quella «cittadinanza scientifica» attiva che costituisce parte sempre più decisiva della cittadinanza tout court, da cui dipendono sia la soluzione dei principali problemi della società sia la qualità della sua democrazia. È significativo che in questo periodo sia la rivista della più grande associazione di scienziati del mondo (l’AAAS degli Stati Uniti) a raccogliere questa sfida e a farla propria.

di Pietro Greco

Fonte: L’Unità

Va alla scoperta e alle applicazioni della proteina verde fluorescente (GFP, Green Fluorescent Protein) il Premio Nobel per la Chimica 2008.

Questa proteina ha segnato l’inizio di una nuova era in campo biomedico, consentendo di monitorare in tempo reale l’attività delle proteine e l’espressione dei geni all’interno di una cellula vivente.

 

Onori al merito dei tre scienziati a cui è stato conferito il premio: Osamu Shimomura, oggi professore presso il Laboratorio di Biologia Marina del Woods Hole in Massachusetts, Martin Chalfie della Columbia University, New York, e Roger Tsien dell’Università della California, San Diego.

Il loro contributo si è svolto a partire dai primi anni ’60 fino alla fine degli anni ’90.

 

Shimomura è stato il primo ad interessarsi della struttura della proteina GFP, isolata dalla medusa Aequorea Victoria. Trent’anni dopo, Chalfie ha isolato il gene che esprime la GFP. E qui la storia si fa interessante: il progetto era stato affidato ad una studentessa neolaureata, Ghia Euskirchen, ora ricercatrice a Yale University. I suoi primi tentativi di esprimere il gene codificante per la GFP nel batterio Escherichia coli non produssero risultati confortanti. La fluorescenza della proteina, infatti, non era più visibile dopo l’introduzione nel microorganismo. Ma la tenacia di Euskirchen e approfondimenti successivi nel laboratorio di Chalfie rivelarono, in realtà, che l’introduzione di GFP nel batterio annullava il meccanismo cellulare alla base della emissione di fluorescenza della proteina. L’attenzione si spostò, quindi, verso approcci sperimentali alternativi, rivelatisi alla fine di successo, come ad esempio creare un prodotto di fusione tra GFP e un gene cellulare X per mantenere la fluorescenza e seguire il destino della proteina X all’interno di una cellula. Fino al momento in cui Chalfie dimostrò che GFP poteva essere utilizzata come marcatore di qualunque proteina in qualsiasi organismo. Gli studi di carattere molecolare si devono, invece, a Tsien, il quale ha approfondito le interazioni tra proteine, attraverso marcature di colori diversi ottenute da varianti proteiche della GFP originaria.

 

Come già accaduto in passato, ancora una volta il Premio Nobel per la Chimica sfocia nella Biologia. “E’ vero che le applicazioni di GFP sono essenzialmente di carattere biologico, ma non dimentichiamo che tutto il lavoro nasce da studi chimici”, ha commentato Marc Zimmer, chimico informatico al Connecticut College, il quale sta lavorando per migliorare le ‘prestazioni’ di GFP in termini di luminosità. Lo stesso Zimmer racconta di avere nel suo ufficio dei pesci geneticamente modificati che contengono GFP: “Li mostro alle scolaresche che vengono a visitare i laboratori per spiegare in cosa consiste il mio lavoro”.

 

di Nicoletta Guaragnella

La prevenzione

Come già detto, le vie di contagio sono quella ematica, quella sessuale e quella verticale.

La prevenzione del contagio per via ematica va fatta evitando lo scambio di siringhe, di aghi, di materiali taglienti, come forbici, bisturi, pinze. Il personale sanitario, quindi, dovrà usare strumenti sterili o monouso e, personalmente, fare attenzione a non venire a contatto con il sangue del paziente tramite tagli o ferite. Andrà limitato l’uso di emoderivati, ancorché sicuri, ed incoraggiata l’autotrasfusione. Aghi e materiale monouso andranno usati anche in caso di mesoterapia, agopuntura, tatuaggi e piercing. Lo scambio di siringhe è, ancora oggi, la modalità di contagio principale tra i tossicodipendenti.

La trasmissione sessuale, omo ed eterosessuale, invece, è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa. La trasmissione avviene attraverso il contatto tra le mucose, anche integre, e liquidi biologici infetti: secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue. Tutte le pratiche sessuali sono, quindi, potenzialmente a rischio. Oltre all’astinenza e al rapporto monogamico mutualmente fedele, la miglior forma di prevenzione è l’uso corretto del profilattico sin dall’inizio del rapporto.

La trasmissione verticale, cioè madre-figlio, avviene al momento del parto per contatto del bambino con liquidi biologici infetti della madre. Il rischio può essere fortemente ridotto abbassando la carica virale nel sangue materno con le terapie antiretrovirali. Nei paesi occidentali, dove le terapie sono accessibili, questa modalità è, quindi, azzerata: in Italia lo scorso anno si è verificato un solo caso. Non così in Africa, dove ogni anno 800000 bambini si infettano alla nascita.

Al momento del parto, tutti i neonati di madre infetta sono sieropositivi, in quanto ereditano gli anticorpi materni, ma non necessariamente il virus. Tali anticorpi permangono anche sino ai due anni di età, per cui è necessario ripetere il test fino a tale data. Poiché il virus è stato isolato nel latte, le madri sieropositive non dovrebbero allattare al seno. Ciò, purtroppo, non è possibile in Africa, dove l’allattamento al seno è necessario per trasmettere anticorpi contro altre malattie mortali.

La nuova sfida: accesso universale alle terapie entro il 2010

Dei 33 milioni di persone colpiti dal virus Hiv, 22 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana, 4,2 milioni nel Sud-Est asiatico e nell’Asia meridionale, 1,7 milioni in America Latina e 1,5 milioni nell’Europa dell’est e in Asia centrale. Negli ultimi quattro anni, è aumentato di sette volte il numero delle persone che hanno accesso alle terapie nei paesi in via di sviluppo. Ad oggi, in tali paesi, 3 milioni di persone sono trattate con i farmaci (950000 nuove terapie sono state iniziate solo nel 2007), ma sarebbero in dieci milioni ad averne bisogno. Inoltre, per ogni due persone trattate, ce ne sono altre cinque che contraggono il virus. È con questa realtà che deve fare i conti l’appello all’accesso universale alle terapie e alla prevenzione, slogan della Conferenza di Città del Messico e obiettivo delle Nazioni Unite per il 2010.

Il paese più vicino all’obiettivo è la Namibia, dove i pazienti sotto terapia sono passati dall’1% del 2003 all’88% del 2007. Seguono la Cambogia, il Botswana, il Cile, la Costa Rica, Cuba e il Laos.

L’accesso universale alle terapie è un obiettivo importante, anche perché i farmaci, oltre a migliorare la qualità di vita dei malati, sono strumenti di prevenzione. Lo dimostra uno studio condotto in Canada nel centro di eccellenza della ricerca sull’Aids dell’Università della British Columbia da pubblicato su Journal of Infectious Disease. Un modello matematico calcola cosa accadrebbe se i farmaci fossero dati ad un maggior numero di sieropositivi, ipotizzando tre scenari: passando dall’attuale 50% di persone trattate al 75%, 90% e 100%, le nuove infezioni potrebbero essere ridotte rispettivamente del 30%, 50% e 60% nei prossimi 25 anni.

M. Molinari

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