febbraio 2009


 diossina1Produrre energia con combustibili fossili e zero emissioni è l’ambizioso obiettivo che si propone di raggiungere il gruppo Sofinter in collaborazione con Enel ed Eni e con l’assenso del Ministero dell’Ambiente.

Normalmente, la combustione di rifiuti industriali pericolosi produce diossine e residui organici, che rappresentano un rischio comprovato per la salute umana. L’azienda ITEA S.p.a. del gruppo Ansaldo ha brevettato e sviluppato un impianto altamente innovativo per la distruzione in sicurezza dei rifiuti tossici. Il dispositivo svolge una duplice funzione: da un lato, opera una combustione non associata all’emissione di inquinanti e polveri di nessun tipo, e dall’altro, cattura l’anidride carbonica, che viene immessa in vecchi giacimenti di gas ormai esausti. La combustione dei rifiuti pericolosi avviene ad una temperatura compresa tra i 1500 e i 1700 gradi e ad una pressione tra cinque e dieci atmosfere. L’energia deriva dalla produzione di vapore acqueo che si accompagna al processo di combustione senza fiamma. Un impianto dimostrativo ISOTHERM da 5 MWt è già attivo in Puglia, a Gioia del Colle presso la sede ITEA di ricerca e produzione. L’accordo con Enel prevede la realizzazione di un impianto ISOTHERM da 48 MWt nell’area industriale di Brindisi.

Qualora questo progetto si realizzasse, le problematiche correlate dell’inquinamento ambientale e dei suoi danni sulla salute potrebbero andare incontro ad una svolta significativa. Soprattutto in quei territori dove il problema delle emissioni dei rifiuti tossici è maggiormente sentito. Come in Puglia, per l’appunto, dove solo a Taranto è stata rintracciata il 90,3% della diossina che uccide l’Italia.

 

di Nicoletta Guaragnella

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bubble-baby2Un protocollo di terapia genica messo a punto dall’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (HSR-TIGET) cambierà la vita di molti “bubble babies”, letteralmente “bambini in bolla”, così chiamati perchè colpiti da una malatia rara che li costringe a vivere in ambienti asettici lontani da ogni contatto. Si chiama ADA-SCID, ovvero Adenosine Deaminase-Severe Combined Immunodeficiency, la malattia del sistema immunitario che colpisce uno o due bambini ogni anno. I soggetti affetti, in genere neonati nelle prime settimane di vita, presentano una alterazione a livello del gene della adenosina deamminasi. Questo enzima è essenziale per la maturazione ed il funzionamento dei linfociti. Una sua compromessa funzionalità porta ad un arresto della crescita, al danno di vari organi, nonchè ad una ipersuscettibilità, che può rivelarsi fatale, anche al più innocuo agente infettivo.

La terapia genica,  messa a punto dai gruppi di ricerca coordinati dai professori Maria Grazia Roncarolo e Alessandro Aiuti, consiste nell’infondere nel midollo osseo dei pazienti malati cellule staminali che contengono il gene ADA funzionante. In questo modo, vengono ripristinate le attività del sistema immunitario. Ma, ancora più significativa, è la dimostrazione che le cellule staminali, introdotte nei pazienti malati, continuano ad essere attive anche dopo anni dall’inizio della terapia.

Questi risultati, pubblicati sulla rivista New England Journal of Medicine (“Gene Therapy for Immunodeficiency due to Adenosine Deaminase Deficiency” 2009, 360:447-458), rappresentano un traguardo importante nella cura della malattia ADA-SCID e una svolta rispetto agli approcci terapeutici tradizionali, quali il trapianto di midollo osseo o la terapia farmacologica, entrambi a rischio di insuccesso, per questioni di compatibilità e/o rigetto o perdita di efficacia nel lungo periodo.

HSR-TIGET è diventato il centro di riferimento a livello internazionale per la cura di questa malattia genetica. Una bambina palestinese, Salsabil, e un bambino di origine pakistana, Abdul, arrivati in Italia quando erano ancora in fasce, sono stati curati con il protocollo milanese e seguiti per otto anni. Oggi, Salsabil e Abdul stanno bene, vanno a scuola e conducono una vita normale come tutti gli altri bambini.

La terapia genica funziona veramente! Possono gridarlo forte i ricercatori del San Raffaele che, dopo il successo ottenuto con l’ADA-SCID, nove bambini guariti, si apprestano ad avviare per il 2009 due nuovi studi clinici sulla sindrome di Wiskott-Aldrich, un’altra forma di immunodeficienza, e sulla Leucodistrofia Metacromatica, una malattia neurodegenerativa. Per la cura della talassemia è in arrivo, invece, una applicazione clinica.

 

di Nicoletta Guaragnella

farfalla-bluLe farfalle blu sanno imitare il suono emesso dalle formiche rosse, spacciandosi addirittura per le regine e riuscendo così a ricevere favori dalle operaie. Che le nutrono e le proteggono a costo della propria vita.

Ad imitare le formiche sono le larve e le pupe di Maculinea rebeli, una farfalla parassita dell’Europa Occidentale. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Oxford, che hanno pubblicato il loro studio questa settimana su Science.

Prima della metamorfosi in farfalla, le larve di M. rebeli cominciano a produrre particolari composti chimici simili a quelli emessi dalle formiche che, ingannate dall’odore, le trasportano all’interno della loro colonia.

Jeremy Thomas, l’entomologo che ha guidato lo studio, ha però scoperto che le farfalle non solo sono ben accette, ma godono anche di trattamenti di favore. Quando infatti, i ricercatori hanno disturbato la colonia allevata in laboratorio, le operaie hanno sacrificato la loro vita per salvare le larve, un trattamento riservato solo alle regine.

“Un’altra forma di comunicazione doveva indurre le operaie a trattare le farfalle con quel riguardo a parte l’odore, perché le regine emettono sostanze diverse dalle altre formiche”, racconta Thomas.

I ricercatori hanno allora analizzato i suoni emessi dagli insetti. Utilizzando minuscoli microfoni, hanno registrato i “ticchettii” scoprendo forti somiglianze tra quelli delle larve e delle pupe delle farfalle e quelli delle formiche regine.

Dopodiché, con altoparlanti lillipuziani, gli entomologi hanno riprodotto i suoni e osservato le reazioni delle operaie, che si sono dimostrate particolarmente attente tanto ai suoni delle regine quanto a quelli delle larve. “L’imitazione dei versi è probabilmente il trucco usato da questi insetti”, commenta David Nash dell’Università di Copenhagen. In una sua precedente ricerca, Nash aveva dimostrato che l’imitazione dell’odore da parte delle farfalle ha spinto nei tempi le formiche a produrre nuovi composti chimici.

Fonte: Galileo

Charles Darwin

Charles Darwin

 

Nell’Inghilterra vittoriana uno scienziato autodidatta intraprende un lungo percorso di osservazioni sulla natura che dopo anni si svilupperanno in una teoria evolutiva. Teoria che a 150 anni di distanza rimane un pilastro del pensiero scientifico.

Il 2009 è dedicato a Charles Darwin, bicentenario della sua nascita (12 febbraio 1809) e 150 anni dalla sua pubblicazione “L’origine della specie” (1859).

In tutta Italia, come nel resto del mondo si festeggiare il “Darwin Year” con mostre, incontri, seminari ed altro ancora.

A Roma sarà organizzata la più grande mostra rivolta al grande pubblico mai realizzata sullo scienziato inglese. Dal 12 febbraio al 3 maggio al Palazzo delle Esposizioni ospiterà una mostra internazionale dedicata al padre della teoria dell’evoluzione dall’American Museum of Natural History di New York, in collaborazione con il Museum of Science di Boston, The Field Museum di Chicago, il Royal Ontario Museum di Toronto e il Natural History Museum di Londra. Dopo essere stata nelle più importanti capitali del mondo, la mostra approda anche in Italia in una versione appositamente adattata e ampliata per il nostro paese da due grandi evoluzionisti come Niles Eldredge, responsabile della divisione invertebrati dell’American Museum of Natural History di New York, fra i maggiori evoluzionisti contemporanei, con l’aiuto di Ian Tattersall fra i massimi esperti al mondo di evoluzione umana e direttore della Hall of Human Evolution presso l’American Museum of Natural History. Il lavoro degli studiosi americani sarà coadiuvato da Telmo Pievani associato di Filosofia della Scienza presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, filosofo della biologia ed esperto di teoria dell’evoluzione.

L’esposizione intreccia i linguaggi della storia, della narrazione, del naturalismo, della filosofia della scienza e delle ricerche sperimentali contemporanee. La biografia avventurosa del giovane Darwin, le sue complesse relazioni familiari, l’immersione nella cultura inglese dell’epoca e nei suoi conflitti, il celebre viaggio attorno al mondo durato 5 anni a bordo del Beagle diventano espedienti suggestivi per raccontare la nascita di un’idea rivoluzionaria. La mostra metterà in risalto le domande iniziali che si è posto Darwin, seguite dalle scoperte entusiasmanti, le incertezze, i timori, il lungo silenzio fino ad arrivare alla pubblicazione di “L’origine della specie” che fece tanto scalpore nel 1859.

Ancora a Roma, l‘Accademia dei Lincei ospiterà l11 e 12 febbraio il convegno internazionale “Il mondo dopo Darwin”. Verranno illustrate teorie, studi e ricerche sul “posto dell’uomo nella natura” e sarà fatto il punto del dibattito filosofico e scientifico ancora aperto sulla teoria di Darwin.

A Milano, dal 4 al 8 febbraio il Museo Civico di storia Naturale di Milano ha organizzato la VI edizione del Darwin Day. Un evento che unisce scienza e divulgazione, e che prevede incontri con i più importanti biologi, filosofi della scienza e paleontologi che si intrecciano con spettacoli teatrali e laboratori per bambini.
 
 di Francesca Ceradini

theletonUno studio finanziato da Telethon ha rivelato un possibile bersaglio per la cura della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), malattia neurodegenerativa dalle cause in gran parte ancora sconosciute.
Il bersaglio potrebbe essere il proteasoma. Lo sostiene un team di autorevoli scienziati, autori di un lavoro appena pubblicato
sulla rivista scientifica Human Molecular Genetics (2009; 18:82-96).

In una cellula, il proteasoma è responsabile della degradazione
delle proteine. In condizioni normali, le proteine vengono
sintetizzate e degradate secondo ritmi finemente controllati. Anche le proteine “danneggiate”  o mutate passano attraverso il controllo del proteasoma per essere eliminate.
In condizioni patologiche, come ad esempio nel caso della SLA,
è stato osservato un accumulo di proteine dalla struttura anomala e tale accumulo si considera causalmente correlato alla morte cellulare.

I risultati ottenuti dai gruppi di Caterina Bendotti dell’Istituto di
Ricerche Farmacologiche Mario Negri e di Silvia De Biasi dell’Università
degli Studi di Milano, dimostrano che nella SLA è compromessa
l’attività del proteasoma. Ciò spiegherebbe le ragioni dell’accumulo di proteine riscontrate nella patologia. Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno studiato un modello animale della malattia, ovvero un topo geneticamente modificato che produce una forma mutata della proteina superossido dismutasi 1 (SOD1). E’ noto, infatti, che circa il 20% delle forme ereditarie di SLA dipendono da questa mutazione. Nei soggetti colpiti da SLA si verifica una perdita graduale dei motoneuroni, che porta ad un abbattimento di funzioni vitali quali la deambulazione, la deglutizione, l’articolazione della parola, la respirazione. Il team italiano ha individuato nei motoneuroni malati una alterazione nella attività del proteasoma utilizzando la proteina fluorescente GFP.

La scoperta pone le basi alla sperimentazione di nuove strategie terapeutiche per la cura della SLA. In particolare, si punterà alla identificazione di sostanze non tossiche che possano integrare l’attività alterata del proteasoma e rallentare di conseguenza il decorso della malattia.

di Nicoletta Guaragnella

syringeUna soluzione “a colpi di terapia genica”, per rendere immuni le cellule al ceppo più comune di HIV, è pronta per essere testata sull’uomo.
I primi pazienti a ricevere il trattamento sperimentale saranno quelli con problemi di resistenza ai farmaci.

“Ad oggi esistono buoni trattamenti contro l’HIV. Infatti la lotta all’Aids rappresenta una delle storie di maggior successo degli ultimi 20 anni in medicina – ha affermato Pablo Tebas, esperto di malattie infettive presso l’Università della Pennsylvania – Tuttavia, nel corso del tempo, se i farmaci non sono presi correttamente, le persone sviluppano resistenza ai trattamenti, fino ad arrivare ad avere limitate alternative terapeutiche su cui poter contare.”

Di recente gli scienziati hanno svelato il motivo per cui una piccola percentuale di persone esposte al virus HIV non viene infettata: i globuli bianchi dell’uomo, noti come cellule T e coinvolti nella risposta immunitaria, hanno un gene chiamato “CCR5” che risulta essere del tutto superfluo per il loro corretto funzionamento ma indispensabile al virus dell’Aids per attaccare le cellule e infettarle. In questi individui, assolutamente sani, il gene CCR5 non funziona e per tale motivo si presentano resistenti all’infezione di HIV e al progredire della malattia. Il loro asso nella manica è rappresentato dal fatto che la proteina CCR5, di cui sono privi, è cruciale al virus per infettare le cellule immunitarie.

Pertanto gli esperti hanno pensato che si potesse rendere resistente al virus dell’Aids anche chi non lo è naturalmente come questi pochi soggetti più fortunati. Per farlo, spiegano, bisogna spegnere CCR5.
Gli scienziati hanno dimostrato in un recente studio pubblicato sulla rivista ‘Gene Therapy’ edita da Nature, che silenziando il gene CCR5 le cellule umane si mostrano immuni al virus. La tecnica biomolecolare si basa su proteine chiamate “dita di zinco” (zinc finger) che sono in grado di eliminare qualsiasi gene da una cellula vivente.

In teoria, i domini a dita di zinco potrebbero in questo modo rendere chiunque immune al virus.

La procedura è semplice: si prende qualche cellula T da un paziente affetto da HIV, si elimina il gene CCR5, si fanno crescere tali cellule T in laboratorio e infine vengono di nuovo iniettate nel paziente.

“In questo primo studio – ha spiegato Tebas – si infondono circa 10 miliardi di queste cellule nei partecipanti al trial, per verificare se il metodo è sicuro e se tali cellule inibiscono in vivo la replicazione di HIV. Sappiamo nel frattempo che in provetta tale tecnica è efficace”.

di Simona Barbato

Gli scienziati comunicano soprattutto per trasferire i risultati delle proprie ricerche al mondo produttivo e per dialogare con gli studenti. Coinvolgono direttamente il pubblico di rado, e soprattutto nei settori di maggiore attenzione sociale, come ambiente e salute. E’ quanto emerge dai dati di un’indagine condotta dal gruppo di ricerca “Comunicazione della scienza ed Educazione” del Consiglio Nazionale delle Ricerche all’interno della rete scientifica dell’Ente. I ricercatori ritengono che sia più utile comunicare con imprese, amministrazioni e politici, anche se questi ultimi sono coloro con cui è più difficile avere un dialogo. Infine, si sentono più compresi dal pubblico generico che dai mass media.

I risultati dell’indagine, condotta da Alba L’Astorina dell’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (Irea-Cnr), sono stati presentati nel corso della giornata “Ricercare e comunicare: teorie e buone pratiche negli enti di ricerca”, che si è svolta nell’Area di ricerca Milano1 del Cnr. A fare da “osservatorio”sono stati gli stessi istituti del Cnr, ai quali tra il 2007 e il 2008 sono state poste domande relative alle modalità e agli obiettivi delle loro attività di comunicazione. Ha risposto il 60,5% degli istituti.

La maggior parte della comunicazione attivata (il 57%) è finalizzata alla diffusione dei risultati e alla divulgazione dei contenuti delle attività scientifiche, il 21% a stabilire contatti con il mondo produttivo tramite il trasferimento tecnologico, il 15% è diretta alla scuola. In minima parte (5%) la comunicazione è invece mirata alla partecipazione diretta del pubblico, limitatamente ai settori di maggiore attenzione sociale, quali ambiente e salute.

Il livello di consapevolezza dell’importanza della comunicazione è senz’altro alto. La maggior parte dei ricercatori intervistati la ritiene “necessaria” (oltre il 25%); molti la ritengono “utile” (20% circa) o “doverosa”, qualcuno ritiene sia “interessante”. Pochissimi la considerano “facoltativa” e nessuno “una perdita di tempo”.

I primi soggetti con cui gli scienziati ritengono sia utile comunicare sono il mondo produttivo e gli amministratori, entrambi indicati da circa un terzo del campione, seguiti da insegnanti, studenti e mass media. I politici sono i referenti con i quali risulta più difficile stabilire un dialogo; mentre i ricercatori si sentono maggiormente compresi dal pubblico “generico”, con cui è più “facile” parlare.

Un’altra indagine dello stesso gruppo di ricerca dell’Irea-Cnr si concentra sulla definizione di comunicazione della scienza data da coloro che, negli istituti di ricerca, se ne occupano o vorrebbero farlo. I fattori considerati più importanti sono: comunicare soluzioni scientifiche e tecnologiche di rilevanza nella vita di tutti i giorni (49%), trasferire conoscenze attendibili (47%) e aprire un dialogo con le diverse parti sociali (36%).

I dati indicano anche gli ostacoli incontrati nella comunicazione: il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice, mentre il 44% accusa gli operatori dei media di imprecisione; meno sentita la percezione che il pubblico non sia preparato a recepire i temi scientifici (31%). Questo conferma che per i ricercatori è più facile comunicare con il cittadino “medio” che con i professionisti dell’informazione.

Le ricerche sono state presentate nell’ambito di una tavola rotonda su questi temi alla quale sono intervenuti addetti ed esperti di alcuni enti di ricerca italiani e stranieri (Tommaso Maccacaro, presidente dell’Inaf, Angela Pereira del JRC, Federico Neresini dell’Università di Padova, Chiara Pesenti del Politecnico di Milano e Giovanni Caprara del Corriere della Sera).

 

di Chiara D’Anna

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