Ambiente


L’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) ha lanciato ufficialmente oggi l’anno internazionale della biodiversità: un 2010 all’insegna della protezione delle specie minacciate dalla distruzione degli ecosistemi in cui vivono, dalle foreste alla barriera corallina alle zone palustri.

La cerimonia per il riconoscimento del 2010 come anno internazionale della biodiversità si e’ svolta a Berlino dove ha parlato il primo ministro tedesco Angela Merkel insieme ad un intervento in video conferenza del segretario generale Onu, Ban Ki-moon.

Secondo Ban, l’espansione degli insediamenti umani starebbe accelerando di circa mille volte la velocità del ‘normale’ processo di alterazione degli ecosistemi, un andamento che inevitabilmente altererà l’ambiente diminuendo, ad esempio, la capacita’ di purificazione di acqua e aria dall’anidride carbonica normalmente svolta da foreste e barriere coralline. Inoltre, l’estinzione di alcune specie che si registra oggi ha fatto ipotizzare ad alcuni biologi che siamo nel mezzo della sesta grande estinzione di massa della Terra.

Nei precedenti incontri internazionali sul tema della biodiversità, nel 1992 a Rio, prima, e nel 2002 al summit di Johannesburg, poi, i governi si erano messi d’accordo per raggiungere una ‘significativa riduzione’ nella quota della perdita di biodiversità entro il 2010. Traguardo che non è stato raggiunto, da cui la necessità di sensibilizzare i governi ad agire in fretta, in vista anche dell’incontro di ottobre in Giappone quando si dovranno formalmente prendere delle decisione su come arginare il fenomeno. ‘’La perdita della complessa diversità della natura – ha dichiarato Jane Smart, direttore del gruppo di conservazione delle biodiversità dell’International Union for the Conservation of Nature (Iucn) – è una seria minaccia per l’umanità ora e nel futuro’’.

In occasione dei mondiali che quest’anno si svolgeranno in Sudafrica, inoltre, l’Onu ha deciso, per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema, di collaborare con la squadra del Camerun, mentre diverse organizzazioni internazionali porteranno avanti eventi e programmi speciali. ‘’La grande opportunità per i governi di tutto il mondo durante l’anno internazionale – ha spiegato Simon Stuart dell’Iucn – è di fare cio’ che non è stato fatto per il clima a Copenhagen’’.

di Sabina Mastrangelo

Una città sofferente, inghiottita dalla diossina, dove ammalarsi di tumore è 6 volte più rischioso che altrove, i bambini nascono malformati e si produce 1/10 dell’inquinamento europeo: questa è Taranto.

In un quartiere di periferia, il Paolo VI, situato a ridosso delle acciaierie Ilva, si sviluppa la trama di  Mar Piccolo, pellicola del regista Alessandro di Robilant, presentata lo scorso ottobre al Festival del Cinema di Roma.

Tiziano, il protagonista, è un ragazzo dai buoni sentimenti. Lo si capisce subito, dalle prime scene del film: quando legge le favole alla sorellina per farla addormentare, dal modo in cui guarda e accarezza la sua fidanzata, dall’istinto protettivo che ha nei confronti del suo amico più debole. Eppure, Tiziano, non è solo questo: all’occorrenza diventa uno spacciatore, un ladro, un violento e alla fine un assassino. Sceglie di esserlo per pagare i debiti di suo padre, consumato dal vizio del gioco, e forse anche per fare emergere il suo desiderio di riscatto da una vita di povertà, di abusi e di silenzi. 

Il riformatorio è il luogo in cui Tiziano inizia il suo percorso di salvezza. Tra le mura, seppur grigie, dell’edificio che lo accoglie, si scandiscono i ritmi di una vita semplicemente “normale”: si studia, si legge, si chiacchiera, si pensa, si mangia e si dorme. In questa cornice, fatta eccezione per qualche obbligata scena di violenza, anche la macchina da presa si rende meno impietosa e lo spettatore stesso può allentare la tensione accumulata in precedenza e prepararsi all’epilogo.

Quando il finale arriva ha due anime. La peggiore: Tiziano si accascia al suolo dopo essere stato sparato dal suo migliore amico, che nel frattempo lavora per il boss del quartiere. La migliore: Tiziano decide di lasciare Taranto e partire con la fidanzata, che lo ha aspettato con amore e convinzione.

Il finale peggiore ricalca quello già visto in Gomorra e arriva e lascia il pubblico con la stessa velocità con cui  scompare sulla scena. Resta l’immagine di due ragazzi per mano che si incamminano verso l’ignoto. Lo stesso ignoto che accompagna la città dei due mari e con lei tutti i cittadini che vivono un’esistenza al limite, soffocata dall’inquinamento che ottenebra il futuro.

di Nicoletta Guaragnella

 diossina1Produrre energia con combustibili fossili e zero emissioni è l’ambizioso obiettivo che si propone di raggiungere il gruppo Sofinter in collaborazione con Enel ed Eni e con l’assenso del Ministero dell’Ambiente.

Normalmente, la combustione di rifiuti industriali pericolosi produce diossine e residui organici, che rappresentano un rischio comprovato per la salute umana. L’azienda ITEA S.p.a. del gruppo Ansaldo ha brevettato e sviluppato un impianto altamente innovativo per la distruzione in sicurezza dei rifiuti tossici. Il dispositivo svolge una duplice funzione: da un lato, opera una combustione non associata all’emissione di inquinanti e polveri di nessun tipo, e dall’altro, cattura l’anidride carbonica, che viene immessa in vecchi giacimenti di gas ormai esausti. La combustione dei rifiuti pericolosi avviene ad una temperatura compresa tra i 1500 e i 1700 gradi e ad una pressione tra cinque e dieci atmosfere. L’energia deriva dalla produzione di vapore acqueo che si accompagna al processo di combustione senza fiamma. Un impianto dimostrativo ISOTHERM da 5 MWt è già attivo in Puglia, a Gioia del Colle presso la sede ITEA di ricerca e produzione. L’accordo con Enel prevede la realizzazione di un impianto ISOTHERM da 48 MWt nell’area industriale di Brindisi.

Qualora questo progetto si realizzasse, le problematiche correlate dell’inquinamento ambientale e dei suoi danni sulla salute potrebbero andare incontro ad una svolta significativa. Soprattutto in quei territori dove il problema delle emissioni dei rifiuti tossici è maggiormente sentito. Come in Puglia, per l’appunto, dove solo a Taranto è stata rintracciata il 90,3% della diossina che uccide l’Italia.

 

di Nicoletta Guaragnella

libro Giraud

Sapevate che le lumache fanno dei concerti con il naso? Che i caprioli si ubriacano? Che i cavalli parlano con le orecchie e le locuste ascoltano con le zampe? Che i cavolfiori possono gridare?

Per conoscere la natura non è necessario partecipare a spedizioni e a safari ai quattro angoli del pianeta: il mondo animale che ci circonda è pieno di tesori favolosi. Per scoprirli basta osservare e ascoltare… in casa nostra, in giardino, in città, nei boschi e lungo i sentieri, ovunque nei paesaggi a noi più familiari si nasconde un bestiario meraviglioso e incredibile. Con il suo nuovo libro “Il kamasutra delle libellule” (Salani Editrice, 220pg 15E), Marc Giraud svela i segreti di animali grandi e piccoli, dalla formica al barbagianni, dal cavallo al ranocchio, raccontando la natura con competenza e umorismo, come nel più appassionante ed esotico dei documentari.

Un breve assaggio del libro:
Da marzo a giugno, periodo di riproduzione, la pancia dello spinarello maschio diventa rossa ed i suoi occhi diventano blu. Questo piccolo pesce, molto diffuso nei corsi d’acqua e negli stagni, costruisce un nido con i rifiuti vegetali, e per renderlo più solido gioca ad essere un barattolo di colla: vi spinge il suo addome per farne uscire una sostanza adesiva secreta dai suoi reni. Scava un tunnel per la deposizione delle uova, quindi va da una femmina ed esegue una danza nuziale a zigzag, bocca aperta e spine dritte, per attirarla nel nido. Le dà dei piccoli colpi con il naso per spingerla a deporre le uova, deposita quindi il suo seme e caccia la femmina, pronto a ricominciare con un’altra. Dopo la visita di quattro o cinque partner, si occupa delle uova, le ossigena con movimenti della pinna, e poco a poco perde i suoi colori. Dopo la schiusa si occupa dei suoi piccoli, accogliendoli nella sua bocca quando si allontanano troppo, e cacciando gli intrusi.
Nikolaas Tinbergen, l’etologo olandese che scoprì tutto questo ciclo riproduttivo, osservò che tutti gli spinarelli del suo acquario diventavano furiosi, ogni giorno, ad una precisa ora. Capì velocemente che l’ora corrispondeva con il passaggio della macchina delle poste. I veicoli erano dello stesso rosso fuoco della pancia dei maschi in attività sessuale: i pesci vedono quindi la macchina delle poste come un terribile rivale! Tinbergen studiò il valore dei segnali visivi con semplici test – usando delle figure più o meno rosse – e verificò che il colore, più di qualsiasi forma, stimolava l’aggressività dei maschi ed attirava le femmine pronte a deporre le uova. Se incontrate questi piccoli esseri argentati, capaci di veloci accelerazioni ad un vostro avvicinamento, avrete visto dei pesci che hanno fatto avanzare la scienza.

Marc Giraud è guida ecologica, scrittore e giornalista specializzato in zoologia. In Francia è famoso per i suoi documentari incentrati sull’osservazione e la scoperta naturalistica nella vita normale. Ecologista, è vicepresidente dell’associazione francese per la protezione degli animali selvatici.

di Francesca Ceradini

National geographic

ll pianeta Terra fotografato dai più celebri obiettivi del National Geographic: 92 spettacolari fotografie nella mostra «Acqua, Aria, Fuoco, Terra», al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 16 febbraio fino al 30 marzo. L’esposizione celebra i 120 anni della National Geographic Society e i 20 anni della rivista italiana, e si allinea alla proclamazione da parte dell’Onu del 2008 come “Anno internazionale del Pianeta Terra”.

“Acqua, aria, fuoco, terra”, a cura di Guglielmo Pepe, direttore di National Geographic Italia, è suddivisa in 4 sezioni e presenta 92 immagini realizzate da 39 tra i migliori fotografi che hanno fatto la storia del magazine e hanno dedicato la vita alla passione per la conoscenza e la divulgazione. Ogni foto ha e racconta una storia e trasmette con grande efficacia la bellezza e la debolezza del pianeta. Scorrendo le immagini in mostra e’ possibile passare da un continente ad un altro, da una storia metropolitana alle solitudini di luoghi incontaminati.

Tra i fotografi compaiono leggende come Michael Nichols, protagonista con il biologo Michael Fay dell’epica impresa “Megatransect” (un viaggio a piedi attraverso l’Africa); Paul Nicklen, “il fotografo dei ghiacci” cresciuto con gli Inuit; Carsten Peter, specialista della fotografia naturalistica estrema; Joel Sartore, tra i veterani della rivista, con cui collabora da oltre 15 anni;Frans Lanting, il fotografo globe-trotter autore di un lungo viaggio intrapreso nel 2000 per raccontare l’evoluzione della vita sulla Terra; Steve McCurry, fotografo Magnum famoso per le immagini a colori ricche di umanità scattate in tutto il Sud-est asiatico, che travalicano i confini delle lingue e delle culture; Michael Yamashita, “il fotografo di Marco Polo”, che ha lavorato in diversi luoghi come Somalia e Sudan, Nuova Guinea e New Jersey, anche se l’Asia resta la sua area di concentrazione specialistica; Steve Winter,che si è spinto nei luoghi più estremi del mondo,in villaggi i cui abitanti non avevano mai visto né uomini, né macchine fotografiche; Reza, che ha creato la “prima agenzia fotografica indipendente” dell’Afghanistan post-talebano; Robert Clark, premiato nel World Press Photo 2002, per la foto dell’aereo che si è schiantato sulle Torri Gemelle.

Un discorso a parte merita il lavoro di cinque eccezionali fotografe in mostra: Jodi Cobb, Maria Stenzel, Annie Griffiths Belt, Karen Kasmauski e Sisse Brimberg, che con le loro immagini analizzano in maniera esemplare i diversi aspetti del nostro tempo e del nostro mondo, raccontando storie globali che esplorano grandi temi come la schiavitù nel ventunesimo secolo così come storie più intime, che rivelano mondi chiusi e segreti. E a queste si aggiunge infine Alexandra Boulat, fotoreporter di guerra, scomparsa lo scorso ottobre a 45 anni, che attraverso le sue fotografie ha dato un volto alle vittime dei conflitti del terzo millennio.

Oltre ai 39 fotografi stranieri la mostra presenta anche uno slide show di immagini ad opera di fotografi che hanno collaborato a National Geographic Italia nei primi dieci anni di attività, assieme alle foto, rigorosamente in bianco e nero, pubblicate nella sezione ‘Archivio Italiano’ del magazine.

Info mostra
Palazzo delle Esposizioni Via Milano 13, Roma
16 febbraio – 30 marzo
Orari: Domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10 alle 20. Venerdì e sabato: dalle 10 alle 22.30. Lunedì: chiuso.
Ingresso libero
Info line: 06.70473525

di Francesca Ceradini

Gli storni che mangiano vermi contaminati dagli estrogeni cantano meglio e attirano più femmine, ma sono malati.

Gli storni sottoposti ad una dieta di vermi “conditi” con estrogeni cantano meglio ed attirano più femmine: non è un episodio di doping tra i pennuti, ma un bizzarro effetto dell’inquinamento, studiato dall’Università di Cardiff e pubblicato su Plos.

I ricercatori hanno sottoposto dodici storni ai livelli di estrogeni, ormoni femminili presenti, ad esempio, nella pillola anticoncezionale, e riversati nell’ambiente dagli scarichi industriali e domestici, trovati normalmente nei vermi di cui si cibano. Gli uccelli “dopati” dagli ormoni hanno iniziato a cantare più a lungo e più spesso rispetto al gruppo di controllo. E, soprattutto, hanno imparato a comporre canzoni più elaborate, affascinando un maggior numero di femmine.

“L’area del cervello che controlla la complessità del suono è più ampia del 13% negli storni contaminati” dicono gli studiosi “e mostra una maggior quantità di recettori per gli estrogeni, che amplifica l’effetto di questi inquinanti”.

Gli estrogeni, però, anzi, “d’altro canto”, influiscono sullo stato di salute degli storni: la risposta immunitaria negli uccelli  contaminati è inferiore del 50%. Se le femmine li preferiscono, per l’abilità di compositori, ciò andrà a discapito della salute dei pulcini, con gravi conseguenze per la popolazione totale.

Michela Molinari

shark-tale.jpg Avreste mai immaginato che esiste una zona dell’Oceano Pacifico in cui gli squali si incontrano nei cambi di stagione? Il punto è stato battezzato ‘White shark cafe’ ed ogni anno riunisce centinaia di predatori. Questo tradizionale e insolito appuntamento rischia, tuttavia, di saltare negli anni a venire: gli squali, infatti, sono a rischio di estinzione. L’allarme è stato lanciato dai ricercatori della Società americana per l’avanzamento della scienza (Aaas), riunitisi a Boston nei giorni scorsi. La principale minaccia per questi animali è la pesca selvaggia, che negli ultimi 10 anni ha registrato un incremento del 22%. In testa alla lista delle catture, la Corea e l’Hong Kong, dove la carne di squalo è considerata piatto prelibato, seguono la Spagna e l’Italia. Il nostro Paese è il principale importatore di carne di squalo in Europa. “Resta poco tempo per correre ai ripari e salvare le specie sopravvissute”, dicono i ricercatori dell’Aaas. Una soluzione immediata è quella di imporre una regolamentazione sulla attività di pesca. Ma è altrettanto importante individuare delle aree marine protette ai fini di rafforzare le riserve. Questo è possibile utilizzando sistemi Gps satellitari in grado di monitorare i percorsi compiuti dagli squali. Il monitoraggio viene già realizzato da alcuni ricercatori dell’Università della California, i quali hanno individuato delle vere e proprie ‘aree di sosta’ preferenziali, che in futuro potrebbero essere trasformate in attrattive turistiche dove osservare gli squali nel loro habitat.

di Nicoletta Guaragnella

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