Natura


farfalla-bluLe farfalle blu sanno imitare il suono emesso dalle formiche rosse, spacciandosi addirittura per le regine e riuscendo così a ricevere favori dalle operaie. Che le nutrono e le proteggono a costo della propria vita.

Ad imitare le formiche sono le larve e le pupe di Maculinea rebeli, una farfalla parassita dell’Europa Occidentale. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Oxford, che hanno pubblicato il loro studio questa settimana su Science.

Prima della metamorfosi in farfalla, le larve di M. rebeli cominciano a produrre particolari composti chimici simili a quelli emessi dalle formiche che, ingannate dall’odore, le trasportano all’interno della loro colonia.

Jeremy Thomas, l’entomologo che ha guidato lo studio, ha però scoperto che le farfalle non solo sono ben accette, ma godono anche di trattamenti di favore. Quando infatti, i ricercatori hanno disturbato la colonia allevata in laboratorio, le operaie hanno sacrificato la loro vita per salvare le larve, un trattamento riservato solo alle regine.

“Un’altra forma di comunicazione doveva indurre le operaie a trattare le farfalle con quel riguardo a parte l’odore, perché le regine emettono sostanze diverse dalle altre formiche”, racconta Thomas.

I ricercatori hanno allora analizzato i suoni emessi dagli insetti. Utilizzando minuscoli microfoni, hanno registrato i “ticchettii” scoprendo forti somiglianze tra quelli delle larve e delle pupe delle farfalle e quelli delle formiche regine.

Dopodiché, con altoparlanti lillipuziani, gli entomologi hanno riprodotto i suoni e osservato le reazioni delle operaie, che si sono dimostrate particolarmente attente tanto ai suoni delle regine quanto a quelli delle larve. “L’imitazione dei versi è probabilmente il trucco usato da questi insetti”, commenta David Nash dell’Università di Copenhagen. In una sua precedente ricerca, Nash aveva dimostrato che l’imitazione dell’odore da parte delle farfalle ha spinto nei tempi le formiche a produrre nuovi composti chimici.

Fonte: Galileo

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Charles Darwin

Charles Darwin

 

Nell’Inghilterra vittoriana uno scienziato autodidatta intraprende un lungo percorso di osservazioni sulla natura che dopo anni si svilupperanno in una teoria evolutiva. Teoria che a 150 anni di distanza rimane un pilastro del pensiero scientifico.

Il 2009 è dedicato a Charles Darwin, bicentenario della sua nascita (12 febbraio 1809) e 150 anni dalla sua pubblicazione “L’origine della specie” (1859).

In tutta Italia, come nel resto del mondo si festeggiare il “Darwin Year” con mostre, incontri, seminari ed altro ancora.

A Roma sarà organizzata la più grande mostra rivolta al grande pubblico mai realizzata sullo scienziato inglese. Dal 12 febbraio al 3 maggio al Palazzo delle Esposizioni ospiterà una mostra internazionale dedicata al padre della teoria dell’evoluzione dall’American Museum of Natural History di New York, in collaborazione con il Museum of Science di Boston, The Field Museum di Chicago, il Royal Ontario Museum di Toronto e il Natural History Museum di Londra. Dopo essere stata nelle più importanti capitali del mondo, la mostra approda anche in Italia in una versione appositamente adattata e ampliata per il nostro paese da due grandi evoluzionisti come Niles Eldredge, responsabile della divisione invertebrati dell’American Museum of Natural History di New York, fra i maggiori evoluzionisti contemporanei, con l’aiuto di Ian Tattersall fra i massimi esperti al mondo di evoluzione umana e direttore della Hall of Human Evolution presso l’American Museum of Natural History. Il lavoro degli studiosi americani sarà coadiuvato da Telmo Pievani associato di Filosofia della Scienza presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, filosofo della biologia ed esperto di teoria dell’evoluzione.

L’esposizione intreccia i linguaggi della storia, della narrazione, del naturalismo, della filosofia della scienza e delle ricerche sperimentali contemporanee. La biografia avventurosa del giovane Darwin, le sue complesse relazioni familiari, l’immersione nella cultura inglese dell’epoca e nei suoi conflitti, il celebre viaggio attorno al mondo durato 5 anni a bordo del Beagle diventano espedienti suggestivi per raccontare la nascita di un’idea rivoluzionaria. La mostra metterà in risalto le domande iniziali che si è posto Darwin, seguite dalle scoperte entusiasmanti, le incertezze, i timori, il lungo silenzio fino ad arrivare alla pubblicazione di “L’origine della specie” che fece tanto scalpore nel 1859.

Ancora a Roma, l‘Accademia dei Lincei ospiterà l11 e 12 febbraio il convegno internazionale “Il mondo dopo Darwin”. Verranno illustrate teorie, studi e ricerche sul “posto dell’uomo nella natura” e sarà fatto il punto del dibattito filosofico e scientifico ancora aperto sulla teoria di Darwin.

A Milano, dal 4 al 8 febbraio il Museo Civico di storia Naturale di Milano ha organizzato la VI edizione del Darwin Day. Un evento che unisce scienza e divulgazione, e che prevede incontri con i più importanti biologi, filosofi della scienza e paleontologi che si intrecciano con spettacoli teatrali e laboratori per bambini.
 
 di Francesca Ceradini

medusa E’ in arrivo anche nei nostri mari la medusa della specie Turritopsis nutricula, tipica dei Caraibi. Ma la vera notizia non è questa, bensì che questa medusa ha la straordinaria caratteristica di essere “immortale”. Si tratta di una specie che, giunta a maturità sessuale, torna indietro alla giovinezza senza morire mai.

La medusa in questione è l’unico animale al mondo capace di invertire completamente il corso della sua vita tornando alla giovinezza. Gli scienziati pensano che il ciclo vitale possa ripetersi all’infinito senza mai arrestarsi. L’ovvia e inevitabile conseguenza è una costante proliferazione di questa medusa con una lenta invasione dei mari di tutto il mondo.

Questa strabiliante capacità è già conosciuta da qualche anno ed ha reso la piccola medusa (misura solo 5 millimetri) l’oggetto di numerosi studi da parte di biologi e genetisti per capire come è possibile combattere l’invecchiamento.

di Francesca Ceradini 

trafficoL’uomo potrebbe ispirarsi ai piccoli imenotteri per la gestione del traffico automobilistico

La soluzione sarebbe semplice: dare aiuto a chi viaggia in direzione opposta fornendo informazioni dettagliate sul traffico che abbiamo incontrato. Le formiche lo fanno, gli uomini no. Gli scienziati la chiamano “intelligenza collettiva”, una caratteristica tipica degli animali che vivono in grosse colonie come le formiche per esempio.

Dirk Helbing, dell’Università della Tecnologia di Dresda, in Germania, ha osservato il modo in cui le formiche si spostano, dentro e fuori dal formicaio. Il team dello scienziato ha segnato due vie attraverso le quali gli insetti potevano muoversi dal formicaio verso una fonte di cibo. Uno dei due sentieri era più stretto dell’altro, e ovviamente si è congestionato subito. Quando però una formica che aveva viaggiato sulla via congestionata incontrava un altro individuo che stava uscendo in quel momento dal formicaio, lo spingeva sull’altro sentiero, cosa che non accadeva se invece aveva trovato la strada sgombra.

Basandosi sui dati raccolti, i ricercatori hanno creato un modello al computer per simulare situazioni più complicate in cui un alto numero di individui si trovano a interagire, con percorsi di lunghezza variabile. La simulazione ha mostrato che se anche le formiche che vengono indirizzate su una nuova via possono intraprendere percorsi più lunghi, riescono comunque a raccogliere il cibo in maniera veloce ed efficiente.

Se gli automobilisti fossero in grado di fornire informazioni a coloro che viaggiano in direzioni opposta in questo modo si eviterebbero certamente molte code.

Fonte: Ulisse- Scienza esperienza

A 2,8 chilometri di profondità è stato scoperto il primo ecosistema formato da un’unica specie. La scoperta è stata pubblicata su Science.

Nelle profondità di una miniera d’oro di Mponeng, vicino a Johannesburg, in Sud Africa, un gruppo internazionale di ricercatori ha infatti identificato e studiato un batterio, battezzato Desulforudis audaxviator, che vive in perfetto isolamento nel buio più totale, in un ambiente privo di ossigeno e con una temperatura di 60° C.

D. audaxviator sopravvive in questo habitat lontano dal sole traendo energia dai solfati e dall’idrogeno prodotti nelle rocce dal decadimento radioattivo dell’uranio. In assenza di ogni altra forma vivente, il batterio deve produrre da solo le molecole organiche a partire dall’acqua, il carbonio inorganico e l’azoto dai fluidi circostanti.

L’evoluzione ha dotato D. audaxviator di un corredo di geni – molti dei quali presenti negli archea, un dominio della vita separato da quello dei batteri – estremamente versatile che gli consente di far fronte a condizioni estreme; in particolare è in grado di fissare direttamente l’azoto elementare presente nell’ambiente.

Il genoma del batterio è stato identificato filtrando oltre 5600 litri di liquidi percolanti dalle fratture delle rocce. “Sapevamo da lavori precedenti che in questa miniere sembravano esserci comunità viventi molto semplici”, ha detto Fred Brockman del Pacific Northwest National Laboratory, che ha partecipato alla ricerca. “Ci aspettavamo di avere buone probabilità di identificare il genoma quasi intero di diverse specie dominanti. Quasi tutti gli organismi vivono infatti in comunità con una suddivisione dei ruoli all’interno dei loro ecosistemi. Ciò che invece abbiamo scoperto è che era presente il genoma di un’unica specie”.

L’analisi del genoma ha mostrato che esso contiene tutto ciò che serve ad un organismo per sostenere un’esistenza indipendente, compresa la capacità di incorporare gli elementi necessari alla vita da fonti inorganiche, di riprodursi, di muoversi liberamente (grazie a un flagello) e di proteggersi da condizioni ambientali dure, virus e anche di periodi di assenza di nutrienti attraverso la formazione di spore.

Il fatto che possieda una parte dei geni che sono comuni fra gli archea (fra cui quelli che li proteggono dai virus, cosa unica nel phylum dei batteri), induce a pensare che i suoi antenati abbiano a lungo condiviso un ambiente con questi organismi, da cui potrebbero aver ricavato i geni per trasferimento genomico orizzontale.

La capacità di formare endospore consente a D. audaxviator di resistere alla siccità, al calore, all’assenza di nutrimento e ad aggressivi chimici. L’unica cosa a cui sembra non poter resistere è l’ossigeno, circostanza che fa ipotizzare ai ricercatori che il batterio non sia stato esposto ad esso fin da epoche remote.

Curiosa anche la storia del nome di questo batterio. La paternità è dovuta in parte a Tullis Onstott che ha coniato “ Desulforudis” ispirandosi alla sua forma e alla capacità di trarre energia dai solfati, ed in parte al libro di Jules Verne “Viaggio al centro della Terra” in cui si parla di un messaggio decifrato dal protagonista in cui è scritto “descende, Audax viator, et terrestre centrum attinges”, da cui audaxviator.

Fonte: Le Scienze

Una nuova teoria per spiegare il cannibalismo delle femmine di molte specie di ragni: è tutta una questione di dimensioni.

Forse l’esempio più famoso è quello della vedova nera. Già dal nome si capisce bene che il maschio di solito non fa una bella fine.
Il cannibalismo nei ragni è una pratica diffusa. In molte specie di ragni le femmine, infatti, mangiano il maschio subito dopo aver fatto sesso.

Finora gli studi hanno suggerito varie e complesse interpretazioni per spiegare il fenomeno, soprattutto legate a ragioni evolutive, ai costi e benefici della specie.
Una ricerca appena pubblicata sull’ultimo numero di American Naturalist ha individuato una ragione molto più semplice: è tutta una questione di dimensioni. Nei ragni i maschi normalmente sono più piccoli delle femmine, quindi sono facili da cacciare. Shawn Wilder e Ann Rypstra della Miami University, in Ohio (Stati Uniti) hanno scoperto che nel “ragno lupo” la femmina, che è più grande, non viene mai mangiata dal proprio compagno, mentre i maschi vengono uccisi nell’80 per cento dei casi.
“Siamo rimasti colpiti nello scoprire che una caratteristica così banale come la dimensione del maschio abbia un effetto così diffuso nel determinare il cannibalismo delle femmine”, ha dichiarato Wilder.

In sostanza le femmine, dopo essere state soddisfatte, si ritrovano davanti una facile preda da cacciare, e quindi perché non nutrirsi? In fondo è molto meglio di una sigaretta.

Fonte: Ulisse – Scienza esperienza

Scoperto nell’isola caraibica Barbados il serpente più piccolo del mondo: è lungo 10 centimetri e largo quanto uno spaghetto.

La scoperta, fatta da Blair Hedges – biologo della Penn State University degli Stati Uniti – è stata pubblicata dal giornale Zootaxa. Il rettile è stato chiamato Leptotyphlops carlae e risulta essere il più piccolo tra le 3.100 specie di serpenti conosciute. Le femmine producono solo un uovo alla volta, mentre altre specie ne possono deporre fino a 100. Hedges ritiene che il serpentello si nutra di termiti e viva solo sull’isola Barbados.

Non si tratta di una scoperta in assoluto. Tempo fa, infatti, vennero trovati tre esemplari della stessa specie, oggi conservati al museo di Storia naturale di Londra e in un museo della Martinica. I tre rettili, comunque, non sono mai stati identificati correttamente per la difficoltà di classificare una nuova specie quando il nuovo organismo è così piccolo.

Il Leptotyphlops carlae rischia però di estinguersi presto visto che il 95 per cento dell’isola è ormai rimasta senza alberi e tante sono le minacce per la foresta rimasta.

Francesca Ceradini

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