Recensioni


Francesca Ceradini
“La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società”.
Aracne 2008, pp. 84, euro 7,00

“La paura è la cosa di cui ho paura”
Montaigne

Le paure. Scandiscono da sempre l’evolversi dei mutamenti sociali di cui l’uomo è stato ed è protagonista. Sono caratteristiche di un momento storico e non si manifestano mai allo stesso modo nelle diverse parti del mondo. Parlare di paure, dunque, non è mai anacronistico. Le paure che oggi ci affliggono sono numerose, come è stato evidenziato in occasione del World Social Summit Fearless tenutosi a Roma il mese scorso. Ma una più delle altre, sembra essere temuta: la paura verso la tecnologia.

Ed e’ proprio questo l’argomento che Francesca Ceradini ha scelto per la scrittura del suo primo libro dal titolo “La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società.”, edito da Aracne. L’autrice, biologa molecolare di formazione, è oggi responsabile scientifico di Parent Project onlus, un’associazione che sostiene la ricerca sulla distrofia muscolare di Duchenne e Becker. Alla sua attività per Parent Project affianca una viva vocazione per la comunicazione scientifica, che manifesta attraverso la collaborazione con diversi giornali e riviste di divulgazione e la presenza costante nelle attività di questo blog, Sciencedesk, di cui è fondatrice.

Il libro ripercorre in senso diacronico alcuni momenti significativi in cui scienza e informazione si sono scontrate e continuano a scontrarsi, generando e alimentando il sentimento della paura. Paure oggettive e paure immaginarie sono messe a confronto ed analizzate sulla scorta di esempi realmente accaduti. La prefazione si apre con una citazione provocatoria di Daniel Defoe “La paura del pericolo è mille volte più terrificante del pericolo presente”. Oggi più che mai accade che le paure siano il frutto di un’interiorizzazione del percepito piuttosto che il risultato di un’esperienza diretta. Di chi sono le omissioni e di chi le colpe di questa situazione? L’autrice prova a dare una risposta soffermandosi sulle paure generate dalle biotecnologie e sul ruolo giocato dai media. La storia è costruita sull’ analisi di quattro noti casi scientifici e mediatici: “la mucca pazza” – madre di tutte le paure – che negli anni ’80 ha rappresentato il più grande scandalo alimentare a livello europeo; gli organismi geneticamente modificati (OGM), un dibattito ancora aperto cominciato negli anni’90; la clonazione ed i suoi risvolti di carattere etico con la vicenda della pecora Dolly e la controversia odierna sulla produzione delle cellule staminali embrionali.

Le vicende raccontate sono ampiamente documentate e affidate ad una scelta stilistica scevra di tecnicismi. Ne deriva una lettura scorrevole, che mantiene vivo l’interesse. A questo si aggiunge uno stile argomentato che sollecita il ragionamento e la riflessione di chi legge. Siamo di fronte ad un’analisi verosimilmente priva di pregiudizio, da cui emerge la verità di una scienza penetrata nel tessuto sociale. Scienza e società si influenzano reciprocamente. Ma con quali effetti? Nel libro si suggella la presa d’atto di una crisi di rapporto, di cui se ne prospetta, però, un possibile superamento.

Nell’ultimo capitolo, l’autrice punta il dito sull’inadeguatezza del processo comunicativo in merito alle questioni scientifiche. L’invito è di costruire un dialogo a più voci: scienziati, giornalisti, politici e cittadini comuni, che identificano la pluralità di attori oggi coinvolti direttamente e indirettamente nelle vicende di carattere scientifico che invadono la società moderna. La tesi portata avanti è a favore di una “democratizzazione mediata del sapere scientifico”. I mediatori saranno i comunicatori della scienza, figure ancora senza identità nel panorama italiano, ma già riconosciute nel mondo anglosassone. Il loro ruolo dovrà essere quello di porsi all’interfaccia tra chi la scienza la conosce e chi no. Sarà compito del comunicatore spiegare all’ “uomo della strada” che se in una fragola si inserisce un gene di pesce per renderla resistente al gelo non vuol dire creare un’orribile chimera meta’ fragola e meta’ pesce che mette a rischio la salute umana. Nel piatto si avra’ sempre e comunque una fragola gustosa da mangiare.

Il messaggio finale è un monito di speranza in cui la paura delle biotecnologie non sia più paralizzante, ma possa essere compresa, razionalizzata e quindi gestita.

di Nicoletta Guaragnella

Il libro può essere consultato e ordinato online sul sito della casa editrice Aracne

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La Solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
Edizione Mondadori pp.304 euro 18,00

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi; tra questi ve ne sono alcuni che i matematici chiamano primi gemelli, come l’11 e il 13 o il 17 e il 19. Fra di loro vi è sempre un numero che li divide e ne impedisce il contatto vero. Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

La solitudine dei numeri primi è la storia di Alice e Mattia, del loro percorso fisico e psicologico da bambini ad adulti. Lei insicura, fisicamente segnata da un incidente sulla neve che le ha tolto una gamba, interiormente contratta nella sua ossessione per il cibo. Lui dotato di un’intelligenza superiore, tanto disinvolto con i numeri quanto impacciato nei rapporti con il prossimo, assalito dal perenne senso di colpa nei confronti della sorella gemella abbandonata e mai più ritrovata. Sono entrambi soli. Un giorno, per caso, dopo un gioco tra ragazzi, si ritrovano mano nella mano. Da quel momento si avvicinano, lentamente, con il timore di ferirsi, ma con l’istinto sincero di donarsi. Nel tempo si accorgono di volersi bene e di essere indispensabili l’uno all’altro. Ma la solita storia d’amore a lieto fine non appartiene a loro. Per Alice e Mattia, volersi bene non significa decidere di stare insieme. La barriera insormontabile della incomunicabilità li separa, trattiene le loro emozioni e prevale sui loro sentimenti. I due, allora, scelgono il silenzio piuttosto che l’esternazione, optano per la fuga piuttosto che per l’incontro e lo scontro con la realtà. Così, pur essendo vicini, non riescono mai a toccarsi davvero né con le parole  né con il corpo.

‘La solitudine dei numeri primi’ ha la firma di Paolo Giordano, classe 1982, fisico teorico di formazione e scrittore per vocazione. Questo è il suo primo romanzo, un esperimento ben riuscito, come dimostra anche il riconoscimento del Premio Strega 2008. La sua attenzione verso dei protagonisti imperfetti, marginali, inadeguati al mondo a cui siamo stati abituati, ha conquistato il pubblico. La sua opera ha un ritmo crescente che esplode nel finale generando l’attesa di qualcosa che in realtà alla fine non arriva, ma che è sufficiente a determinare la catarsi dei suoi personaggi.

Nicoletta Guaragnella

“Le Scienze” compie 40 anni, un compleanno importante che la redazione della rivista ha voluto festeggiare con due iniziative editoriali.
La prima è un numero speciale (dal costo di 4 euro) allegato al numero di settembre in cui sono riportati 12 articoli, scelti tra tutti quelli pubblicati, che hanno in qualche modo fatto la storia della scienza. Scritti che hanno affrontato scoperte miliari e che spesso hanno anticipato un premio Nobel. Ad esempio, potrete leggere l’articolo che Albert Einstein scrisse sulla teoria generalizzata della relatività pubblicato su «Scientific American» nel 1950 e che “Le Scienze” ha pubblicato nel 1979, in occasione del centenario della nascita del padre della relatività. Troverete anche l’articolo di Eric Kandel pubblicato una ventina d’anni fa sui piccoli sistemi di neuroni, in cui illustra il lavoro che lo ha portato a svelare i meccanismi della memoria (per queste ricerche, nel 2000, Kandel ricevette il premio Nobel). E ancora, un articolo uscito nel 1982 di Mary Leakey che racconta l’emozionante scoperta delle orme fossili di Laetoli, o Anton Zeilinger che spiega le meraviglie del teletrasporto quantistico nelle pagine del numero di giugno 2000 di “Le Scienze”. Per il numero speciale, dal costo 4 euro, abbiamo scelto 12 articoli.
La seconda iniziativa è un doppio DVD-Rom (dal costo di 14,90 euro), realizzato in collaborazione con ENEL, che racchiudono 16 Gb di dati con la riproduzione anastatica di testi e immagini di tutti gli articoli pubblicati da “Le Scienze” fino ad oggi. Questo archivio digitale riserva una sorpresa: include 6 articoli scelti per confezionare il “numero zero” della rivista e mai pubblicati. Il doppio DVD-Rom sarà disponibile in edicola fino alla fine di ottobre.

Francesca Ceradini

La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base
Di Giorgio Cosmacini – Raffaello Cortina Editore 2008
pp. 124
Euro 14,00

Con alle spalle oltre cinquant’anni di professione medica, decenni d’insegnamento sulla teoria e la storia della medicina e innumerevoli pubblicazioni su questi e altri argomenti affini, Giorgio Cosmacini si è preso la libertà di scegliere per il suo più recente lavoro un titolo provocatorio. Un titolo che, all’apparenza, potrebbe compiacere i sostenitori di tutta quella congerie di medicine alternative che si basano più sull’ascendente che sanno esercitare sul malato che sulla verifica sperimentale di ipotesi e terapie.

Niente di più sbagliato. Perché, come è chiaro fin dal sottotitolo, la medicina – che si voglia chiamarla pratica, tecnica o, come preferisce l’autore, arte della cura – ha solide basi scientifiche accumulatesi nel corso dei millenni, a partire dalla Grecia arcaica in cui i medici erano anche fisici, ossia studiosi della natura (una terminologia che curiosamente si è conservata nei paesi anglosassoni, dove il medico si chiama ancora physician).

Allora perché affermare, paradossalmente, che «la medicina non è una scienza»? La risposta è nello stesso tempo semplice e complessa: «Perché – scrive l’autore – la medicina non è riducibile alle sue scienze di base e alle tecniche generate da esse». E più avanti chiarisce: «Esse possono aiutarlo a fare il medico, ma non a essere medico in senso antropologico ed etico». Un richiamo forte, soprattutto in tempi come i nostri in cui il medico, da un lato, ha a disposizione tecniche e strumenti che gli consentono di inseguire risultati un tempo impensabili e, dall’altro, si trova a dover combattere con le forze di mercato, le esigenze amministrative e le pressioni sociali.

Ma per spiegare più a fondo quanto la medicina sia qualcosa «di più» rispetto alle altre scienze l’autore ricorre al sempre efficace strumento del confronto, dedicando gran parte del volume a un excursus storico – che ha il raro pregio di essere contemporaneamente conciso ed esauriente – delle varie scienze di base che hanno arricchito la medicina portandola all’attuale livello scientifico e tecnico.

Prima è la più antica e nobile di queste scienze, la fisica, che oltre agli incommensurabili contributi di Ippocrate e Galeno ha donato alla medicina il metodo galileiano delle «sensate esperienze e certe dimostrazioni», e via via tecniche e strumenti sempre più raffinati. Si passa poi alla chimica, moderna figlia dell’alchimia medievale, che con le sue branche della farmacologia e della biochimica ha fornito alla medicina preziosi strumenti di cura, ma l’ha anche mandata a occupare i delicati settori che hanno a che fare con l’industria del farmaco, dove vigono le rigide regole del mercato e del profitto. Conclude la terna delle classiche «ancelle» della medicina la biologia, la meno antica ma anche la più feconda di straordinari risultati, soprattutto se si pensa che fra le prime grossolane osservazioni di una cellula al microscopio e la definizione della struttura del DNA non sono passati neppure tre secoli, nel corso dei quali si sono scoperti gli agenti microbici delle malattie, è stata messa a punto la teoria dell’evoluzione, si sono scoperte le leggi dell’ereditarietà. Tutto questo ha poi portato alla genetica molecolare, alla moderna immunologia, alla genomica e all’ingegneria genetica, alimentando l’ambizione di poter dar vita a una medicina personalizzata.
Ecologia ed economia sono invece le due nuove discipline di cui la medicina attuale deve, spesso suo malgrado, tenere conto. Della prima perché non solo vi è una distribuzione geografica e socio-economica delle malattie, ma anche perché l’attività umana ha fatto aumentare a dismisura le patologie connesse all’inquinamento e ha intensificato le emergenze ambientali. Della seconda perché c’è ormai un rapporto molto stretto tra la gestione delle risorse economiche e la tutela della salute pubblica, un rapporto in cui tra efficienza ed efficacia a volte fanno fatica a farsi strada l’equità e l’etica, due criteri che dovrebbero sempre far parte del bagaglio professionale e culturale del medico.

Fonte: Le Scienze

Melania Rizzoli è un medico che si è sempre dedicato con passione e cura ai suoi pazienti.

Un giorno la sua vita cambia.

L’11 settembre 2001, data memorabile per altre ragioni, le viene diagnosticato un tumore maligno, di quelli definiti “senza speranza”. Qui comincia la storia dell’autrice, che da medico diventa paziente e ‘si racconta’ nel saggio “Perché proprio a me?”.

Lo sdoppiamento medico/ paziente segue la parabola di una metamorfosi fisica e psicologica e ha le caratteristiche di uno scontro duro e doloroso con la realtà. Si apre una finestra sul profondo senso della vita.

La descrizione della malattia e delle sue fasi è puntuale, fin troppo, commovente e coinvolgente. I lettori che si imbatteranno nelle prime pagine del libro ritroveranno, purtroppo, i ricordi e le sensazioni di storie vissute, chi più da vicino e chi da lontano. Nulla è omesso: sentimenti, sensazioni, percezioni di chi vive la vicenda direttamente e indirettamente, odori e dolori.

Ma disperazione e paura trovano sollievo in un epilogo inaspettato, che è la vittoria della battaglia per la vita e ha il nome di trapianto di cellule staminali.

La paziente ritorna ad essere medico, guarisce definitivamente dal tumore che l’ha colpita e potrà di nuovo sorridere alla vita, come nell’immagine riportata in copertina.

La prefazione al libro è di Umberto Veronesi, che scrive una riflessione ad alta voce sulla domanda “Perché proprio a me?”, ricorrente quasi come un automatismo nei pazienti a cui viene diagnosticato un tumore. La risposta, in verità, non c’è, ma il racconto personale di Melania Rizzoli cerca di trovare un senso alla malattia.

Questo libro è una testimonianza positiva, attraverso cui l’autrice ha voluto rivolgere un messaggio ai malati, a chi ha paura della malattia e, a causa di essa, diventa indifeso, a chi perde la fiducia. E’ un invito a non perdere la speranza e a non arrendersi.

L’autrice devolverà i proventi netti della vendita del suo libro all’AIL, Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma.

2008

pp.240

euro 15,00

ed. Sperling & Kupfer

di Nicoletta Guaragnella

Troppo belle per il Nobel. La metà femminile della scienza
di Nicolas Wtkowski Bollati Boringhieri,
pp. 164 Euro 25,00

In copertina c’è una bella immagine di Rita Levi Montalcini che riceve il Nobel dal re di Svezia; scelta per l’edizione italiana, tradendo in qualche modo lo spirito di questo saggio dedicato alle donne dimenticate dalla scienza. E non solo dal prestigioso riconoscimento svedese – anche se vale la pena di ricordare che solo 11 scienziate hanno ricevuto il Nobel – ma più in generale dall’attenzione di una comunità scientifica che ha sempre trovato difficoltà a conciliare, per parafrasare una storica battuta di Jules Verne, la mela di Eva con la mela di Newton.
A partire da una delle vicende più drammatiche e recenti, quella di Rosalind Franklin, la giovane scienziata inglese che con le immagini a raggi X da lei scattate fornì a Francis Crick e James Watson lo spunto fondamentale per elaborare il modello della doppia elica del DNA. Un contributo mai pienamente riconosciutole, e non solo perché il Nobel non avrebbe potuto comunque esserle assegnato a causa della sua morte precoce.
Subito dopo l’autore fa un passo indietro per ripartire dalla preistoria, o meglio dallo scarso interesse dei paleoantropologi per le nostre antenate. Per poi raccontare come le donne siano riuscite anche nei momenti più sfavorevoli a fare scienza, sfruttando spesso la scorciatoia di una storia d’amore o di un legame familiare. E al prezzo di vedere ignorati o misconosciuti i propri meriti.
Tra le scienziate raccontate da Witkowski ci sono Sophie, la sorella dell’astronomo Tycho Brahe, Emilie du Châtelet, più nota come amante di Voltaire che per aver tradotto in francese i Principia di Newton, Marie Lavoisier che completò il trattato di chimica del marito defunto e Ada Lovelace, figlia del poeta Byron e «musa», o meglio collaboratrice, del matematico Charles Babbage. «Per scrivere questo libro ho dovuto procedere a indagini delicate, rimbalzando da una biografia tronca a una nota criptata – commenta l’autore – e soprattutto rimuovere dai ritratti che sono riuscito a riportare alla luce la polvere di sufficienza maschile che i secoli vi avevano deposto».
Ci sono figure più note, come quella di Marie Curie che ottenne di dividere il Nobel con il marito, anche per le insistenze di quest’ultimo, ma non di tenere il discorso di accettazione. Altre conosciute soprattutto dagli addetti ai lavori, come le matematiche Alice Liddell, ispiratrice di Lewis Carroll, Emmy Noether, fondatrice dell’algebra moderna, e Sofia Kovaleskaja, che ottenne una cattedra all’Università di Stoccolma scandalizzando lo scrittore August Strindberg per cui un matematico donna era «una mostruosità».
Colpisce il riferimento fin troppo sbrigativo, forse dovuto a una certa parzialità dell’autore verso la storia francese, a Mileva Mariç, la matematica serba moglie di Albert Einstein, con cui collaborò alla rivoluzionaria teoria della relatività. Ma questo non toglie niente alla piacevolezza di una galleria di ritratti tutt’altro che accademica, che ha semmai il difetto di stimolare molti interrogativi fornendo poche risposte.
Alcune vicende sono appena sfiorate, come quelle di Elisabeth Thible, prima donna a tentare un’ascensione in mongolfiera, o della naturalista Athenais Mialaret, moglie dello storico Michelet, che intrecciò una corrispondenza scientifica con Charles Darwin. E l’autore mostra un certo privilegio per la fisica e la matematica – che sono per la verità anche le discipline in cui il ruolo delle donne è più misconosciuto – rispetto alle scienze della vita. Così non fa menzione della genetista Barbara McClintock, premio Nobel per la medicina nel 1983 e una delle poche scienziate a proporre, con le sue affermazioni sulla necessità di «entrare in sintonia» con l’organismo studiato, un possibile approccio femminile nella scienza, né di molte altre.
L’ultimo capitolo è dedicato a un campo, lo studio dei primati, in cui i nomi eccellenti sono quelli di donne come Jane Goodall, Birute Galdikas o Diane Fossey. Sarà per quello che per la primatologia non è previsto un premio Nobel?

Fonte: Le Scienze

libro Giraud

Sapevate che le lumache fanno dei concerti con il naso? Che i caprioli si ubriacano? Che i cavalli parlano con le orecchie e le locuste ascoltano con le zampe? Che i cavolfiori possono gridare?

Per conoscere la natura non è necessario partecipare a spedizioni e a safari ai quattro angoli del pianeta: il mondo animale che ci circonda è pieno di tesori favolosi. Per scoprirli basta osservare e ascoltare… in casa nostra, in giardino, in città, nei boschi e lungo i sentieri, ovunque nei paesaggi a noi più familiari si nasconde un bestiario meraviglioso e incredibile. Con il suo nuovo libro “Il kamasutra delle libellule” (Salani Editrice, 220pg 15E), Marc Giraud svela i segreti di animali grandi e piccoli, dalla formica al barbagianni, dal cavallo al ranocchio, raccontando la natura con competenza e umorismo, come nel più appassionante ed esotico dei documentari.

Un breve assaggio del libro:
Da marzo a giugno, periodo di riproduzione, la pancia dello spinarello maschio diventa rossa ed i suoi occhi diventano blu. Questo piccolo pesce, molto diffuso nei corsi d’acqua e negli stagni, costruisce un nido con i rifiuti vegetali, e per renderlo più solido gioca ad essere un barattolo di colla: vi spinge il suo addome per farne uscire una sostanza adesiva secreta dai suoi reni. Scava un tunnel per la deposizione delle uova, quindi va da una femmina ed esegue una danza nuziale a zigzag, bocca aperta e spine dritte, per attirarla nel nido. Le dà dei piccoli colpi con il naso per spingerla a deporre le uova, deposita quindi il suo seme e caccia la femmina, pronto a ricominciare con un’altra. Dopo la visita di quattro o cinque partner, si occupa delle uova, le ossigena con movimenti della pinna, e poco a poco perde i suoi colori. Dopo la schiusa si occupa dei suoi piccoli, accogliendoli nella sua bocca quando si allontanano troppo, e cacciando gli intrusi.
Nikolaas Tinbergen, l’etologo olandese che scoprì tutto questo ciclo riproduttivo, osservò che tutti gli spinarelli del suo acquario diventavano furiosi, ogni giorno, ad una precisa ora. Capì velocemente che l’ora corrispondeva con il passaggio della macchina delle poste. I veicoli erano dello stesso rosso fuoco della pancia dei maschi in attività sessuale: i pesci vedono quindi la macchina delle poste come un terribile rivale! Tinbergen studiò il valore dei segnali visivi con semplici test – usando delle figure più o meno rosse – e verificò che il colore, più di qualsiasi forma, stimolava l’aggressività dei maschi ed attirava le femmine pronte a deporre le uova. Se incontrate questi piccoli esseri argentati, capaci di veloci accelerazioni ad un vostro avvicinamento, avrete visto dei pesci che hanno fatto avanzare la scienza.

Marc Giraud è guida ecologica, scrittore e giornalista specializzato in zoologia. In Francia è famoso per i suoi documentari incentrati sull’osservazione e la scoperta naturalistica nella vita normale. Ecologista, è vicepresidente dell’associazione francese per la protezione degli animali selvatici.

di Francesca Ceradini

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