Scienze della terra


Un perfezionamento nella tecnica di datazione con l’argon-argon permette di collocare più correttamente l’estinzione dei grandi rettili

 Quando si sono estinti i dinosauri? Sessantacinque milioni e mezzo di anni fa, 300mila più, 300mila meno. Questa è la risposta, o almeno lo era fino a ieri. Grazie a una tecnica più raffinata di datazione infatti, i ricercatori dell’Università di Berkley, in California, hanno ridotto di quasi 10 volte l’intervallo di errore, individuando con estrema precisione il “momento” in cui i dinosauri si sono estinti, che si fa corrispondere al passaggio tra l’era geologica del Cretaceo e quella del Terziario. La nuova risposta è dunque 65,95 milioni di anni fa, con un margine di soli 40mila anni.

Come riporta su Science Paul Renne, direttore del Berkley Geochronology Center, il suo gruppo ha perfezionato il metodo di datazione con l’argon-argon, sviluppato nella stessa università negli anni Sessanta e comunemente usato per datare rocce e fossili. La metodica è versatile ma poco precisa rispetto ad altre tecniche, per esempio quella uranio-piombo, poiché ha un’incertezza del 2,5 per cento. Questo è irrilevante per eventi a noi vicini, ma quando si parla degli albori del Sistema Solare, cioè di 4,5 miliardi di anni fa, un punto percentuale corrisponde a 50 milioni di anni. Renne e colleghi sono ora riusciti ad abbassare l’intervallo di errore allo 0,25 per cento, che è paragonabile a quello delle altre metodiche.

“L’importanza della tecnica con l’argon-argon è che si tratta dell’unica metodica che copre quasi tutta la storia della Terra” commenta Renne. “Averla raffinata significa ottenere un’identica risposta utilizzando diversi cronometri”. La tecnica sarà ora impiegata anche per datare la formazione dei meteoriti.

Michela Molinari

Fonte: Galileo

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National geographic

ll pianeta Terra fotografato dai più celebri obiettivi del National Geographic: 92 spettacolari fotografie nella mostra «Acqua, Aria, Fuoco, Terra», al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 16 febbraio fino al 30 marzo. L’esposizione celebra i 120 anni della National Geographic Society e i 20 anni della rivista italiana, e si allinea alla proclamazione da parte dell’Onu del 2008 come “Anno internazionale del Pianeta Terra”.

“Acqua, aria, fuoco, terra”, a cura di Guglielmo Pepe, direttore di National Geographic Italia, è suddivisa in 4 sezioni e presenta 92 immagini realizzate da 39 tra i migliori fotografi che hanno fatto la storia del magazine e hanno dedicato la vita alla passione per la conoscenza e la divulgazione. Ogni foto ha e racconta una storia e trasmette con grande efficacia la bellezza e la debolezza del pianeta. Scorrendo le immagini in mostra e’ possibile passare da un continente ad un altro, da una storia metropolitana alle solitudini di luoghi incontaminati.

Tra i fotografi compaiono leggende come Michael Nichols, protagonista con il biologo Michael Fay dell’epica impresa “Megatransect” (un viaggio a piedi attraverso l’Africa); Paul Nicklen, “il fotografo dei ghiacci” cresciuto con gli Inuit; Carsten Peter, specialista della fotografia naturalistica estrema; Joel Sartore, tra i veterani della rivista, con cui collabora da oltre 15 anni;Frans Lanting, il fotografo globe-trotter autore di un lungo viaggio intrapreso nel 2000 per raccontare l’evoluzione della vita sulla Terra; Steve McCurry, fotografo Magnum famoso per le immagini a colori ricche di umanità scattate in tutto il Sud-est asiatico, che travalicano i confini delle lingue e delle culture; Michael Yamashita, “il fotografo di Marco Polo”, che ha lavorato in diversi luoghi come Somalia e Sudan, Nuova Guinea e New Jersey, anche se l’Asia resta la sua area di concentrazione specialistica; Steve Winter,che si è spinto nei luoghi più estremi del mondo,in villaggi i cui abitanti non avevano mai visto né uomini, né macchine fotografiche; Reza, che ha creato la “prima agenzia fotografica indipendente” dell’Afghanistan post-talebano; Robert Clark, premiato nel World Press Photo 2002, per la foto dell’aereo che si è schiantato sulle Torri Gemelle.

Un discorso a parte merita il lavoro di cinque eccezionali fotografe in mostra: Jodi Cobb, Maria Stenzel, Annie Griffiths Belt, Karen Kasmauski e Sisse Brimberg, che con le loro immagini analizzano in maniera esemplare i diversi aspetti del nostro tempo e del nostro mondo, raccontando storie globali che esplorano grandi temi come la schiavitù nel ventunesimo secolo così come storie più intime, che rivelano mondi chiusi e segreti. E a queste si aggiunge infine Alexandra Boulat, fotoreporter di guerra, scomparsa lo scorso ottobre a 45 anni, che attraverso le sue fotografie ha dato un volto alle vittime dei conflitti del terzo millennio.

Oltre ai 39 fotografi stranieri la mostra presenta anche uno slide show di immagini ad opera di fotografi che hanno collaborato a National Geographic Italia nei primi dieci anni di attività, assieme alle foto, rigorosamente in bianco e nero, pubblicate nella sezione ‘Archivio Italiano’ del magazine.

Info mostra
Palazzo delle Esposizioni Via Milano 13, Roma
16 febbraio – 30 marzo
Orari: Domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10 alle 20. Venerdì e sabato: dalle 10 alle 22.30. Lunedì: chiuso.
Ingresso libero
Info line: 06.70473525

di Francesca Ceradini

Mappa del mondo umanizzato

I ricercatori stanno proponendo un nuovo modo di guardare ai sistemi ecologici rivolgendo la loro attenzione agli ambienti naturali “ridisegnati” dall’umanità.
Basandosi sul concetto di bioma (rappresentato dal complesso degli ecosistemi di una particolare area geografica del pianeta, definiti in base al tipo di vegetazione dominante), studiosi di McGill e dell’Università del Maryland in Baltimore, suggeriscono di rimappare il mondo per aree alle quali è stato assegnato il nome di “antromi”.
I biomi antropici descrivono i pattern ecologici all’interno della biosfera terrestre che hanno origine dall’interazione diretta dell’uomo con gli ecosistemi (agricoltura, urbanizzazione, silvicoltura…)
I biomi convenzionali, come pascoli o foreste pluviali tropicali, sono basati su modelli globali di vegetazione legati al clima. Dal momento che l’uomo ha modificato radicalmente i pattern globali degli ecosistemi, i processi e la biodiversità dei biomi di origine antropica forniscono una visione contemporanea della biosfera terrestre nella sua attuale modificata forma umana. Un bioma antropico è definito “antroma” o “bioma umano”, per distinguerlo dai convenzionali biomi. I biomi antropici sono dunque le comunità ecologiche entro le quali viviamo: i densi insediamenti urbani, i territori residenziali, le risaie.
Gli ecologisti tradizionali considerano Phoenix, la capitale dell’Arizona, un deserto, ma non tengono conto di tutte le aree verdi che gli esseri umani hanno messo al servizio delle loro case, o del sorprendente numero di altri cambiamenti ecologici che l’ urbanizzazione ha determinato nello spazio terrestre.
L’idea di impatto antropico non è certo recente, ma nel tempo si è creato un divario enorme tra gli ambientalisti, intenti alla preservazione degli ambienti naturali , e il resto dell’umanità principalmente occupata a trasformare, mutare, irrigare, abbattere e alterare l’ambiente in ogni modo. Il grande progetto di civilizzazione ha interessato l’ambiente naturale e lo ha rimodellato per soddisfare i bisogni umani.
Alan Weisman recentemente ha scritto un libro, The World Without Us, nel quale prova ad immaginare come la terra torna a ripercorrere il suo cammino naturale senza l’interferenza umana. Alex Steffen l’autore di Worldchanging risponde con una critica: The World With Us, in cui egli scrive “Non è così difficile immaginare come il pianeta ritorni al suo naturale stato di benessere in nostra assenza: è più arduo e più necessario, pensare in che modo esso possa recuperare benessere in nostra presenza “.
A tal fine gli “antromi” sono importanti. Avere una mappa ecologica del mondo umanizzato può aiutarci a immaginare come cambiare quel mondo. Possiamo guardare al nostro pianeta, così com’è, non come vorremmo che fosse. Proviamo ad immaginare ad esempio un antroma di Phoenix che utilizza acqua, chiediamoci da dove quell’acqua proviene, quanta acqua in principio sarebbe lì se non fosse stata portata dall’uomo, e che impatto ha questo cambiamento sugli antromi e sui biomi di quelle aree.
La speranza è che in futuro gli antromi corrispondano ai biomi, e che la loro convergenza si rifletta anche con la disponibilità di energia e acqua. Questo è il tesoro nascosto che queste mappe potrebbero aiutarci a trovare.

di Simona Barbato

Per saperne di più: http://www.eoearth.org/article/Anthropogenic_biomes