Spazio


Le eruzioni superficiali causano oscillazioni dell’intera Stella, come avviene per la Terra dopo un potente sisma. Un fenomeno ipotizzato da quasi 40 anni, ora provato grazie a Soho

 I brillamenti, le eruzioni che avvengono sulla superficie del Sole, fanno vibrare la nostra stella come una campana. Questa eventualità era ipotizzata già dagli anni Settanta, ma ora è stata per la prima volta “osservata” grazie alla sonda spaziale Soho (Solar and Heliospheric Observatory). I risultati, interpretati da Christoffer Karoff e Hans Kjeldsen, dell’Università di Aarhus (Danimarca), saranno presentati il primo maggio su Astrophysical Journal.

Soho studia la struttura fisica del Sole tramite le sue oscillazioni (eliosismologia). L’osservazione è compiuta in maniera indiretta attraverso i cambiamenti (shift) nell’emissione di luce (causati dal movimento della superficie solare) che riflettono le turbolenze degli strati più interni. Shift particolarmente utili per questi studi sono quelli corrispondenti alle “oscillazioni da 5 minuti”, che hanno una frequenza di 3 millihertz. Queste oscillazioni (qui il link al video dell’Esa) riflettono i moti convettivi della materia incandescente, che dall’interno della stella passa sulla superficie, si raffredda, diventa più pesante e quindi sprofonda nuovamente. Ciò crea un “rumore di fondo” paragonabile alla vibrazione costante di una campana che, in pieno deserto, sia colpita dalla sabbia portata dal vento.

Karoff e Kjelden hanno ora osservato che, in corrispondenza dei brillamenti solari, le oscillazioni diventavano molto più intense: come se qualcuno suonasse la campana e questa continuasse a vibrare per un po’. Esattamente come è successo alla Terra dopo il terremoto di Sumatra del 2004. Resta ora da scoprire come l’energia dei brillamenti si trasmetta all’intera massa solare.

Michela Molinari
fonte: Galileo

Eclisse lunare

Questa notte (mercoledì 20) la Luna scomparirà nell’ombra della Terra. Sarà l’unica eclisse del 2008 davvero interessante per chi osserva il cielo dall’Italia.

L’inizio del fenomeno con l’ingresso della Luna nella penombra del nostro pianeta si verificherà all’1.30 circa di questa notte, ma soltanto al primo contatto con il cono d’ombra terrestre ci si potrà accorgere dell’eclisse, e ciò avverrà verso le 2.40. Alle 4.00 il nostro satellite si troverà completamente immerso nell’ombra e dopo 25 minuti si raggiungerà il massimo dell’eclisse. La Luna risulterà allora diecimila volte meno luminosa di quanto normalmente appare quando è piena.Infine, la Luna riemergera’ dall’ombra verso le 6.00 di mattina, quando ormai l’alba sarà vicina.

Si ha una eclisse totale di Luna quando Sole, Terra e Luna sono allineati in questo ordine e la Luna si trova ad attraversare il piano dell’orbita terrestre. Le eclissi totali di Sole riguardano sottili strisce di territorio e quindi per un dato luogo sono molto rare: in media una ogni 400 anni. Quelle di Luna appaiono più frequenti perché sono visibili da tutto l’emisfero della Terra immerso nella notte. Un’eclisse totale di Luna si può seguire anche ad occhio nudo, ma per poter osservare le fasi del fenomeno premunitevi di un binocolo o, meglio, di un piccolo telescopio che e’ in grado di percepire anche le sfumature di colore che l’ombra assume mescolandosi con il colore dei “mari” e delle “terre” lunari.

In generale, il colore della Luna eclissata tende al rossastro scuro. Ciò si deve al filtro esercitato dall’atmosfera del nostro pianeta. L’atmosfera infatti devia per rifrazione la luce solare, e questo è il motivo per il quale la Luna non scompare del tutto neppure al culmine della totalità, e assorbe in prevalenza i colori con lunghezza d’onda minore, lasciando passare meglio la luce rossa. E’ proprio ad occhio nudo che si segue meglio il graduale cambiamento della Luna che da bianca diventa di un rosso scuro, sanguigno (gli antichi parlavano di “colorazione cuprea”, cioè color del rame), quasi nero. Oltre al colore e’ interessante notare come l’ombra che va ad oscuare la Luna abbia una sua “rotondità”, e’ proprio da quest’osservazione che gli antichi di dedussero che la Terra è sferica e ha dimensioni circa tre-quattro volte maggiori della Luna.

Se si usa un piccolo telescopio, è bene tener basso l’ingrandimento, sotto le 50 volte, in modo che la Luna stia per intero nel campo. Il contorno dell’ombra terrestre visto al telescopio sarà molto sfumato e quindi meno identificabile che ad occhio nudo o con il binocolo, ma può essere interessante seguire il cambiamento delle sfumature di colore delle varie regioni lunari.

Durante la fase di eclisse totale, la luminosità della Luna piena si riduce fino ad un decimillesimo. Questo valore no e’ fisso, dipende molto dall’inquinamento dell’atmosfera terrestre che rifrange i raggi solari radenti e dall’attività del Sole. La luminosità residua si valuta sulla “Scala Danjon”, che risale al 1920 e ha cinque gradi: 0 corrisponde all’eclisse più scura, che rende la Luna quasi invisibile, 1 a una colorazione grigiastra, 2 a un colore rosso scuro con una zona più nera al centro, 3 a un colore rosso mattone con contorni giallastri e 4 a una eclisse molto chiara, color arancione.

Il primo astronomo a stimare con una certa precisione la luminosità residua della Luna eclissata fu John Herschel (figlio di William, lo scopritore del pianeta Urano), in Sud Africa, nel 1836. La pubblicazione dei dati avvenne però solo nel 1874. L’astronomo inglese aveva escogitato un sistema, alquanto ingegnoso, per compiere questa difficile misurazione: con una lente convergente formava una immagine puntiforme della Luna in eclisse e la confrontava con la luminosità di stelle dalla magnitudine ben conosciuta.

Durante l’eclisse la temperatura sulla superficie della Luna cambia bruscamente, passando da +130 °C a -100. Lo sbalzo termico a volte, ma molto raramente, provoca fenomeni di luminescenza osservabili o la fuoriuscita di gas da crepacci.

“La Luna rossa” e’ un’iniziativa organizzata dall’Unione Astrofili Italiani: un’apposita pagina web e’ pronta per l’archivio di dati e immagini dell’eclisse di questa notte, con lo scopo di illustrare il fenomeno agli esperti e ai meno esperti.

Per saperne di piu’: ilcieloindiretta 0 wikidivulgazione


F.C.

Fonte: La Stampa

telescopio

Giant Magellan Telescope: questo è il nome del telescopio più grande che l’uomo abbia mai costruito, che sorgerà sulle montagne cilene di Las Campanas. Il telescopio sarà terminato entro il 2016, e le sue capacità nell’osservare l’Universo saranno 10 volte più potenti di quelle dell’attuale Hubble Space Telescope.Il luogo di collocazione si trova nel Deserto di Atacama, noto per essere uno dei posti più secchi del pianeta, con cieli e un’atmosfera assolutamente limpidi e stabili (condizioni fondamentali per buone osservazioni astronomiche), e già ospita due telescopi gemelli da 6,5 metri di diametro chiamati anch’essi Magellano.

Il telescopio utilizzerà 7 specchi principali da 8,4 metri di diametro che saranno assemblati in un unica gigantesca cupola. La struttura del telescopio, tuttavia, sarà diversa rispetto ai quelli classici, uno dei 7 specchi infatti, si troverà al centro con gli altri 6 che lo circonderanno a corolla. Una struttura già sperimentata con telescopi più piccoli, ma mai con telescopi giganti. Se tutto funzionerà come dicono i calcoli il telescopio dovrebbe essere in grado di cogliere la luce dei primi oggetti formatisi subito dopo il Big Bang e, forse, di poter osservare anche pianeti extrasolari che ruotano attorno a stelle lontane.

I lavori inizieranno tra qualche mese e gli astronomi sperano di avere già 4 specchi funzionanti entro il 2013, già allora sarà il telescopio più grande al mondo. L’intero progetto costerà 550 milioni di dollari. Il primo specchio è già in fase di lavorazione presso il Mirror Laboratory dell’Università dell’Arizona (Usa).
Il Giant Magellan Telescope non è l’unico progetto di questo tipo. Gli astronomi americani si stanno già ingegnando per creare un telescopio da 30 metri di diametro, e in Europa si punta alla costruzione di un telescopio da 42 metri di diametro che si chiamerà European Extremely Large Telescope.

di Francesca Ceradini
Sputnik
Esattamente 50 anni fa, il 4 ottobre del 1957, Mosca annuncia che dalla base di Baikonur, nell’odierno Kazakistan, è stato lanciato nello spazio con successo il primo satellite artificiale terrestre: lo Sputnik1.
Si tratta di una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro, pesante 83,6 chilogrammi e corredata di quattro antenne lunghe tra 2,4 e 2,9 metri, che dallo spazio lancia un bip-bip dal suono metallico. È la prima volta che un oggetto costruito dall’uomo supera l´atmosfera del pianeta e raggiunge lo spazio, tra 228 e 947 chilometri di altezza.
Sputnik in russo significa “compagno di viaggio”, ed è il primo di una serie di successi spaziali dell’Urss: seguono il lancio dello Sputnik 2, con a bordo la famosa cagnetta Laika, e l’impresa di Jurij Gagarin nel 1961.
Il 5 ottobre 1957, Radio Mosca annuncia che l´Unione Sovietica ha inaugurato una nuova era: inizia la conquista dello spazio. L’evento viene presentato come un’inestimabile affermazione della scienza e del progresso, in realtà dietro alla “corsa allo spazio” c’è un’altra corsa ben più inquietante e agguerrita: “la corsa agli armamenti”.
Il lancio dello Sputnik1 segna uno spartiacque nella storia della guerra fredda. Gli Stati Uniti restano non solo attoniti e increduli, per essere stati superati in capacità scientifica e tecnologica dall´Urss, ma anche preoccupati e persino spaventati.
E’ così che in America inizia una mobilitazione culturale e politica senza precedenti, la corsa alle armi riempie gli arsenali di decine di migliaia di ordigni nucleari e lancia le basi per una nuova economia, fondata sulla produzione incessante di nuova conoscenza. Viene superata l’economia fondata sulla produzione industriale di beni materiali e crescono gli investimenti in ricerca, scientifica e tecnologica, e nell’alta formazione.
Se oggi ci troviamo in un’epoca in cui scienza e tecnologia regnano ovunque, lo dobbiamo un pò anche allo Sputnik.
di Francesca Ceradini