Francesca Ceradini
“La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società”.
Aracne 2008, pp. 84, euro 7,00

“La paura è la cosa di cui ho paura”
Montaigne

Le paure. Scandiscono da sempre l’evolversi dei mutamenti sociali di cui l’uomo è stato ed è protagonista. Sono caratteristiche di un momento storico e non si manifestano mai allo stesso modo nelle diverse parti del mondo. Parlare di paure, dunque, non è mai anacronistico. Le paure che oggi ci affliggono sono numerose, come è stato evidenziato in occasione del World Social Summit Fearless tenutosi a Roma il mese scorso. Ma una più delle altre, sembra essere temuta: la paura verso la tecnologia.

Ed e’ proprio questo l’argomento che Francesca Ceradini ha scelto per la scrittura del suo primo libro dal titolo “La paura delle biotecnologie. Storia di una crisi di rapporto tra scienza e società.”, edito da Aracne. L’autrice, biologa molecolare di formazione, è oggi responsabile scientifico di Parent Project onlus, un’associazione che sostiene la ricerca sulla distrofia muscolare di Duchenne e Becker. Alla sua attività per Parent Project affianca una viva vocazione per la comunicazione scientifica, che manifesta attraverso la collaborazione con diversi giornali e riviste di divulgazione e la presenza costante nelle attività di questo blog, Sciencedesk, di cui è fondatrice.

Il libro ripercorre in senso diacronico alcuni momenti significativi in cui scienza e informazione si sono scontrate e continuano a scontrarsi, generando e alimentando il sentimento della paura. Paure oggettive e paure immaginarie sono messe a confronto ed analizzate sulla scorta di esempi realmente accaduti. La prefazione si apre con una citazione provocatoria di Daniel Defoe “La paura del pericolo è mille volte più terrificante del pericolo presente”. Oggi più che mai accade che le paure siano il frutto di un’interiorizzazione del percepito piuttosto che il risultato di un’esperienza diretta. Di chi sono le omissioni e di chi le colpe di questa situazione? L’autrice prova a dare una risposta soffermandosi sulle paure generate dalle biotecnologie e sul ruolo giocato dai media. La storia è costruita sull’ analisi di quattro noti casi scientifici e mediatici: “la mucca pazza” – madre di tutte le paure – che negli anni ’80 ha rappresentato il più grande scandalo alimentare a livello europeo; gli organismi geneticamente modificati (OGM), un dibattito ancora aperto cominciato negli anni’90; la clonazione ed i suoi risvolti di carattere etico con la vicenda della pecora Dolly e la controversia odierna sulla produzione delle cellule staminali embrionali.

Le vicende raccontate sono ampiamente documentate e affidate ad una scelta stilistica scevra di tecnicismi. Ne deriva una lettura scorrevole, che mantiene vivo l’interesse. A questo si aggiunge uno stile argomentato che sollecita il ragionamento e la riflessione di chi legge. Siamo di fronte ad un’analisi verosimilmente priva di pregiudizio, da cui emerge la verità di una scienza penetrata nel tessuto sociale. Scienza e società si influenzano reciprocamente. Ma con quali effetti? Nel libro si suggella la presa d’atto di una crisi di rapporto, di cui se ne prospetta, però, un possibile superamento.

Nell’ultimo capitolo, l’autrice punta il dito sull’inadeguatezza del processo comunicativo in merito alle questioni scientifiche. L’invito è di costruire un dialogo a più voci: scienziati, giornalisti, politici e cittadini comuni, che identificano la pluralità di attori oggi coinvolti direttamente e indirettamente nelle vicende di carattere scientifico che invadono la società moderna. La tesi portata avanti è a favore di una “democratizzazione mediata del sapere scientifico”. I mediatori saranno i comunicatori della scienza, figure ancora senza identità nel panorama italiano, ma già riconosciute nel mondo anglosassone. Il loro ruolo dovrà essere quello di porsi all’interfaccia tra chi la scienza la conosce e chi no. Sarà compito del comunicatore spiegare all’ “uomo della strada” che se in una fragola si inserisce un gene di pesce per renderla resistente al gelo non vuol dire creare un’orribile chimera meta’ fragola e meta’ pesce che mette a rischio la salute umana. Nel piatto si avra’ sempre e comunque una fragola gustosa da mangiare.

Il messaggio finale è un monito di speranza in cui la paura delle biotecnologie non sia più paralizzante, ma possa essere compresa, razionalizzata e quindi gestita.

di Nicoletta Guaragnella

Il libro può essere consultato e ordinato online sul sito della casa editrice Aracne

———————————————————————–

“La Solitudine dei numeri primi “di Paolo Giordano
Edizione Mondadori pp.304 euro 18,00

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi; tra questi ve ne sono alcuni che i matematici chiamano primi gemelli, come l’11 e il 13 o il 17 e il 19. Fra di loro vi è sempre un numero che li divide e ne impedisce il contatto vero. Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

La solitudine dei numeri primi è la storia di Alice e Mattia, del loro percorso fisico e psicologico da bambini ad adulti. Lei insicura, fisicamente segnata da un incidente sulla neve che le ha tolto una gamba, interiormente contratta nella sua ossessione per il cibo. Lui dotato di un’intelligenza superiore, tanto disinvolto con i numeri quanto impacciato nei rapporti con il prossimo, assalito dal perenne senso di colpa nei confronti della sorella gemella abbandonata e mai più ritrovata. Sono entrambi soli. Un giorno, per caso, dopo un gioco tra ragazzi, si ritrovano mano nella mano. Da quel momento si avvicinano, lentamente, con il timore di ferirsi, ma con l’istinto sincero di donarsi. Nel tempo si accorgono di volersi bene e di essere indispensabili l’uno all’altro. Ma la solita storia d’amore a lieto fine non appartiene a loro. Per Alice e Mattia, volersi bene non significa decidere di stare insieme. La barriera insormontabile della incomunicabilità li separa, trattiene le loro emozioni e prevale sui loro sentimenti. I due, allora, scelgono il silenzio piuttosto che l’esternazione, optano per la fuga piuttosto che per l’incontro e lo scontro con la realtà. Così, pur essendo vicini, non riescono mai a toccarsi davvero né con le parole  né con il corpo.

‘La solitudine dei numeri primi’ ha la firma di Paolo Giordano, classe 1982, fisico teorico di formazione e scrittore per vocazione. Questo è il suo primo romanzo, un esperimento ben riuscito, come dimostra anche il riconoscimento del Premio Strega 2008. La sua attenzione verso dei protagonisti imperfetti, marginali, inadeguati al mondo a cui siamo stati abituati, ha conquistato il pubblico. La sua opera ha un ritmo crescente che esplode nel finale generando l’attesa di qualcosa che in realtà alla fine non arriva, ma che è sufficiente a determinare la catarsi dei suoi personaggi.

Nicoletta Guaragnella

__________________________________________________

La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base
Di Giorgio Cosmacini – Raffaello Cortina Editore 2008
pp. 124
Euro 14,00

Con alle spalle oltre cinquant’anni di professione medica, decenni d’insegnamento sulla teoria e la storia della medicina e innumerevoli pubblicazioni su questi e altri argomenti affini, Giorgio Cosmacini si è preso la libertà di scegliere per il suo più recente lavoro un titolo provocatorio. Un titolo che, all’apparenza, potrebbe compiacere i sostenitori di tutta quella congerie di medicine alternative che si basano più sull’ascendente che sanno esercitare sul malato che sulla verifica sperimentale di ipotesi e terapie.

Niente di più sbagliato. Perché, come è chiaro fin dal sottotitolo, la medicina – che si voglia chiamarla pratica, tecnica o, come preferisce l’autore, arte della cura – ha solide basi scientifiche accumulatesi nel corso dei millenni, a partire dalla Grecia arcaica in cui i medici erano anche fisici, ossia studiosi della natura (una terminologia che curiosamente si è conservata nei paesi anglosassoni, dove il medico si chiama ancora physician).

Allora perché affermare, paradossalmente, che «la medicina non è una scienza»? La risposta è nello stesso tempo semplice e complessa: «Perché – scrive l’autore – la medicina non è riducibile alle sue scienze di base e alle tecniche generate da esse». E più avanti chiarisce: «Esse possono aiutarlo a fare il medico, ma non a essere medico in senso antropologico ed etico». Un richiamo forte, soprattutto in tempi come i nostri in cui il medico, da un lato, ha a disposizione tecniche e strumenti che gli consentono di inseguire risultati un tempo impensabili e, dall’altro, si trova a dover combattere con le forze di mercato, le esigenze amministrative e le pressioni sociali.

Ma per spiegare più a fondo quanto la medicina sia qualcosa «di più» rispetto alle altre scienze l’autore ricorre al sempre efficace strumento del confronto, dedicando gran parte del volume a un excursus storico – che ha il raro pregio di essere contemporaneamente conciso ed esauriente – delle varie scienze di base che hanno arricchito la medicina portandola all’attuale livello scientifico e tecnico.

Prima è la più antica e nobile di queste scienze, la fisica, che oltre agli incommensurabili contributi di Ippocrate e Galeno ha donato alla medicina il metodo galileiano delle «sensate esperienze e certe dimostrazioni», e via via tecniche e strumenti sempre più raffinati. Si passa poi alla chimica, moderna figlia dell’alchimia medievale, che con le sue branche della farmacologia e della biochimica ha fornito alla medicina preziosi strumenti di cura, ma l’ha anche mandata a occupare i delicati settori che hanno a che fare con l’industria del farmaco, dove vigono le rigide regole del mercato e del profitto. Conclude la terna delle classiche «ancelle» della medicina la biologia, la meno antica ma anche la più feconda di straordinari risultati, soprattutto se si pensa che fra le prime grossolane osservazioni di una cellula al microscopio e la definizione della struttura del DNA non sono passati neppure tre secoli, nel corso dei quali si sono scoperti gli agenti microbici delle malattie, è stata messa a punto la teoria dell’evoluzione, si sono scoperte le leggi dell’ereditarietà. Tutto questo ha poi portato alla genetica molecolare, alla moderna immunologia, alla genomica e all’ingegneria genetica, alimentando l’ambizione di poter dar vita a una medicina personalizzata.
Ecologia ed economia sono invece le due nuove discipline di cui la medicina attuale deve, spesso suo malgrado, tenere conto. Della prima perché non solo vi è una distribuzione geografica e socio-economica delle malattie, ma anche perché l’attività umana ha fatto aumentare a dismisura le patologie connesse all’inquinamento e ha intensificato le emergenze ambientali. Della seconda perché c’è ormai un rapporto molto stretto tra la gestione delle risorse economiche e la tutela della salute pubblica, un rapporto in cui tra efficienza ed efficacia a volte fanno fatica a farsi strada l’equità e l’etica, due criteri che dovrebbero sempre far parte del bagaglio professionale e culturale del medico.

Fonte: Le Scienze

__________________________________________________

“Perche’ proprio a me?”

Melania Rizzoli è un medico che si è sempre dedicato con passione e cura ai suoi pazienti.

Un giorno la sua vita cambia.

L’11 settembre 2001, data memorabile per altre ragioni, le viene diagnosticato un tumore maligno, di quelli definiti “senza speranza”. Qui comincia la storia dell’autrice, che da medico diventa paziente e ‘si racconta’ nel saggio “Perché proprio a me?”.

Lo sdoppiamento medico/ paziente segue la parabola di una metamorfosi fisica e psicologica e ha le caratteristiche di uno scontro duro e doloroso con la realtà. Si apre una finestra sul profondo senso della vita.

La descrizione della malattia e delle sue fasi è puntuale, fin troppo, commovente e coinvolgente. I lettori che si imbatteranno nelle prime pagine del libro ritroveranno, purtroppo, i ricordi e le sensazioni di storie vissute, chi più da vicino e chi da lontano. Nulla è omesso: sentimenti, sensazioni, percezioni di chi vive la vicenda direttamente e indirettamente, odori e dolori.

Ma disperazione e paura trovano sollievo in un epilogo inaspettato, che è la vittoria della battaglia per la vita e ha il nome di trapianto di cellule staminali.

La paziente ritorna ad essere medico, guarisce definitivamente dal tumore che l’ha colpita e potrà di nuovo sorridere alla vita, come nell’immagine riportata in copertina.

La prefazione al libro è di Umberto Veronesi, che scrive una riflessione ad alta voce sulla domanda “Perché proprio a me?”, ricorrente quasi come un automatismo nei pazienti a cui viene diagnosticato un tumore. La risposta, in verità, non c’è, ma il racconto personale di Melania Rizzoli cerca di trovare un senso alla malattia.

Questo libro è una testimonianza positiva, attraverso cui l’autrice ha voluto rivolgere un messaggio ai malati, a chi ha paura della malattia e, a causa di essa, diventa indifeso, a chi perde la fiducia. E’ un invito a non perdere la speranza e a non arrendersi.

L’autrice devolverà i proventi netti della vendita del suo libro all’AIL, Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma.

2008

pp.240

euro 15,00

ed. Sperling & Kupfer

di Nicoletta Guaragnella

—————————————-

Quando la scienza è femmina

Troppo belle per il Nobel. La metà femminile della scienza
di Nicolas Wtkowski Bollati Boringhieri,
pp. 164 Euro 25,00

In copertina c’è una bella immagine di Rita Levi Montalcini che riceve il Nobel dal re di Svezia; scelta per l’edizione italiana, tradendo in qualche modo lo spirito di questo saggio dedicato alle donne dimenticate dalla scienza. E non solo dal prestigioso riconoscimento svedese – anche se vale la pena di ricordare che solo 11 scienziate hanno ricevuto il Nobel – ma più in generale dall’attenzione di una comunità scientifica che ha sempre trovato difficoltà a conciliare, per parafrasare una storica battuta di Jules Verne, la mela di Eva con la mela di Newton.
A partire da una delle vicende più drammatiche e recenti, quella di Rosalind Franklin, la giovane scienziata inglese che con le immagini a raggi X da lei scattate fornì a Francis Crick e James Watson lo spunto fondamentale per elaborare il modello della doppia elica del DNA. Un contributo mai pienamente riconosciutole, e non solo perché il Nobel non avrebbe potuto comunque esserle assegnato a causa della sua morte precoce.
Subito dopo l’autore fa un passo indietro per ripartire dalla preistoria, o meglio dallo scarso interesse dei paleoantropologi per le nostre antenate. Per poi raccontare come le donne siano riuscite anche nei momenti più sfavorevoli a fare scienza, sfruttando spesso la scorciatoia di una storia d’amore o di un legame familiare. E al prezzo di vedere ignorati o misconosciuti i propri meriti.
Tra le scienziate raccontate da Witkowski ci sono Sophie, la sorella dell’astronomo Tycho Brahe, Emilie du Châtelet, più nota come amante di Voltaire che per aver tradotto in francese i Principia di Newton, Marie Lavoisier che completò il trattato di chimica del marito defunto e Ada Lovelace, figlia del poeta Byron e «musa», o meglio collaboratrice, del matematico Charles Babbage. «Per scrivere questo libro ho dovuto procedere a indagini delicate, rimbalzando da una biografia tronca a una nota criptata – commenta l’autore – e soprattutto rimuovere dai ritratti che sono riuscito a riportare alla luce la polvere di sufficienza maschile che i secoli vi avevano deposto».
Ci sono figure più note, come quella di Marie Curie che ottenne di dividere il Nobel con il marito, anche per le insistenze di quest’ultimo, ma non di tenere il discorso di accettazione. Altre conosciute soprattutto dagli addetti ai lavori, come le matematiche Alice Liddell, ispiratrice di Lewis Carroll, Emmy Noether, fondatrice dell’algebra moderna, e Sofia Kovaleskaja, che ottenne una cattedra all’Università di Stoccolma scandalizzando lo scrittore August Strindberg per cui un matematico donna era «una mostruosità».
Colpisce il riferimento fin troppo sbrigativo, forse dovuto a una certa parzialità dell’autore verso la storia francese, a Mileva Mariç, la matematica serba moglie di Albert Einstein, con cui collaborò alla rivoluzionaria teoria della relatività. Ma questo non toglie niente alla piacevolezza di una galleria di ritratti tutt’altro che accademica, che ha semmai il difetto di stimolare molti interrogativi fornendo poche risposte.
Alcune vicende sono appena sfiorate, come quelle di Elisabeth Thible, prima donna a tentare un’ascensione in mongolfiera, o della naturalista Athenais Mialaret, moglie dello storico Michelet, che intrecciò una corrispondenza scientifica con Charles Darwin. E l’autore mostra un certo privilegio per la fisica e la matematica – che sono per la verità anche le discipline in cui il ruolo delle donne è più misconosciuto – rispetto alle scienze della vita. Così non fa menzione della genetista Barbara McClintock, premio Nobel per la medicina nel 1983 e una delle poche scienziate a proporre, con le sue affermazioni sulla necessità di «entrare in sintonia» con l’organismo studiato, un possibile approccio femminile nella scienza, né di molte altre.
L’ultimo capitolo è dedicato a un campo, lo studio dei primati, in cui i nomi eccellenti sono quelli di donne come Jane Goodall, Birute Galdikas o Diane Fossey. Sarà per quello che per la primatologia non è previsto un premio Nobel?

Fonte: Le Scienze

__________________________________________________

La scienza a fumetti

paperinochimico

Paperino che inventa la «paperite», un esplosivo più esplosivo della dinamite, e ipotizza, venti anni prima della sua effettiva scoperta, l´esistenza del metilene, molecola piuttosto instabile e reattiva. Così oggi «Donald Duck the Mad Chemist», fumetto Disney del 1944, è molto citato sulle riviste dei chimici sia perché rafforza lo l´immagine del chimico pazzo – stereotipo dal quale i chimici vorrebbero uscire – sia perché contiene la formula CH2, che è appunto la formula del primo membro della classe dei carbeni ottenuta in laboratorio solo due decenni dopo.

Topolino, nelle vesti di Dante, scortato da Pippo, nelle vesti di Virgilio, che – nel fumetto «L´Inferno» del 1950 – scende nel regno del buio e scopre, come Galileo, che il libro dell´universo è scritto in caratteri geometrici. E con ciò spiega perché la maggioranza delle persone «che non hanno il bernoccolo della matematica» abbiano difficoltà a imparare le scienze.

Tex Willer che ne «Il signore dell´abisso» del 1969 propone una superba lezione di epistemologia e, come Francis Bacon, teorizza la superiorità dell´esperimento controllato, ordinato e organizzato rispetto alla mera osservazione casuale.

O, più di recente, il soldato Beetle Bailey (striscia sull´International Herald Tribune del 18 maggio 2007) che si fa prendere dalla angoscia – se il mondo ruota su se stesso così velocemente, temo che ne saremo scagliati via – riproponendo l´argomento di Martin Lutero contro l´ipotesi copernicana.

Hanno ragione Pier Luigi Gaspa – biologo, fa dire di sé, prestato ai fumetti e mai più restituito – e Giulio Giorello – filosofo della scienza dalla indomita curiosità – c´è molta scienza tra le nuvole dei fumetti. Talvolta (inconsapevolmente) geniale, come Paperino. Talaltra simpaticamente irriverente, come Topolino. Altre volte ancora profonda perché riflessiva, come Tex Willer. O al contrario, profonda perché candida, come Beetle Bailey. E chi non ci credesse può sempre farsi il regalo di Natale andando in libreria a comprarsi «La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr. Fantastic», il libro che Pier Luigi Gaspa e Giulio Giorello hanno fatto uscire per i tipi della Raffaello Cortina Editore (400 pagine illustrate a colori, 26,50 euro).

Si tratta di un´antologia molto raffinata (e divertente) della scienza nei fumetti. Che contiene chicche da far la gioia degli appassionati del genere artistico/letterario (il volume ha già rotto il muro dell´attenzione della Walt Disney a Burbank in California). Ma contiene anche molti insegnamenti per chi si occupa della scienza e della sua comunicazione.

Di questi ultimi ve ne proponiamo alcuni, senza pretesa di completezza:

1. La scienza è cultura. Cultura vera, diffusa, che interessa le grandi masse dei non esperti: e che quindi farcisce – in tutte e ciascuna delle sue forme – anche le nuvole dei fumetti. I quali, come uno specchio, assorbono lo spirito scientifico dei tempi e lo riflettono. Un corollario di questo teorema è che i fumetti – contribuendo a costruire l´immaginario di noi tutti – contribuiscono in maniera rilevante a costruire il nostro immaginario scientifico. Se ne deduce, quindi, che i fumetti sono un mezzo rilevante della comunicazione pubblica della scienza.

2. La comunicazione della scienza nei fumetti può essere esplicita, assolvendo alla funzione che gli inglesi chiamano del “public understanding of science”, ovvero dell´alfabetizzazione: si pensi alla campagna di contrasto dell´Aids portata avanti con efficacia da Lupo Alberto. Ma può essere, naturalmente, anche implicita, nascosta, occasionale (si pensi al Tex Willer de «Il signore dell´abisso»): alimentando quella che gli inglesi chiamano la “public perception of science”, la percezione pubblica della scienza. Queste due funzioni oggi sono più importanti che mai sia per gli scienziati che per noi tutti, cittadini comuni, visto che l´interpenetrazione tra scienza e società è sempre più capillare e la presenza dell´una contribuisce in maniera sempre più pregnante allo sviluppo dell´altra.

3. Esistono buoni fumetti e cattivi fumetti. E, naturalmente, nei fumetti troviamo buona scienza e cattiva scienza. Ebbene – questa è l´analisi niente affatto scontata di Pier Luigi Gaspa e di Giulio Giorello – nei buoni fumetti spesso troviamo buona cultura scientifica. Il fumetto, dunque, può essere – anzi, è – un mezzo rilevante della buona comunicazione della scienza.

4. Certo, «Donald Duck the Mad Chemist» non è un manuale di chimica e «Il signore dell´abisso» non è un manuale di filosofia della scienza. I fumetti, anche quelli più didascalici, non sono un mezzo usato per la comunicazione formale di contenuti scientifici. Quasi sempre, nel loro riflettere lo spirito scientifico dei tempi, funzionano come uno specchio deformante. Ironico. Persino irriverente. Tuttavia specchiarsi nei fumetti è una buona prova di maturità per la scienza. Se, spulciando tra quelle nuvole, lo scienziato si diverte (e apprende) allora significa che ha acquisito consapevolezza e sicurezza nei suoi rapporti con la società. Ha capito che, quando la scienza è buona, può concedersi – come scrivono Pier Luigi Gaspa e Giulio Giorello – anche il lusso di farsi prendere in giro.

Di Pietro Greco Fonte: L’Unità

——————————————————————————————————–

Farmaci: di uso e di abuso

Drugs

Con il titolo di ‘Farmaci e sostanze’ arriva in Italia, edito da Codice, la traduzione del libro ‘The drugs’, a firma di Leslie Iversen, attualmente docente di farmacologia presso l’Università di Oxford, in passato direttore del Neuroscience Centre dei laboratori Merck.

In questo saggio, l’autore traccia un excursus storico che parte dalla prima farmacopea orientale per arrivare ai giorni nostri; soffermandosi sui farmaci più vari, da quelli cosiddetti ‘legali’, come la caffeina o la nicotina, a quelli ‘illegali’, come le sostanze stupefacenti. Per ognuno dei farmaci passati in rassegna, Iversen, forte della sua esperienza maturata nell’accademica e nell’industria farmaceutica, descrive puntualmente, ma senza eccessivi tecnicismi, il meccanismo d’azione, lo sviluppo e la loro diffusione.

La visione dei farmaci presentata al lettore appare in generale poco edulcorata: non si tratta di soli ‘proiettili magici’ contro le malattie, come i più ritengono, ma sono farmaci anche le sostanze a funzione ricreazionale. E qui, se la funzione ricreazionale è nella forma di un contraccettivo orale oppure di una tazza di caffè fumante, ben venga, trattandosi di sostanze che hanno profondamente cambiato il nostro stile di vita. Ma se l’uso di un farmaco si trasforma in abuso e l’abuso in assuefazione, la questione si fa più complessa. L’autore riflette su questo tema, ritornando su problematiche già affrontate in passato nel suo libro ‘The science of marijuana’, in cui analizzava il limite tra legale e illegale in termini farmacologici e il potere del condizionamento dettato dal credo comune sull’uso dei farmaci, giungendo alla conclusione che la marijuana è più sicura dell’aspirina.

Iversen, consapevole delle conseguenze sociali determinate dall’abuso di alcune ‘droghe’, da’ spazio in questo suo ultimo libro ad una lunga riflessione sul ruolo che società e istituzioni devono assumere nell’affrontare il fenomeno della dipendenza dai farmaci e sulla necessità di una riforma legislativa in materia.

Farmaci e sostanze

di Leslie Iversen

traduzione di Valeria Roncarolo

edizioni Codice

euro 11,00

di Nicoletta Guaragnella

____________________________________________________

libro.jpg

La ricerca sulle staminali procede a ritmo incessante continuando a sollevare questioni di natura etica, politica ed economica. Lo dimostra l’uscita dell’ennesimo libro che si occupa della controversia sulle staminali embrionali: “Renewing the stuff of life”(Oxford University Press).L’autrice Cynthia B. Cohen, ricercatrice alla Kennedy Institute of Ethics (Georgetown University), tratta l’argomento privilegiando un approccio filosofico senza mai però trascurare gli aspetti scientifici e soprattutto politici della questione. “Renewing the stuff of life” si apre con un capitolo che in maniera molto semplice e scorrevole spiega al lettore cos’è una cellula staminale, a cosa serve, quali sono i traguardi raggiunti dalla ricerca e quali ancora da raggiungere, per poi passare ad una vera e propria trattazione storico-filosofica che mette a confronto le 2 differenti concezioni morali di embrione nei pensieri secolare e religioso. Le premesse scientifiche ed etiche dei primi capitoli servono ad introdurre il tema centrale del libro: quello delle politiche nazionali che regolano la manipolazione dell’embrione e la ricerca sulle staminali embrionali. La lunga trattazione dapprima passa in rassegna 3 differenti “approcci legislativi”alla questione: quello britannico, quello tedesco e quello giapponese. E infine si approda al caso statunitense, particolarmente caro all’autrice.Il libro in qualche maniera dà voce ad una esigenza evidentemente diffusa in molta parte delle comunità scientifico-culturali degli Usa e più in generale del resto del mondo: fornire alla ricerca sulle staminali embrionali delle linee guida che tengano conto delle implicazioni etiche pur rimanendo al passo coi tempi della scienza. Impresa difficile ma non impossibile, almeno a giudicare dalle parole della Cohen che suggerisce la formazione di una National Stem Cell Research Review Panel, ovvero di una commissione mista che rappresenti l’enorme varietà culturale e sociale presente negli USA e che perciò possa regolamentare nel migliore dei modi il controverso ambito della ricerca sulle staminali. L’idea che potrebbe apparire improbabile, in realtà non è del tutto originale. Si ispira, infatti, alla Recombinant DNA Advisory Committe che, istituita nel 1979 allo scopo di stabilire le sorti della ricerca sul DNA ricombinante, favorì l’”esplosione” della genomica.

“Renewing the stuff of life”potrà forse annoiare il lettore che sia alla ricerca di novità, ma di certo fornisce un idea chiara e precisa della complessità del mondo della ricerca. In più, al contrario di molti, troppi libri, non si limita solo a denunciare ma anche a proporre.

di Emilia Baleani

___________________________________________

libro Simpson

Homer Simpson è “il più grande americano di tutti i tempi” e sua moglie Marge “la mamma ideale”. La piccola Lisa è destinata a diventare la prima presidentessa degli Stati Uniti e suo fratello… be’, Bart Simpson è Bart Simpson.

D’accordo, ma che c’entra con la scienza la famiglia televisiva più amata degli ultimi vent’anni? Ce lo dice Marco malaspina con il suo : “La scienza dei Simpson. Guida non autorizzata all’universo di una ciambella” (Sironi ed. 2007, pp. 192 – 18,00 E). Leggendo il libro si scopre quale sia la formazione di buona parte degli sceneggiatori del famoso cartone animato: un sacco di fisici e matematici, che hanno infarcito le puntate di citazioni e, spesso, anche di scienziati in carne e ossa. Gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci per bambini, Viagra, OGM, missioni spaziali.

Come non citare l’episodio con Stephen Jay Gould sul ritrovamento di un misterioso fossile con sembianze umane e ali da angelo: ventidue minuti di pura genialità, in grado di spiazzare allo stesso modo darwinisti e neocreazionisti, e di far riflettere noi tutti sui giochi economici e di potere che stanno dietro a tante diatribe etico-scientifiche. E poi c’è la memorabile partecipazione di Stephen Hawking: il famoso astrofisica non esita a dire a Homer: «La tua teoria di un universo a forma di ciambella è intrigante. Forse te la rubo». Per non parlare degli episodi sulla malasanità, tutti perfidamente realistici.

La famiglia di Springfield ci insegna che la scienza non è monolitica: è divertente ma anche noiosa, affascinante ma non sempre neutrale. E dimenticatevi una scienza trionfale o benefica: nei Simpson la scienza è una vittima, al pari della società; è incerta, ingenua, goffa, proprio come Homer, il capo di questa famiglia così tipicamente americana.

Chi è Marco Malaspina: Giornalista scientifico di Bologna, lavora all’ufficio comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Scrive per le pagine di salute del settimanale “Oggi” e conduce “Pigreco Party”, il programma settimanale all’incrocio fra scienza e società di Radio Città del Capo. Nel tempo libero guarda i Simpson e legge Shakespeare.

di Francesca Ceradini

____________________________________________________

libro ignoranza

Da pochi giorni è arrivato nelle librerie “Il libro dell’ignoranza” (Einaudi, 12,80 euro, pag. 226). Un libro istruttivo, divertente e irriverente. Un inventario di tutti gli errori, i fraintendimenti e le credenze che infarciscono la nostra cultura generale. Il libro è scritto dai conduttori di un programma divulgativo della Bbc, John Lloyd e John Mitchinson. I due autori smentiscono tutto ciò che abbiamo appreso come vero e non abbiamo mai messo in dubbio perché la fonte era sicura e la notizia verosimile.

Praticamente ogni pagina contiene una sorpresa: i sensi dell’essere umano sono più di cinque e gli stati della materia ben 15, l’universo è beige e il posto più freddo sulla terra è in Finlandia, il numero di Satana non è il 666 bensì il 616, la sostanza più comune al mondo non è l’ossigeno e neanche il carbonio, l’azoto o l’acqua, ma un minerale che si chiama perovskite, dal nome del mineralogo russo Lev Perovski. E ancora: che il primo presidente americano si chiamava Peyton Randolph, che il monaco benedettino Dom Pérignon (1638 – 1715) non inventò lo champagne ma in realtà passò gran parte del suo tempo a cercare di eliminare le bollicine, e che gli imperatori romani ordinavano la morte di un gladiatore mettendo il pollice in su.

Insomma, un libro che, con le sue chicche, fa vacillare alcune delle nostre conoscenze più solide e ci mette di fronte alla nostra totale ignoranza. In Gran Bretagna ha già venduto 400mila copie e si appresta a diventare un grande successo anche in Italia.

di Francesca Ceradini

_____________________________

aldo-nove.jpg

Vorrei indicarvi un libro di Aldo Nove dal titolo “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 Euro al mese…”
Si tratta di un reportage che mette a nudo la realtà lavorativa di oggi nel modo più semplice: un collage di interviste, a giovani e non più giovani, affiancate da commenti e racconti dell’autore sul sogno perduto di una generazioni di adulti costretti a forza a rimanere bambini.
Aldo Nove diventa il portavoce di persone vere, il più delle volte laureate, che cercano di sbarcare il lunario svolgendo anche quattro lavori diversi, ma che non sono in grado di acquistare ratealmente nemmeno un computer perché non hanno una busta paga da fornire. C’è chi lavora in uno studio di avvocati ma si mantiene facendo il cameriere, l’insegnante che non avrà mai una cattedra e che corre da una scuola all’altra per sostituire chi è di ruolo e si è “fortunatamente” ammalato, chi fa il part-time in un museo, chi fa lo stagista a vita, chi è rimasto impigliato in quella fitta ragnatela costituita dalle agenzie di lavoro interinale…
Giovani che hanno studiato, che accettano con il “sorriso” la gavetta per ampliare il curriculum, disposti a lavorare a tutte le ore, ma destinati ad invecchiare senza un reddito dignitoso (per non parlare della pensione che probabilmente non arriverà mai) e senza incoraggianti prospettive future, in un mondo dove fare dei figli è diventato un lusso.
E’ un libro che va letto, magari non tanto da noi giovani che conosciamo bene la triste realtà dei co.co.co – co.co.pro. come escamotage per non darci ciò che ci meritiamo (io lo ho comunque letto con interesse), sicuramente da chi è una generazione più avanti (o perché no, da chi “fa politica”) per capire in che razza di pantano stiamo arrancando.
di Francesca Ceradini
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...