Ecco un altro buon motivo per smettere di fumare in gravidanza: il tabacco altera la pressione sanguigna nei neonati aumentando il rischio di ‘morte in culla’. Una alterazione, quella prodotta dal fumo, che manderebbe in tilt i sistemi di controllo della pressione nei bambini appena nati.

A dimostrarlo è stato un gruppo di ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma, Svezia, guidati da Gary Cohen che hanno dimostrato come il fumo in gravidanza alteri i flussi della pressione sanguigna ed i meccanismi di controllo nei neonati le cui madri avevano continuato a fumare nei nove mesi di gestazione. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Hypertension.

Studiando 36 neonati, 17 dei quali avevano madri fumatrici in gravidanza, i ricercatori svedesi hanno osservato che i bambini esposti al fumo di sigaretta mostravano una anormale attività cardiaca ed una alterazione nella risposta agli sbalzi di pressione sanguigna, una situazione che peggiorava durante il primo anno di vita del bambino. Ad esempio, ad una settimana dalla nascita, i figli delle madri che avevano fumato in gravidanza mostravano un elevato aumento della pressione quando venivano presi in braccio dopo essere stati distesi nella culla. All’età di un anno, gli stessi bambini sembravano essersi adattati a questa anormale variazione della pressione sanguigna, mostrando una pressione più bassa dopo lo stesso cambio di posizione. Normalmente, però, quando una persona si mette in piedi dopo essere stata distesa, la sua attività cardiaca aumenta ed i suoi vasi sanguigni si restringono per assicurare un aumento di pressione che porti correttamente il sangue a cuore e cervello.

‘’I bambini delle madri fumatrici – ha spiegato Cohen – hanno evidenti problemi nella regolazione della pressione che sorgono alla nascita e si fanno sempre più gravi. Questo studio rivela, per la prima volta, che l’esposizione al tabacco può portare a durature alterazioni nella regolazione della pressione, un meccanismo – ha concluso – che potrebbe spiegare perché spesso i figli di madri fumatrici sono più a rischio di soffrire della sindrome della morte improvvisa infantile’’.

di Sabina Mastrangelo

Con  quasi trecentomila nuovi casi all’anno nel mondo, il carcinoma del cavo orale è, per incidenza, tra tutti i tumori maligni, all’ottavo posto negli uomini e all’undicesimo nelle donne. Se diagnosticato in fase precoce, la sopravvivenza a 5 anni è del 90%, ma se, come avviene nella maggior parte dei casi, viene rilevato negli stadi finali, scende sotto il 20%.

 

Per portare avanti un’efficace – ed economica – opera di prevenzione, gli Odontoiatri italiani sono scesi in campo contro questa patologia, e hanno varato il Progetto di prevenzione Primaria e secondaria del Carcinoma Orale.

I primi risultati del Progetto sono stati presentati il 26 e 27 settembre a giardini Naxos (Messina), nel corso dell’Assemblea nazionale dei Presidenti della Commissione Albo Odontoiatri (CAO).

 

Il progetto vuole costituire una rete di dentisti sentinella – spiega il Presidente CAO nazionale, Giuseppe Renzoche funga da interfaccia tra i professionisti e il territorio, per una prevenzione primaria, rivolta cioè al cittadino, e secondaria, ad opera dell’Odontoiatra che riconosce precocemente la lesione e rimanda il paziente allo specialista oncologo”.

 

Nonostante sia facilmente prevenibile, con l’evitare alcuni semplici fattori di rischio – i principali sono l’alcool e il fumo – e semplicemente diagnosticabile con l’analisi clinica e istopatologica della lesione, questo tipo di tumore, se non affrontato in tempo, è difficilmente curabile.

“L’unica terapia è la chirurgia, che è efficace solo in fase iniziale – conferma Lorenzo Lo Muzio, presidente della SIPMO, la Società Italiana di Patologia e Medicina Orale, che collabora al progetto. – La chemio e la radioterapia, anche se fortemente invasive ed invalidanti, non danno risposta, e non prevengono l’insorgere di metastasi, recidive, o l’insorgenza di un secondo carcinoma in un’altra zona della bocca. La sopravvivenza totale a cinque anni è, infatti, inferiore al 50%”.

“Se la lesione è asportata al primo stadio, la sopravvivenza del paziente arriva, invece, sino a percentuali del 90% – rassicura Sandro Pelo, presidente della SIOCMF, la Società Italiana di Odontostomatologia e Chirurgia Maxillo-facciale.- È però importante la tempestività dell’intervento: si tratta di lesioni che non evolvono in anni, ma nell’arco di poche settimane”.

E ancora più rilevante è la prevenzione primaria, cioè l’evitare i principali fattori di rischio.

“Fumare un pacchetto di sigarette al giorno aumenta di cinque volte il rischio per il carcinoma orale, bere quotidianamente un bicchierino (50 ml) di superalcolici fa crescere il rischio di quindici volte – avverte Lo Muzio. – Ma l’associazione di fumo e alcool può determinare un incremento del rischio sino a cento volte”.

L’incidenza nelle varie zone geografiche è, infatti, molto legata agli stili di vita. In Italia, si registrano 10000 nuovi casi l’anno, tantissimi se pensiamo che un tumore molto più conosciuto come il cancro della cervice uterina conta in un anno “solo” 3500 nuovi casi. L’incidenza del carcinoma orale è più elevata nelle regioni settentrionali, in particolare nel Nord Est, nelle valli alpine e nelle aree industrializzate, in relazione ad un maggior consumo di alcool e di tabacco. Per la stessa ragione, l’incidenza è tre volte più alta nell’uomo (8,44 nuovi casi su centomila persone) che nella donna (2,22), e interessa prevalentemente i soggetti dai 50 ai 70 anni. Ma negli ultimi anni, è aumentato di molto il numero delle donne colpite, in relazione forse ad una maggior abitudine femminile al fumo, e sta aumentando drammaticamente quello dei soggetti intorno ai quarant’anni. La mortalità in Italia è di 3000 persone l’anno.

Oltre a fumo e alcool, altri fattori di rischio sono l’infezione da Papilloma Virus – anche se i dati sono controversi – una dieta povera di frutta e verdura, fattori immunitari, genetici, e traumi dalla mucosa. Il carcinoma del cavo orale si manifesta soprattutto sulla lingua, sotto la lingua stessa e nella zona vicino alla gola, ma può insorgere in qualsiasi zona della bocca: sono in aumento i tumori sul labbro da esposizione a raggi UV.

 

 

                                                                       Michela Molinari    

 

 

Tre studi hanno dimostrato per la prima volta una causa genetica per il cancro al polmone. Forse responsabile anche della dipendenza da nicotina

Una variazione genica su una regione del cromosoma 15 è correlata al rischio di sviluppare il cancro al polmone. A questo stesso risultato sono giunti tre studi indipendenti, due pubblicati su Nature e uno su Nature Genetics, ed è la prima volta che si trova una causa genetica per il cancro al polmone, oltre ai fattori ambientali tra i quali, ovviamente, il fumo.

Quello tra cancro e tabagismo, infatti, è forse il più evidente rapporto causa-effetto in epidemiologia. E qui sta il punto: la regione del cromosoma incriminata contiene tre geni che a loro volta racchiudono le istruzioni per produrre una proteina molto particolare: il recettore nicotinico per l’acetilcolina. Come dice il nome, questo recettore ha una forte affinità per la nicotina e una variazione della sua struttura potrebbe sia indurre il cancro di per sé sia, secondo uno dei tre studi, influire sulla dipendenza da fumo.

La variazione studiata, molto frequente nella popolazione, è dovuta al polimorfismo di un singolo nucleotide (Snp), cioè alla sostituzione di una base con un´altra. Il team guidato da Stefansson e Thorgeirsson, della farmaceutica deCode Genetics (Islanda) ha studiato il nesso tra variabilità genetica della regione cromosomica e dipendenza dalla nicotina ed è giunto alla conclusione che gli individui che presentano nel loro patrimonio genetico la mutazione hanno fino all’80 per cento in più di probabilità di diventare fumatori accaniti. Alla ricerca hanno partecipato, tra gli altri, anche alcuni studiosi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il gruppo di Brennan e Hung dell’International Agency for Research on Cancer di Lione (Francia) ha invece scartato l’ipotesi. Anche Amos e i suoi colleghi dell’M.D. Anderson Cancer Center dell’Università del Texas (Usa) hanno definito la correlazione tra variazione genetica e abitudine al fumo “debole”. In conclusione: i geni sono responsabili della predisposizione al cancro al polmone e il fumo è cofattore importante. Ma se fumiamo, forse, non è tutta colpa dei geni. Almeno, non secondo due dei tre studi.
di Michela Molinari

fonte: http://www.galileonet.it

I fumatori di sigarette hanno un rischio di andare incontro a problemi della funzione erettile maggiore del 41% rispetto a coetanei nelle stesse condizioni fisiche ma non fumatori. E il rischio aumenta proporzionalmente al numero di sigarette giornaliere. Lo rivela uno studio condotto su 4763 uomini cinesi, di età compresa tra i 35 e i 74 anni, pubblicato sull’American Journal of Epidemiology. Lo studio ha rivelato che anche soggetti sani, non obesi, né diabetici e senza disturbi cardiovascolari, se dediti al fumo  hanno un aumento del rischio di impotenza, dipendente dalla dose: del 27% per chi supera le dieci sigarette al giorno, del 45% per chi arriva a venti e addirittura del 65% per chi  ne consuma un pacchetto. E anche quando si smette, il pericolo non diminuisce.

Michela Molinari