festaeuropacittascienzaSulle note dell’inno alla Gioia di Beethoven, si è aperta ieri la Festa dell’Europa 2009 nella sede della Città della Scienza di Napoli. In linea con lo European Year of Creativity and Innovation (EYCI), il tema di quest’anno è ispirato ai temi della Creatività e dell’Innovazione. Creare per sviluppare le competenze individuali, imprenditoriali e sociali ed innovare per favorire il benessere della collettività. L’evento, dall’alto valore simbolico e culturale, prevede dibattiti, confronti e scambi di idee con largo spazio alla voce dei giovani. I giovani del Mezzogiorno, del Mediterraneo e dell’Europa, protagonisti, nonché elettori chiamati a votare i loro rappresentanti al Parlamento Europeo il prossimo giugno. In vista di questo appuntamento elettorale, studenti delle scuole superiori ed universitari hanno incontrato ieri i rappresentanti delle istituzioni Europee per discutere varie proposte di respiro europeo in materia di Ambiente, Immigrazione, Cultura ed istruzione, Ricerca ed Innovazione, Politica estera e diritti umani.

Nell’ambito della Festa, la Scienza avrà naturalmente il suo spazio, supportata dal binomio di riferimento Scienza e Creatività, prescelto dall’Europa nel corso del 2009. Alcuni scienziati affronteranno e si confronteranno con il pubblico in merito agli aspetti creativi della scienza. Attesa è anche la sezione intitolata “Assaggi di scienza”, dedicata ai bambini, che potranno dare libero sfogo alla loro fantasia nei laboratori allestiti per l’occasione.

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Gli scienziati comunicano soprattutto per trasferire i risultati delle proprie ricerche al mondo produttivo e per dialogare con gli studenti. Coinvolgono direttamente il pubblico di rado, e soprattutto nei settori di maggiore attenzione sociale, come ambiente e salute. E’ quanto emerge dai dati di un’indagine condotta dal gruppo di ricerca “Comunicazione della scienza ed Educazione” del Consiglio Nazionale delle Ricerche all’interno della rete scientifica dell’Ente. I ricercatori ritengono che sia più utile comunicare con imprese, amministrazioni e politici, anche se questi ultimi sono coloro con cui è più difficile avere un dialogo. Infine, si sentono più compresi dal pubblico generico che dai mass media.

I risultati dell’indagine, condotta da Alba L’Astorina dell’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (Irea-Cnr), sono stati presentati nel corso della giornata “Ricercare e comunicare: teorie e buone pratiche negli enti di ricerca”, che si è svolta nell’Area di ricerca Milano1 del Cnr. A fare da “osservatorio”sono stati gli stessi istituti del Cnr, ai quali tra il 2007 e il 2008 sono state poste domande relative alle modalità e agli obiettivi delle loro attività di comunicazione. Ha risposto il 60,5% degli istituti.

La maggior parte della comunicazione attivata (il 57%) è finalizzata alla diffusione dei risultati e alla divulgazione dei contenuti delle attività scientifiche, il 21% a stabilire contatti con il mondo produttivo tramite il trasferimento tecnologico, il 15% è diretta alla scuola. In minima parte (5%) la comunicazione è invece mirata alla partecipazione diretta del pubblico, limitatamente ai settori di maggiore attenzione sociale, quali ambiente e salute.

Il livello di consapevolezza dell’importanza della comunicazione è senz’altro alto. La maggior parte dei ricercatori intervistati la ritiene “necessaria” (oltre il 25%); molti la ritengono “utile” (20% circa) o “doverosa”, qualcuno ritiene sia “interessante”. Pochissimi la considerano “facoltativa” e nessuno “una perdita di tempo”.

I primi soggetti con cui gli scienziati ritengono sia utile comunicare sono il mondo produttivo e gli amministratori, entrambi indicati da circa un terzo del campione, seguiti da insegnanti, studenti e mass media. I politici sono i referenti con i quali risulta più difficile stabilire un dialogo; mentre i ricercatori si sentono maggiormente compresi dal pubblico “generico”, con cui è più “facile” parlare.

Un’altra indagine dello stesso gruppo di ricerca dell’Irea-Cnr si concentra sulla definizione di comunicazione della scienza data da coloro che, negli istituti di ricerca, se ne occupano o vorrebbero farlo. I fattori considerati più importanti sono: comunicare soluzioni scientifiche e tecnologiche di rilevanza nella vita di tutti i giorni (49%), trasferire conoscenze attendibili (47%) e aprire un dialogo con le diverse parti sociali (36%).

I dati indicano anche gli ostacoli incontrati nella comunicazione: il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice, mentre il 44% accusa gli operatori dei media di imprecisione; meno sentita la percezione che il pubblico non sia preparato a recepire i temi scientifici (31%). Questo conferma che per i ricercatori è più facile comunicare con il cittadino “medio” che con i professionisti dell’informazione.

Le ricerche sono state presentate nell’ambito di una tavola rotonda su questi temi alla quale sono intervenuti addetti ed esperti di alcuni enti di ricerca italiani e stranieri (Tommaso Maccacaro, presidente dell’Inaf, Angela Pereira del JRC, Federico Neresini dell’Università di Padova, Chiara Pesenti del Politecnico di Milano e Giovanni Caprara del Corriere della Sera).

 

di Chiara D’Anna

Bicocca per la formazione 2008. Un progetto per Milano e la Lombardia con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia. Edificio U6 – Università di Milano-Bicocca – Piazza dell’Ateneo Nuovo, 1 – Milano – 9 e 10 ottobre 2008

Il Convegno nasce dalla volontà di dare rilievo alla concomitanza di diverse ricorrenze, quali il Decennale della fondazione dell’Università di Milano-Bicocca, il 60° Anniversario della Costituzione Italiana, il 60° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Aperto a tutte le Facoltà dell’Ateneo e al territorio circostante, il Convegno intende proporre una riflessione pubblica intorno al tema cruciale del rapporto tra democrazia e conoscenza, una questione assolutamente centrale per un’istituzione quale l’Università che ha, come suo compito primario, quello della formazione delle giovani generazioni verso l’ambito delle professioni. I lavori si articoleranno in sessioni plenarie e sessioni parallele, ponendo una serie di interrogativi sul significato di democrazia, sul rapporto che l’Università può istituire tra democrazia e conoscenza, sul modo in cui l’Università può proporre una formazione all’insegna della democrazia e della conoscenza e come effettivo dialogo tra promozione culturale ed esigenze e diritti dei giovani e della cittadinanza. Le due giornate del Convegno intendono coinvolgere gli studenti, gli insegnanti, gli operatori sociali e sanitari, i professionisti di Milano e della Lombardia, gli abitanti di Milano e avvicinarli alla vita e alle proposte formative e culturali dell’Università di Milano-Bicocca.

Tra le sessioni, giovedì 9 ottobre alle ore 14, quella coordinata dal filosofo della scienza Telmo Pievani su ‘Scienza e Democrazia’, a cui parteciperanno Dario Narducci, Pietro Greco, Sylvie Coyaud, Andrea Cerroni, Enrico Bellone, Mario Cingoli.

 

 

 

 

 

La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base
Di Giorgio Cosmacini – Raffaello Cortina Editore 2008
pp. 124
Euro 14,00

Con alle spalle oltre cinquant’anni di professione medica, decenni d’insegnamento sulla teoria e la storia della medicina e innumerevoli pubblicazioni su questi e altri argomenti affini, Giorgio Cosmacini si è preso la libertà di scegliere per il suo più recente lavoro un titolo provocatorio. Un titolo che, all’apparenza, potrebbe compiacere i sostenitori di tutta quella congerie di medicine alternative che si basano più sull’ascendente che sanno esercitare sul malato che sulla verifica sperimentale di ipotesi e terapie.

Niente di più sbagliato. Perché, come è chiaro fin dal sottotitolo, la medicina – che si voglia chiamarla pratica, tecnica o, come preferisce l’autore, arte della cura – ha solide basi scientifiche accumulatesi nel corso dei millenni, a partire dalla Grecia arcaica in cui i medici erano anche fisici, ossia studiosi della natura (una terminologia che curiosamente si è conservata nei paesi anglosassoni, dove il medico si chiama ancora physician).

Allora perché affermare, paradossalmente, che «la medicina non è una scienza»? La risposta è nello stesso tempo semplice e complessa: «Perché – scrive l’autore – la medicina non è riducibile alle sue scienze di base e alle tecniche generate da esse». E più avanti chiarisce: «Esse possono aiutarlo a fare il medico, ma non a essere medico in senso antropologico ed etico». Un richiamo forte, soprattutto in tempi come i nostri in cui il medico, da un lato, ha a disposizione tecniche e strumenti che gli consentono di inseguire risultati un tempo impensabili e, dall’altro, si trova a dover combattere con le forze di mercato, le esigenze amministrative e le pressioni sociali.

Ma per spiegare più a fondo quanto la medicina sia qualcosa «di più» rispetto alle altre scienze l’autore ricorre al sempre efficace strumento del confronto, dedicando gran parte del volume a un excursus storico – che ha il raro pregio di essere contemporaneamente conciso ed esauriente – delle varie scienze di base che hanno arricchito la medicina portandola all’attuale livello scientifico e tecnico.

Prima è la più antica e nobile di queste scienze, la fisica, che oltre agli incommensurabili contributi di Ippocrate e Galeno ha donato alla medicina il metodo galileiano delle «sensate esperienze e certe dimostrazioni», e via via tecniche e strumenti sempre più raffinati. Si passa poi alla chimica, moderna figlia dell’alchimia medievale, che con le sue branche della farmacologia e della biochimica ha fornito alla medicina preziosi strumenti di cura, ma l’ha anche mandata a occupare i delicati settori che hanno a che fare con l’industria del farmaco, dove vigono le rigide regole del mercato e del profitto. Conclude la terna delle classiche «ancelle» della medicina la biologia, la meno antica ma anche la più feconda di straordinari risultati, soprattutto se si pensa che fra le prime grossolane osservazioni di una cellula al microscopio e la definizione della struttura del DNA non sono passati neppure tre secoli, nel corso dei quali si sono scoperti gli agenti microbici delle malattie, è stata messa a punto la teoria dell’evoluzione, si sono scoperte le leggi dell’ereditarietà. Tutto questo ha poi portato alla genetica molecolare, alla moderna immunologia, alla genomica e all’ingegneria genetica, alimentando l’ambizione di poter dar vita a una medicina personalizzata.
Ecologia ed economia sono invece le due nuove discipline di cui la medicina attuale deve, spesso suo malgrado, tenere conto. Della prima perché non solo vi è una distribuzione geografica e socio-economica delle malattie, ma anche perché l’attività umana ha fatto aumentare a dismisura le patologie connesse all’inquinamento e ha intensificato le emergenze ambientali. Della seconda perché c’è ormai un rapporto molto stretto tra la gestione delle risorse economiche e la tutela della salute pubblica, un rapporto in cui tra efficienza ed efficacia a volte fanno fatica a farsi strada l’equità e l’etica, due criteri che dovrebbero sempre far parte del bagaglio professionale e culturale del medico.

Fonte: Le Scienze

Avvicinare il gentil sesso alle materie scientifiche. E’ il nobile scopo che anima “Roberta”, il programma ideato dalla Scuola di robotica del Cnr e dalla Fondazione Mondo Digitale, presentato il 16 giugno scorso nella capitale. Il progetto, già sperimentato con successo in Germania grazie all’appoggio dei Ministeri delle Pari opportunità e dell’Istruzione, mira a promuovere l’interesse delle ragazze verso la scienza attraverso la robotica. E i primi dati sembrano confortanti: secondo uno studio dell’Università di Brema, realizzato con 800 bambine-ragazze che hanno seguito i corsi, gli obiettivi del programma Roberta, cioè promozione dell’apprendimento globale e delle scienze, del lavoro di gruppo, di problemi scientifici e tecnologici, sono stati pienamente raggiunti.

“I robot suscitano nelle studentesse un interesse pratico e il metodo ‘learning by doing’ favorisce l’apprendimento”, ha spiegato Fiorella Operto, collaboratrice dell’Istituto di elettronica e di ingegneria dell’informazione e delle telecomunicazioni (Ieiit) del Cnr di Genova. “Sono stati sperimentati kit robotici specializzati nell’intervento ambientale, proprio per far leva sull’interesse delle ragazze verso i temi ecologici. Le studentesse hanno progettato, costruito e programmato i robot con grande impegno. E se le ragazzine tendono a perdere interesse verso le materie scientifiche nel corso delle scuole medie, il lavoro sui robot ha invece mantenuto vivo l’interesse scientifico associandolo allo sviluppo della manualità e del lavoro cooperativo. Il 94 per cento delle bambine-ragazze che hanno partecipato al progetto lo hanno poi consigliato alle loro amiche”. E infatti il programma ha convinto anche la Commissione europea che nel 2005 ha finanziato il progetto “Roberta goesEU”, per estenderlo ad altri paesi. Sono stati selezionati partner e centri regionali in Austria, Italia, Regno Unito e Svezia, per creare una rete di istituti che adottino la metodologia di Roberta per le loro alunne.

di Roberta Pizzolante

Troppo belle per il Nobel. La metà femminile della scienza
di Nicolas Wtkowski Bollati Boringhieri,
pp. 164 Euro 25,00

In copertina c’è una bella immagine di Rita Levi Montalcini che riceve il Nobel dal re di Svezia; scelta per l’edizione italiana, tradendo in qualche modo lo spirito di questo saggio dedicato alle donne dimenticate dalla scienza. E non solo dal prestigioso riconoscimento svedese – anche se vale la pena di ricordare che solo 11 scienziate hanno ricevuto il Nobel – ma più in generale dall’attenzione di una comunità scientifica che ha sempre trovato difficoltà a conciliare, per parafrasare una storica battuta di Jules Verne, la mela di Eva con la mela di Newton.
A partire da una delle vicende più drammatiche e recenti, quella di Rosalind Franklin, la giovane scienziata inglese che con le immagini a raggi X da lei scattate fornì a Francis Crick e James Watson lo spunto fondamentale per elaborare il modello della doppia elica del DNA. Un contributo mai pienamente riconosciutole, e non solo perché il Nobel non avrebbe potuto comunque esserle assegnato a causa della sua morte precoce.
Subito dopo l’autore fa un passo indietro per ripartire dalla preistoria, o meglio dallo scarso interesse dei paleoantropologi per le nostre antenate. Per poi raccontare come le donne siano riuscite anche nei momenti più sfavorevoli a fare scienza, sfruttando spesso la scorciatoia di una storia d’amore o di un legame familiare. E al prezzo di vedere ignorati o misconosciuti i propri meriti.
Tra le scienziate raccontate da Witkowski ci sono Sophie, la sorella dell’astronomo Tycho Brahe, Emilie du Châtelet, più nota come amante di Voltaire che per aver tradotto in francese i Principia di Newton, Marie Lavoisier che completò il trattato di chimica del marito defunto e Ada Lovelace, figlia del poeta Byron e «musa», o meglio collaboratrice, del matematico Charles Babbage. «Per scrivere questo libro ho dovuto procedere a indagini delicate, rimbalzando da una biografia tronca a una nota criptata – commenta l’autore – e soprattutto rimuovere dai ritratti che sono riuscito a riportare alla luce la polvere di sufficienza maschile che i secoli vi avevano deposto».
Ci sono figure più note, come quella di Marie Curie che ottenne di dividere il Nobel con il marito, anche per le insistenze di quest’ultimo, ma non di tenere il discorso di accettazione. Altre conosciute soprattutto dagli addetti ai lavori, come le matematiche Alice Liddell, ispiratrice di Lewis Carroll, Emmy Noether, fondatrice dell’algebra moderna, e Sofia Kovaleskaja, che ottenne una cattedra all’Università di Stoccolma scandalizzando lo scrittore August Strindberg per cui un matematico donna era «una mostruosità».
Colpisce il riferimento fin troppo sbrigativo, forse dovuto a una certa parzialità dell’autore verso la storia francese, a Mileva Mariç, la matematica serba moglie di Albert Einstein, con cui collaborò alla rivoluzionaria teoria della relatività. Ma questo non toglie niente alla piacevolezza di una galleria di ritratti tutt’altro che accademica, che ha semmai il difetto di stimolare molti interrogativi fornendo poche risposte.
Alcune vicende sono appena sfiorate, come quelle di Elisabeth Thible, prima donna a tentare un’ascensione in mongolfiera, o della naturalista Athenais Mialaret, moglie dello storico Michelet, che intrecciò una corrispondenza scientifica con Charles Darwin. E l’autore mostra un certo privilegio per la fisica e la matematica – che sono per la verità anche le discipline in cui il ruolo delle donne è più misconosciuto – rispetto alle scienze della vita. Così non fa menzione della genetista Barbara McClintock, premio Nobel per la medicina nel 1983 e una delle poche scienziate a proporre, con le sue affermazioni sulla necessità di «entrare in sintonia» con l’organismo studiato, un possibile approccio femminile nella scienza, né di molte altre.
L’ultimo capitolo è dedicato a un campo, lo studio dei primati, in cui i nomi eccellenti sono quelli di donne come Jane Goodall, Birute Galdikas o Diane Fossey. Sarà per quello che per la primatologia non è previsto un premio Nobel?

Fonte: Le Scienze

La scienza è una cultura universale, di enorme valore, ma in Italia è ancora considerata come una cultura particolare, minore. Il nostro sistema educativo mette il sapere scientifico in secondo piano, nelle scuole non compare nessun allenamento alle osservazioni scientifiche sperimentali e nelle università si è registrato in questi anni un crollo delle immatricolazioni nei corsi di laurea scientifici. Ed è così che nel Bel Paese sia ancora molto diffusa un’idea “stregonesca” della scienza, basata più sulla paura che sulla consapevolezza.

Si tratta di un atteggiamento negativo, che incide sulla crescita economica e sulla competitività della nostra società in ambito internazionale. Vi è un clima diffuso di  diffidenza e ostilità verso gli scienziati e la loro scienza. I paletti etici sono indispensabili ma non devono riguardare la libertà di pensiero (come non ricordare Galileo), semmai le applicazioni. Non è la ricerca chimica che inquina, ma gli interessi di chi la applica senza curarsi degli effetti sull’ambiente e sulla salute. La società ha bisogno di scienziati, di tecnologia e di sviluppo. Bisogna che quest’idea prevalga, la cultura scientifica deve essere un patrimonio di tutti e per tutti. La scienza va difesa e rispettata, ci vuole un atteggiamento laico che ne sostenga la libertà.

A questo punto non rimane che prendere coscienza della nostra lacuna e diffondere l’attenzione per la scienza stessa. In Italia siamo indietro, lo rivelano le indagini sulla preparazione degli studenti, sull’opinione pubblica e gli atteggiamenti collettivi nei confronti dell’ambiente, degli ogm e del nucleare. E’ un problema globale che influisce sulla democrazia e l’innovazione. Un tempo la scienza era solo degli scienziati, visti come stregoni rinchiusi nella loro torre d’avorio, oggi ogni cittadino ha il diritto di sapere perché tecnologie e  applicazioni scientifiche fanno parte della sua quotidianità. Una società moderna richiede una rivisitazione del ruolo dello scienziato che non deve solo produrre conoscenza ma anche sapera diffondere tra i cittadini, i fruitori naturali.

Nelle nazioni più evolute si parla costantemente di “terza missione”, ovvero della necessità di comunicare la scienza. La strategia adottata negli ultimi anni dalla comunità scientifica di questi paesi è: si fa ricerca e la si diffonde anche. Non a caso sono quelli con il maggior numero di Premi Nobel, Nobel nazionali veri non come i nostri che sono spesso e volentieri cervelli fuggiti e oramai rinaturalizzati. Un punto fondamentale è comunicare bene, ovvero nella maniera più corretta, perché se si comunica male non si fa altro che generare paure ed allarmi che portano a decisioni basate su valutazioni sbagliate.

Un segno positivo arriva dai network sempre più fitti di “science center”, i musei scientifici basati sull’interattività. Ma ancora una volta l’Italia è in un ritardo spaventoso, sono troppo poche le risorse finanziarie e professionali in questo campo. La “Villette” a Parigi ha un contributo di circa 80 milioni di euro, 44 circa vanno al Museo della Scienza di Londra, mentre parliamo di neanche 3 milioni di euro a quello di Milano. I numeri parlano da soli.

La scienza è quindi una cultura che va creata, gestita e tutelata. Il diffondersi di una mentalità scientifica è un fattore di crescita per il paese e per una sua democrazia consapevole. Un grave problema  italiano che attende un’urgente ed adeguata risposta dalle istituzioni politiche, sociali e culturali, perché se si continua così la situazione rischia di diventare irreversibile.

Questo è, in breve, il pensiero che Luigi Berlinguer, presidente del Gruppo di lavoro per lo sviluppo della cultura scientifica e tecnologica, ha esposto al convegno “Scienza è cultura” avvenuto oggi al CNR di Roma.

di Francesca Ceradini